Articoloviolenza

Per una politica efficace,
servono buoni numeri

Violenza sulle donne, manca in Italia un sistema adeguato di raccolta dati. Nonostante la recente attenzione dei media verso il femminicidio, senza una capillare indagine statistica pubblica a livello nazionale si rischia di formulare politiche inefficaci e di non essere in grado di monitorarle. E si resta così nell'onda dell'emergenza emotiva

Articoli correlati

L'analisi di più di 16mila articoli pubblicati in Italia tra il 2017 e il 2019 mette in luce come i giornali normalizzano la violenza degli uomini contro le donne e raccoglie le cattive pratiche da evitare nel racconto di stupri e femminicidi

Una serie di contributi e interviste a esperte per riflettere su come televisioni e giornali raccontano la violenza maschile sulle donne, rintracciare miti e stereotipi ricorrenti e individuare buone pratiche di narrazione. Il nostro dossier sulla violenza nei media

Nonostante le trasformazioni culturali in corso, il racconto dei media è ancora radicato a miti e stereotipi su donne per bene e donne per male. C'è bisogno di cambiare visione, a partire dalle immagini che accompagnano il discorso sulla violenza

Oltre la colpevolizzazione delle vittime e l'empatia sproporzionata verso il maschio violento, raccontare lo stupro oggi significa saper riconoscere gli stereotipi e disinnescare i miti. Ci sarebbe bisogno di un corso di laurea, noi iniziamo da questa piccola guida

Il 25 novembre 1960 tre donne dominicane, tre sorelle che militavano contro il regime dittatoriale di Rafael Leónidas Trujillo (1930-1961), mentre si recavano a far visita ai loro mariti in prigione, furono bloccate sulla strada da agenti del Servizio di informazione militare, condotte in un luogo nascosto, torturate, massacrate e strangolate, per poi essere gettate in un precipizio, a bordo della loro auto, per simulare un incidente.

In memoria del loro assassinio, l’Onu ha istituito il 25 novembre di ogni anno la Giornata mondiale contro la violenza sulle donne: ritenuta a tutti gli effetti una delle più gravi e diffuse forme di violazione dei diritti umani, “la violenza su una donna in quanto donna”, insieme al femminicidio, sua estrema forma di espressione, ha trovato pieno riconoscimento in Italia solo recentemente con l’approvazione della Convenzione internazionale di Istanbul del 2011  e con il decreto legge del 14 agosto 2013 appena convertito in legge e inserito nel cosiddetto “pacchetto sicurezza” del governo Letta.

“Il fatto che questa legge sia parte  del pacchetto sicurezza è sintomatico di come il paese veda il problema: il femminicidio è percepito come un’emergenza di pubblica sicurezza e non come una perenne violazione dei diritti minimi fondamentali, di cui lo Stato deve rendere conto in ambito internazionale”, ha dichiarato l’avvocato Barbara Spinelli, una delle massime esperte del settore, in un recente dibattito pubblico presso il Centro Studi interdisciplinare di Genere dell’Università degli Studi di Trento.

Come per la difesa di altri diritti umani fondamentali, l’Italia è in effetti fanalino di coda in Europa anche per quanto riguarda la sicurezza delle donne vittime di violenza: per fare un esempio, non ci siamo ancora adeguati alle direttive europee che prevedono almeno 5mila posti letto, disponendone attualmente di soli 500 (v. questo articolo sul Fatto quotidiano).

Ma, nonostante la recente maggiore attenzione dei media al problema, senza un adeguato sistema di raccolta dati a livello nazionale si rischia di formulare politiche inefficaci e di non essere in grado di monitorarle. Non a caso la principale raccomandazione che l’Onu rivolge al nostro paese (v. Rapporto sulla violenza di genere in Italia 2012) è l’adeguamento agli standard internazionali delle nostre raccolte dati: la tesi negazionista, secondo cui in Italia si registrano in proporzione meno casi di violenza e femminicidio rispetto agli altri paesi, infatti, non è che la conferma del fatto che abbiamo bisogno un sistema di raccolta di dati migliore.

