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Se recovery significa guarigione

Crescita ferma e aumento costante delle disuguaglianze: è questo lo scenario che fa da sfondo all'arrivo dei soldi del Recovery Fund. I fondi disponibili sono paragonabili al Marshall Plan dopo la seconda guerra mondiale. Ma perché sia una vera opportunità servono progettualità, visione e un nuovo paradigma economico. Le nostre proposte.

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Recovery significa letteralmente ripresa ma può anche intendersi come guarigione. Questa fase economica che sta per aprirsi potrebbe essere davvero l’occasione per investire le risorse in arrivo in modo da sanare disuguaglianze che negli ultimi venti anni non hanno fatto che aumentare. Disuguaglianze di genere, provenienza, età che in Italia si sommano a un problema di disparità geografica, e che, come abbiamo già detto molte volte, il contagio da Covid-19 ha messo pienamente in luce.

Ma senza un nuovo paradigma economico, e un conseguente progetto di società, il grande afflusso di denaro rischia di diventare solo un tampone provvisorio, a caro prezzo per le generazioni future, ossia i bambini di oggi.

Al momento, nei discorsi sulla ripartenza, si parla solo di misure frammentarie, non c’è un’idea di società che guidi gli interventi. Sulla scuola, per esempio: si parla di tre milioni di nuovi banchi. Ci servono? A tutti servono banchi uguali dalle elementari ai licei? Se ragionassimo invece su cosa serve davvero alle scuole per non lasciare nessuno indietro, se ragionassimo su quale rapporto tra studenti e insegnanti consentirebbe a ogni studente di essere seguito al meglio e di esprimere il proprio potenziale, se ragionassimo sulle competenze dei docenti e sulle infrastrutture necessarie per colmare il divario tra gli studenti italiani e quelli finlandesi (ma potete scegliere quasi ogni altro paese europeo, ci posizioniamo sotto la media EU).  E, se a partire da questi ragionamenti individuassimo qual è il vero investimento necessario per la scuola, compreremmo tre milioni di banchi tutti uguali? Come ha più volte ribadito l’Alleanza per l’infanzia investire sulla scuola, inclusa quella dell’infanzia, è un potente motore contro le disuguaglianze. E come l’economia insegna, è la base per un vero duraturo  miglioramento economico.

Sono oltre 30 anni che l'Italia non ha crescita. I fondi disponibili con il Recovery Fund sono paragonabili alle risorse messe a disposizione con in Marshall Plan dopo la seconda guerra mondiale. I nostri politici di allora riuscirono a pensare e a progettare una vera ripresa del paese che portò al boom economico degli anni '60. Ora occorrerebbe un progetto di crescita del paese (per il benessere di tutta la società) centrato su un forte aumento dell'occupazione femminile. È ciò che fece la Svezia, negli anni 50', quando il paese era povero e lavoravano quasi solo gli uomini.

Sappiamo che le donne hanno pagato un prezzo altissimo in termini di perdita di occupazione e di carico di lavoro di cura non retribuito che va ad acuire una situazione strutturale di marginalità, fragilità e discriminazione. Le misure proposte finora sono poco efficaci: dalla defiscalizzazione del lavoro femminile all’investimento nel commercio e nel turismo. Misure senza una prospettiva politica e con il fiato corto. Non serve ridurre tutto a minimi termini e piccole misure. Serve una politica capace di progettare, che parta dagli obiettivi finali e sappia muoversi a ritroso per costruire una filiera virtuosa. Abbiamo bisogno di una recovery per rigenerare e riconvertire l’economia in senso egualitario, con una prospettiva sociale, basata sulla valorizzazione del lavoro delle donne.

Se l’obiettivo non è semplicemente tamponare momentaneamente l’emorragia di posti di lavoro femminili, ma creare le condizioni perché le donne scelgano liberamente delle proprie vite e siano pienamente cittadine, abbiamo bisogno di una visione di società più ampia che si rifletta nelle politiche.

Per esempio, se i due settori chiave sono il digitale e la green economy abbiamo bisogno di valorizzare i talenti delle donne, integrando investimenti in nuove tecnologie con  progetti ad elevata intensità occupazionale femminile. Le giovani donne sono più istruite e pronte a migliorare la propria formazione professionale, e sono portatrici di innovazione: favoriamo le loro capacità imprenditoriali, proponiamo programmi mirati allo sviluppo di nuove tecnologie in quei settori dove sono più presenti come la comunicazione, la sanità territoriale, e la cura. Ci sono moltissime imprenditrici in agricoltura: investiamo sul loro potenziamento. E, oltre all’investimento immediato, pensiamo anche al futuro delle ragazze attraverso programmi sistematici per abbattere gli stereotipi nelle STEM.

La finalità chiave dell’investimento per le donne resta per noi quello nelle infrastrutture sociali, che devono essere potenziate anche attraverso investimenti in tecnologie digitali. Stiamo parlando di quei servizi che ci permettono di soddisfare interessi e bisogni collettivi e liberare il tempo delle donne: scuole a tempo pieno, asili, strutture per anziani, assistenza sanitaria domiciliare. Portare fuori dall’ambito domestico parte del lavoro di cura crea molta occupazione (femminile, ma non solo), migliora la qualità della vita di chi già lavora e rende possibile accettare un lavoro per chi lo desidera, migliora la qualità della vita delle persone che ricevono questi servizi (bambini, anziani, malati, persone con disabilità). Investire sulla cura e l’assistenza è una lezione fondamentale che dovremmo aver imparato da quello che è successo con Covid-19 nelle RSA. 

Infine alcune note di metodo: non serve sparare nel mucchio, servono programmi mirati, per l’ennesima volta non si parla di misure specifiche ma si propone un piano taglia unica, una taglia unica che, come dimostrano Azzura Rinaldi ed Elizabeth Klatzer nel loro studio appena pubblicato, beneficerà gli uomini più delle donne. Ma anche le donne non sono tutte uguali, le stesse misure non possono funzionare per le donne uscite dal mercato del lavoro dopo una maternità, per le donne migranti, per le over 50. C’è bisogno che nelle politiche vengano introdotti in maniera strutturale monitoraggio e valutazione, non solo per misurare l’efficacia delle politiche adottate ma anche per avere gli strumenti per riprogrammare, affinare, progettare e gestire in modo utile la spesa.

Guardare alle donne ci insegna che le disuguaglianze hanno un costo non solo economico ma anche sociale (invecchiamento, emigrazione, denatalità) e che abbiamo bisogno di una visione e di uno sguardo ampio. Come si propone nel manifesto lanciato dalla nostra rivista “Si tratta allora, di muoversi verso nuove forme di democrazia, in gran parte da elaborare con un appassionante sforzo collettivo; forme di democrazia in cui la cura – cura delle persone, delle relazioni e dell’ambiente – sia un aspetto cruciale.”. È questo che intendiamo per ‘nuovo paradigma economico’, e di cui ci facciamo portatrici da molti anni, fuori e dentro le emergenze dettate dalle crisi economiche.