È possibile una gestione femminista dello stato, che abbia al centro la tutela dei diritti umani e delle diversità? Una riflessione sul mainstreaming di genere in Argentina
Dal ritorno della democrazia, lo stato argentino ha sviluppato politiche di genere basate su diversi paradigmi, passando dalla nozione di violenza domestica e familiare fino a esprimersi in termini di violenza contro le donne e di violenza di genere.
A posteriori possiamo dire che è stato tracciato un processo di istituzionalizzazione che ci permette di riflettere sull'esperienza di un percorso, quello della Direzione di genere e diversità che dirigo all'interno del Comune di Exaltación de la Cruz, che dura ormai da tre anni.
Tre anni di entusiasmo, di impegno, in altre parole, di lotta per un nuovo modo di operare dal punto di vista della gestione pubblica. “Nuovo”, non tanto perché ha a che fare con il fatto di essere stato concepito di recente, quanto con quello di essere stato raramente messo in pratica in precedenza.
Nel quadro dei dibattiti teorico-politici sull'istituzionalizzazione e il mainstreaming di genere, è importante problematizzare le pratiche di gestione dello stato a diversi livelli, per rendere possibile costruire dinamiche rispettose delle soggettività e dei percorsi collettivi sui territori. Solo così potremo aspirare a uno stato attento ai diritti umani, da una prospettiva femminista e di tutela della diversità.
Quando è stata istituita la Direzione di genere e diversità del Comune di Exaltación de la Cruz, abbiamo iniziato a lavorare sul contrasto della violenza di genere con molta volontà, ma con pochi elementi.
Come per tutti gli spazi di nuova creazione, l'obiettivo non era solo quello di risolvere le singole situazioni, ma soprattutto di diventare istituzionali, cioè di incidere sulle dinamiche locali con nuovi possibili modi di agire, pratiche più legate a una prospettiva femminista e alla diversità.
In quel momento, avevamo un incipiente sistema integrato di politiche pubbliche che ci aiutava a organizzare le proposte per il nostro approccio e un gruppo di persone che volevano impegnarsi a costruire gli strumenti che ci avrebbero permesso di realizzare pratiche più adeguate. Così abbiamo iniziato a procedere per tentativi ed errori, iniziando con la formazione e il sostegno fornito dall'allora nascente Ministero delle donne e delle diversità.
Oggi possiamo contare su un team interdisciplinare per la gestione dei vari casi, composto da una psicologa, un’assistente sociale e un’avvocata, su un team di follow-up che monitora costantemente il livello di rischio a cui ogni donna è esposta per richiedere le misure di protezione necessarie, e su un dispositivo di gruppo che funziona come uno spazio di aiuto reciproco, in cui le persone che hanno subito violenza si rafforzano e costruiscono reti che permettono loro di superare questa situazione. Possiamo dire che siamo cresciute insieme.
C'è poi un nucleo di produzione tessile – che permette di imparare un mestiere per costruire un'autonomia economica attraverso la vendita diretta degli indumenti realizzati dalle donne che hanno vissuto storie di violenza, un dispositivo di protezione integrato chiamato "spazio crisalide", in cui possono soggiornare contemporaneamente fino a tre donne con i loro figli e figlie minorenni per un periodo massimo di tre mesi, quando non hanno una rete di sostegno affettivo o familiare che permetta loro di superare la situazione, e un team di comunicazione, che sviluppa azioni e campagne per le reti e i media locali per la promozione dei diritti e la prevenzione della violenza di genere.
Una temporalità più ampia
Essere parte di una struttura più ampia implica la consapevolezza di essere solo un pezzo di un meccanismo molto più grande che risponde a logiche politiche con radici molto antiche, con strutture molto difficili da spostare e trasformare. Tuttavia, sappiamo di avere un modo diverso di fare le cose che genera consensi man mano, grazie alla nostra coerenza e solidità teorica, ma anche al nostro pragmatismo e all'impegno verso ogni persona vicina del nostro territorio.
In queste circostanze, se c'è una cosa che ci è chiara è che la gestione municipale ci precede e ci trascende, quindi da una posizione relativa in termini di tempo, possiamo essere consapevoli dei suoi limiti e sforzarci di costruire una logica diversa nel nostro lavoro quotidiano.
Questo si scontra spesso con l'inerzia delle istituzioni stesse, restie alle trasformazioni strutturali e a tutto ciò che muove le persone che le abitano e le animano fuori dalla loro zona di comfort. E molte altre volte si scontra con le logiche di parte che permeano lo stato e sprecano i luoghi di influenza strategica nel medio e lungo periodo, in una lettura meschina del contesto che utilizzano in termini di guadagno politico immediato, senza misurare le conseguenze o i danni che provocano al tessuto sociale già gravemente ferito. Abbiamo deciso di unirci in una trama di lungo periodo alla cui costruzione possiamo contribuire con onestà intellettuale, rispetto sociale, pluralismo culturale e audacia politica.