Ad oggi, non abbiamo serie storiche sul numero di donne vittime di percosse, violenze, maltrattamenti, femminicidi: molte non denunciano per paura, dipendenza economica dal marito, emarginazione sociale, o semplice sfiducia del sistema giudiziario. Non sappiamo quante di loro siano donne emancipate, lavoratrici, madri, che tipi di lavoro svolgano. E soprattutto, non conosciamo le caratteristiche dei loro assassini, che prima di essere tali sono uomini, che commettono delitti passionali.  

 E’ recentissima la prima “Indagine scientifica a livello nazionale sui costi economici e sociali della violenza contro le donne”, ed è stata condotta da una Onlus, Intervita, in collaborazione con il ministero delle politiche sociali.

 Finora i numeri delle vittime di femminicidio sono stati ricostruiti attraverso la cronaca, un lavoro che è stato fatto dalla Casa delle donne contro la violenza di Bologna e che si può trovare qui. Le indagini dei centri di ricerca, quasi tutti privati, tra cui Eures, che li mette a disposizione dietro richiesta e a pagamento rilevano quasi sempre il fenomeno in maniera dettagliata ma discontinua e utilizzano metodi di rilevazione totalmente differenti l’uno dall’altro, per cui non siamo in grado, grazie a loro, di comprendere le mutazioni del fenomeno negli anni.

Per rilevare il fenomeno nella sua interezza bisognerebbe raccogliere dati in maniera continua e capillare su tutto il territorio e integrare i dati sugli omicidi con quelli sulla vittimizzazione e su altri tipi di violenza, elaborandoli in un’ottica di genere. Attualmente ciò è impossibile in quanto si tratterebbe di incrociare dati provenienti da fonti ufficiali diverse (ministero dell’interno, ONG, Centri antiviolenza, ecc). Inoltre, non bisognerebbe trascurare i dati medici e sanitari dal momento che, come rileva l'Oms, le donne vittima di violenza sviluppano con più probabilità problemi di depressione, alcolismo, instabilità mentale.

Le indagini Istat potrebbero fornire un quadro esaustivo, ma si fermano al 2007 e a causa del fatto che non contengono dati disaggregati per genere né delle vittime né dei perpetratori dei reati, sono utili per avere un quadro generale, ma non ci consentono di elaborare interventi mirati di prevenzione e contrasto. Inoltre,  sono dati parziali in quanto non contengono informazioni sui quattro indicatori tradizionali di pericolo, ossia: episodi di violenza ravvicinati, aumento dell’intensità della violenza, minaccia di morte e/o di suicidio, il possesso o l’acquisto di armi da parte del maltrattante e spesso non tengono conto delle relazioni terminate tra coppie di fatto, che non sono registrate come divorzi.

Perchè è così importante dotarci di una raccolta dati dettagliata, accurata ed aggiornata? In primo luogo, perchè i femminicidi non sono eventi “occasionali”. Nella grande maggioranza dei casi sono l’apice di un percorso di violenza, tortura o maltrattamento iniziati molto prima, molto spesso nascosto dalla vittima che lo nega a sè stessa e agli altri: un monitoraggio costante e capillare ci permetterebbe dunque di correggere il fenomeno in corsa evitando il più delle volte il peggio; c’è bisogno però di statistiche che seguano le storie delle persone ex-ante, non i fatti di cronaca una volta avvenuti.

In secondo luogo una raccolta dati dettagliata a livello nazionale consentirebbe di evitare la confusione tra la responsabilità individuale del reato penale e le responsabilità istituzionali in materia di difesa dei diritti di uguaglianza e non discriminazione; con una raccolta dati dettagliata, non ci sarebbero più alibi per la disattenzione istituzionale: l’effetto delle nuove riforme, ad esempio, potrebbe essere monitorato e saremmo in grado di convogliare le (poche) risorse a disposizione verso le politiche più efficaci.

