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Giornaliste
al fronte

Foto: Unsplash/ Marissa Lewis

La guerra che abbiamo in casa raccontata dalle reporter inviate al fronte. Giornaliste e giovani freelance che stanno restituendo al mestiere dell'informazione il valore e il compito sociale che gli spetta

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Se la guerra contro l’Ucraina è una guerra che abbiamo in casa, non è solo perché è in Europa, vicina a noi per storia e geografia; e perché i suoi profughi – donne e bambini – stanno arrivando direttamente qui, finalmente accolti come il diritto internazionale e l’umanità ci impone. Ma anche perché ci arriva in casa la sua cronaca quotidiana, puntuale, dagli schermi di tv e computer, dai nostri smartphone, dalla radio, dai giornali.

Leggiamo le corrispondenze, i racconti, le analisi, le interviste, le storie; vediamo le immagini che non vorremmo vedere e che non possiamo, non dobbiamo, censurare. Abbiamo le notizie, raccolte, verificate, tradotte da giornalisti e giornaliste al fronte, o meglio su tutti i fronti: quello delle città bombardate, quello dei profughi, quelli dei paesi confinanti. E anche quello dello Stato aggressore, che ha chiarito una volta per tutte cosa sono le “fake news” per un regime: le notizie ritenute false dal governo, la cui diffusione costa ai giornalisti il carcere, a volte la vita.

È una guerra, questa, molto più raccontata dal vivo dei conflitti recenti che purtroppo non hanno mai smesso di fare vittime in tutto il mondo. E sono tante, tantissime, le giornaliste che ci stanno rendendo possibile vedere cosa accade, provare a farsi un’idea, prendere posizione. Lo avrete notato anche voi: c’è un piccolo esercito pacifico di donne italiane, professioniste dell’informazione, in prima linea in Ucraina. Francesca Mannocchi (La7, La Stampa), Stefania Battistini (Rai), Cecilia Sala (Il foglio), Annalisa Camilli (Internazionale), Marta Serafini (Corsera), Azzurra Meringolo (Radio Rai), Maria Grazia Fiorani (Tg3), Gabriella Simoni (Tg5), solo alcune tra le reporter che in questi giorni ci stanno raccontando cosa sta accadendo.

Non è una novità assoluta, ne abbiamo avute anche in passato, ricordiamo dolorosamente i nomi di Ilaria Alpi e Maria Grazia Cutuli, morte in Somalia e in Afghanistan. E non è qualcosa che riguarda l’Italia: tra le inviate della stampa estera ne troviamo altrettante sul campo, Toma Istomina di Kyiv Independent, Sarah Rainsford di BBC, Polina Ivanova del Financial Times, Isabelle Khurshudyan del Washintong Post, Clarissa Ward di CNN, Lynsey Addario del New York Times, María R. Sahuquillo di El Pais, e l'elenco potrebbe continuare. 

Ma stavolta sono di più, dal servizio pubblico come dalle tv private, dalla carta stampata e dall’online. Impariamo a riconoscere i loro volti e le loro voci, ad apprezzare lo stile di questa o di quell’inviata, ad aspettarne il collegamento. La Coalition for Women in Journalism ne segue, e cerca di tutelarne, il lavoro, come è già stato per altri eventi che hanno interessato il pianeta in passato.

Cosa c’è di strano? Dobbiamo ancora starlo a sottolineare, all’8 marzo 2022? No, se si considera che la presenza delle donne nella professione giornalistica è quasi paritaria (sono il 42% degli occupati secondo l’Inpgi, percentuale forse sottostimata se si allarga il campo alle freelance). Sì, se si considera che sono ancora pochissime nelle direzioni delle redazioni e nei posti di comando delle aziende editoriali.

Secondo l’annuale monitoraggio sul pluralismo dell’informazione nell’Unione Europea fatto dal Centre for Media Pluralism and Media Freedom dell’Istituto Universitario Europeo, l’Italia nel 2020 era tra i paesi a maggior rischio per l’indicatore della presenza delle donne nei media. Le cose sono un po’ migliorate nel 2021, grazie a qualche movimento in Rai e persino nella roccaforte del TG1; ma ancora molta strada c’è da fare; e come rileva un altro osservatorio sulla presenza delle donne nei media, il Global Media Monitoring Project, per altri aspetti il periodo della pandemia ha esacerbato alcuni squilibri di genere del panorama mediatico italiano.

Resta la domanda: come mai, in questo panorama, abbiamo tante inviate? Forse è più facile farsi mandare al fronte che alla direzione di un giornale?

Le spiegazioni possono essere diverse. Quando si decide chi inviare su fronti difficili, il merito conta molto: la preparazione, la disponibilità a partire, l’accettazione del rischio, la capacità di reggere e comunicare. Per “conquistare” una direzione, il merito conta (speriamo), ma insieme ad altre abilità: il networking, l’attenzione passo passo nella carriera a tutto quel che può servire per raggiungere quell’obiettivo, la visibilità.

Potrebbe anche essere una questione di interesse, e di scelta di vita: ci sono tante giornaliste in prima linea perché quello è, per loro, il senso del mestiere a cui si sono dedicate. Oppure un fatto generazionale: c’è una nuova leva di giornaliste, spesso freelance, preparate e determinate, che adesso vediamo di più perché sono sul fronte più caldo, e che tra pochi anni vedremo anche, almeno in parte, al timone delle notizie.

Speriamo. Potrebbero sembrare notazioni marginali, nella tragedia in cui siamo. Ma non lo sono, visto che il lavoro di chi fa informazione è decisivo, nel bene e nel male, per vedere e capire. In un articolo molto bello, intitolato Gli inviti alla pace e il bisogno delle armi, Mario Ricciardi sulla rivista Il Mulino si interroga sui dilemmi del pacifismo, raccontando delle lacerazioni del gruppo pacifista di Bloomsbury alla vigilia della seconda guerra mondiale, e citando in apertura una frase di una lettera Virginia Woolf, scritta nelle settimane trascorse temendo l’invasione tedesca: “vivere senza un futuro […] con il naso schiacciato su una porta chiusa”.

Che la porta non si chiuda del tutto, dipende anche da chi ci fa vedere cosa succede dall’altra parte.