Questa sfida ci spinge a invitare tutte le donne a verificare i benefici della costruzione di spazi che si prendano cura delle persone, che rispettino i loro tempi di vita e le loro esigenze umane, anche quando la remunerazione monetaria per il loro lavoro non raggiunge livelli ottimali.
L'esercizio della politica
Noi che viviamo e percorriamo quotidianamente il territorio lo conosciamo e ci riconosciamo meglio di chiunque altro, e per questo siamo in grado di tradurre le politiche pubbliche disponibili per rispondere alle richieste esistenti, sia esplicite che latenti, nel modo più appropriato.
Anche se spesso non veniamo ascoltate dalle grandi organizzazioni e dai partiti, conosciamo perfettamente i sentimenti che animano le strade sterrate della nostra gente. Conosciamo i venti che spirano intorno a loro e possiamo valutare, con tutta l'esperienza politica di cui disponiamo, quale sia il momento migliore per andare avanti o per ritirarci, per unire le forze e tessere vere e proprie alleanze che ci permettano di accumulare il potere necessario per continuare ad andare avanti.
Sentiamo che dobbiamo tornare a fidarci delle persone che ci circondano, così come sentiamo che se questa fosse la priorità di uno stato attuale, sarebbe difficile per le persone di buon senso sottrarsi ai suoi benefici. Le strutture organizzative costruite originariamente su un paradigma patriarcale hanno pratiche e modi di fare che sono contraddittori se non inaccettabili da questa prospettiva, anche se molte donne sono costrette ad accettarli e a praticarli.
Sorellanza onnicomprensiva
È molto difficile per noi convivere con questo doppio standard, con questa sorta di sorellanza selettiva che sembra guadagnare consensi negli spazi di cui abbiamo tanto bisogno come luoghi di autentica resistenza e ricostruzione di fronte alla tempesta neocapitalista che ci sta colpendo con il suo volto più feroce. L'esercizio di crudeltà che ci circonda ci obbliga ad assumere – se non per convinzione, almeno per pragmatismo storico – un altro atteggiamento nei confronti delle nostre sorelle.
Se lavoro a livello comunale, ho la responsabilità di garantire che le politiche pubbliche in vigore siano conosciute da tutte le donne del territorio, ho anche l'obbligo di facilitarne l'accesso, indipendentemente dal contesto sociale o politico di appartenenza, perché è proprio questa trasversalità che permette di consolidarle come politiche statali e non come politiche di un governo occasionale.
Se agisco politiche a un livello istituzionale più alto, per esempio quello provinciale o quello statale, e penso a come rafforzare l'operato della mia istituzione, non posso farlo senza rispettare umanamente e politicamente, quello che è già stato attivato sui territori in cui sto provando a intervenire. Per essere più esplicita, nel pensare a nuovi interventi non dovrei “bypassare” un livello di governance delle politiche di genere delegittimando l'amministrazione locale che le promuove.
Conosciamo queste logiche di presunta “costruzione” politica e ne discutiamo da anni. In questa disputa perdiamo tutti e tutte. I femminismi ci hanno insegnato che queste logiche sono una trappola che ci frammenta e in questo modo ci fagocita comodamente, per garantire che nulla cambi. E chi si nasconde dietro questi modi di avanzare (questo è discutibile, noi pensiamo che invece di avanzare, ci facciano arretrare) sono sempre gli stessi, i protagonisti della vecchia politica che ci hanno portato ai fallimenti del presente.
A questo punto non possiamo e non vogliamo evitare una riflessione sull'etica che inquadra le nostre azioni, un modo chiaro per distinguere tra ciò che aggiunge e ciò che sottrae.
È tempo di generare dal basso la rappresentatività necessaria affinché le migliori di noi raggiungano le posizioni di maggiore responsabilità. Perché saranno proprio loro ad articolare legittimamente la possibilità di costruire collettivamente una gestione femminista dello stato per trasformare una volta per tutte le vite delle persone che ne hanno più bisogno.
Questo articolo nasce dalla relazione presentata nel quadro delle giornate preparatorie al quarto Congresso "Stato presente. Violenza di genere, consumo problematico e salute mentale. Nuove sfide degli interventi", organizzato dal Ministero delle Donne e della Diversità della Provincia di Buenos Aires (Argentina), tenutosi nel dicembre 2024.
Riferimenti
E. Dussel, Etica comunitaria, Paulinos, Madrid, 1986.
M. C. Mata, J. Huergo et al., Construyendo comunidades: reflexiones actuales sobre comunicación comunitaria, 1ª ed., La Crujía, Buenos Aires, 2009.
S. Rivera Cusicanqui, Ch'ixinakax utxiwa: una riflessione sulle pratiche e i discorsi di decolonizzazione, 1ª ed., Tinta Limón, Buenos Aires, 2010.