Una efficace e capillare raccolta di dati è necessaria anche per limitare la cattiva informazione senza dati alla mano è molto difficile. Basarsi sui  numeri delle denunce che arrivano nelle questure di polizia è limitante e limitativo: in primo luogo, le denunce non rispecchiano assolutamente il numero di violenze subite, dal momento che le donne che trovano la forza di denunciare sono una piccolissima parte di coloro che si rivolgono ai centri antiviolenza e ce ne sono altre ancora che non hanno neanche contatti con questi centri. A volte invece sono le stesse forze dell’ordine a sconsigliare la denuncia. Altre ancora, consapevoli delle lungaggini giudiziarie in cui incorreranno, tentano altre strade, scappano, restano, subiscono.

Inoltre, vanno considerati i tempi dei processi: molti casi irrisolti vengono definiti nei mesi o negli anni successivi alla denuncia, e il monitoraggio delle procure andrebbe incrociato con il numero delle cause chiuse registrato invece dai tribunali penali.

Anche livello internazionale,inoltre, le statistiche si rifanno ai dati nazionali: l’Eurostat ad esempio utilizza il numero di denunce registrate dalle autorità giudiziarie di ogni paese; ma per stessa ammissione dell’UNODC (United Nations Office on Drugs and Crime), questi numeri, come gli altri dati ufficiali sui crimini, sono soggetti a problemi di rilevazione e il numero di problemi che minano l’accuratezza della rilevazione è particolarmente alto, come mostra il grafico sottostante.

 

 

 

Un altro mito da sfatare è quello secondo cui il problema è un’emergenza recente e non un problema sistemico, che richiederebbe maggiore attenzione ed impegno: i negazionisti chiamano in causa la legge del famoso criminologo finlandese Veli Verkko (si veda: Alex Pridemore, Marieke Liem, “Handbook of European Homicide Research: Patterns, explanations, and country Studies” , 2011, qui) per sostenere il fatto che gli omicidi che avvengono in ambito familiare (incluse quindi le relazioni coniugali) nel tempo non aumentano, al contrario di quelli tra estranei (e dunque sarebbe più importante occuparsi di questi ultimi).

Letta in  un altro senso, la legge di Verkko ci dice invece che il problema degli omicidi in famiglia è strutturale e dunque andrebbe affrontato con più attenzione e risorse di un problema di entità variabile.

 

---------------------------------------------------------------------------------------------

 

 

 

Per saperne di più:

Femminicidio. Dalla denuncia sociale al riconoscimento giuridico internazionale di Barbara Spinellihttp://www.francoangeli.it/ricerca/Scheda_libro.aspx?ID=16034&Tipo=Libro

Amore e violenza. Il fattore molesto della società di Lea Melandri http://www.bollatiboringhieri.it/scheda.php?codice=9788833921945

 Ginocidio http://www.eleuthera.it/scheda_libro.php?idlib=211 di Daniela Danna

Amorosi Assassini (Laterza) Addis Saba, Cristiana di San Marzano, Elena Doni, Paola Gaglianone, Claudia Galimberti, Elena Gianini Belotti, Lia Levi, Dacia Maraini, Maria Serena Palieri,Francesca Sancin, Mirella Serri, Simona Tagliaventi, Chiara Valentini

L'ho uccisa perché l'amavo Falso! di Loredana Lipperini e Michela Murgia

http://www.laterza.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1097&Itemid=101

Ferite a morte di Serena Dandini http://www.feriteamorte.it/

Il deserto delle morti silenziose di Alicia gaspar de Alba

http://www.lanuovafrontiera.it/catalogo/liberamente/item/66-il-deserto-delle-morti-silenziose

Il femminicidio in Italia nell’ultimo decennio, Eures 2012 (a pagamento)

http://www.eures.it/dettaglio_ricerca.php?id=95

Come nasce, e cosa significa, la parola "femminicidio", di Barbara Leda Kenny, inGenere.it