Politiche

Per superare le conseguenze che la pandemia ha avuto sulle disuguaglianze servono risposte femministe. Lo studio di due ricercatrici dell'Università Cattolica di Milano propone di ripensare le politiche, l'economia e l'idea stessa di società, mettendo al centro la cura

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Una società della cura
Credits Unsplash/Het Suthar

Per indicare l'impatto particolarmente significativo che la crisi scaturita dalla pandemia ha avuto sulle donne è stato spesso utilizzato il termine she-recession (o shecession). È quello che è accaduto in Italia, tra i paesi più colpiti dagli effetti che la crisi ha avuto sull’economia, la salute e la tenuta del tessuto sociale. 

Come è noto, infatti, le restrizioni imposte dal governo per limitare la diffusione del virus hanno determinato una ridefinizione radicale degli ambienti di vita e di lavoro, a causa delle chiusure che hanno riguardato scuole e numerosi settori produttivi, oltre che delle limitazioni agli spostamenti e alle attività del tempo libero previste dalle normative. A pagare il prezzo più alto di questi cambiamenti sono state le donne.

La questione è stata affrontata nel corso della trentaduesima conferenza annuale della International Association for Feminist Economists (Iaffe) - che si è tenuta dal 3 al 5 luglio 2024 a Roma presso l’Università Sapienza, e di cui inGenere è stata media partner - e dove all'interno di una sessione dedicata alle risposte femministe alle crisi, è stata presentata una ricerca condotta dalle studiose Linnea Nelli e Maria Enrica Virgillito dell’Università Cattolica di Milano che, attraverso un’analisi empirica macro-strutturale, approfondisce la natura della She-recession nel nostro paese e fornisce indicazioni sui più opportuni interventi di politica economica.

I dati Istat relativi al 2022 ci dicono che per le donne la situazione sociale ed economica generata dalla pandemia ha avuto un duplice impatto. Da un lato, la loro partecipazione al mercato del lavoro ha subito un calo drammatico: a risultare più colpiti dalle misure di contenimento sono stati infatti i settori economici del turismo e della ristorazione, il commercio al dettaglio (escluso il comparto alimentare e farmaceutico) e i servizi artistici e ricreativi, caratterizzati da una forte presenza femminile.[1] 

Il costo è stato particolarmente alto in termini di occupazione femminile: nella media del 2020, quest'ultima è diminuita del 3,8%, percentuale che equivale alla perdita di circa 376.000 occupate. Il tasso di occupazione femminile in Italia, già fanalino di coda tra i paesi dell’Unione europea nel 2019, è sceso nell’anno successivo di quasi 2 punti percentuali, assestandosi al 48,4% e vanificando i progressi ottenuti dal 2016, riporta sempre l'Istat.

Dall’altro lato, si è assistito a un aumento sostanziale del lavoro domestico e di cura non retribuito – che già prima della pandemia era globalmente da due a dieci volte superiore a quello degli uomini – talvolta con la conseguente impossibilità, per le donne, di continuare a svolgere la propria attività professionale.[2] 

Come conferma anche uno studio sull’impatto del Covid sulla divisione di genere del lavoro di cura negli spazi domestici condotto da Daniela Del Boca, anche quando entrambi i partner lavoravano sia da remoto che in presenza, le donne hanno dedicato più tempo degli uomini agli impegni familiari, evidenziando quanto radicate e persistenti siano le norme di genere all’interno della famiglia italiana. 

Questi dati, di fatto, confermano gli esiti del rapporto del 2018 sul lavoro di cura dell’International Labour Organization (Ilo), secondo cui, nel nostro paese, le donne svolgono il 75% del lavoro di cura non retribuito, pari a 5 ore e 5 minuti al giorno, a fronte di solo un’ora e 48 minuti per gli uomini.

Così, se in passato le crisi economiche avevano colpito maggiormente gli uomini, tanto che in relazione alla crisi del 2008 si era parlato di “Man-recession”, la crisi scaturita dal Covid-19 è stata definita “She-recession”, per indicare una recessione che ha avuto un impatto significativo soprattutto sulle donne, rendendole ancora più vulnerabili ed esacerbando le disparità di genere.[3]

La pandemia da Covid-19 ha messo in luce sia la centralità e l’importanza delle attività e dei servizi di cura e assistenza, che le asimmetrie della divisione del lavoro non retribuito all’interno delle famiglie, insieme all’inefficacia delle politiche a supporto della cura, sempre più relegata a una dimensione femminile, individuale e privata piuttosto che essere vista e interpretata come una questione sociale e collettiva. Rendendo ancora più evidente come “per molto tempo abbiamo semplicemente fallito nel prenderci cura gli uni degli altri, soprattutto delle persone vulnerabili, povere e deboli”.[4] 

Una svalutazione del concetto di cura, dunque, strutturale e duratura, che affonda le sue radici nel modello neoliberista, che predilige la competizione alla cooperazione e che tende a considerare le professioni di cura “improduttive” e poco prestigiose.

A partire dalla constatazione che la pandemia è stata (anche) una crisi di genere, lo studio condotto da Linnea Nelli e Maria Enrica Virgillito sottolinea che nel contesto italiano gli effetti della She-recession sono stati ulteriormente aggravati da un processo di “femminilizzazione” del mercato del lavoro, derivante dalla combinazione di una preesistente segregazione occupazionale delle donne in settori caratterizzati da bassa remunerazione e contratti precari, con uno squilibrio nella divisione del lavoro di cura e assistenza all’interno delle famiglie a scapito della componente femminile, che risponde a logiche e visioni proprie del capitalismo patriarcale.[5] 

La soluzione auspicata dalle ricercatrici è quella di definire e attuare nuove politiche per riabilitare e riaffermare la centralità del settore della cura. In tal senso, Nelli e Virgillito adottano una prospettiva femminista e allargano lo sguardo oltre quello economico, invitando ad accogliere la visione del Manifesto della cura del collettivo londinese The Care Collective, secondo cui la creazione di una comunità della cura, reciproca, non paternalista, né assistenzialista si basa su quattro principi fondamentali: il sostegno reciproco, l’ampliamento dello spazio pubblico, la condivisione delle risorse materiali e immateriali e il consolidamento dell’impegno politico a livello locale [6].

L’obiettivo è far sì che l’intera società accolga oneri e onori della cura all’interno di una “infrastruttura della condivisione”, in cui lo spazio di cura si spinga oltre i confini familiari per includere modelli e forme di vita comunitarie permettendo una equa distribuzione delle attività di cura e assistenza, senza che queste siano considerate lavori improduttivi e principalmente femminili per natura o, quando retribuite, siano svolte principalmente da donne provenienti da contesti socio-economici svantaggiati. Come messo in luce dal collettivo inglese, la cura può essere invece una delle pratiche più radicali per affermare una nuova idea di società attenta ai bisogni collettivi.

Note

[1] Si faccia riferimento a Del Boca, 2022.

[2] Si veda Power, 2020.

[3] Su questo si veda Bonaccini et al., 2021.

[4] “for a long time we had simply been failing to care for each other, especially the vulnerable, the poor and the weak”, Chatzidakis et al., 2020, pagina 2. 

[5] Si veda Folbre, 2021.

[6] Nel “Manifesto della cura” (Chatzidakis et al., 2020), con il termine “cura” non si intende solo la cura “pratica”, ovvero il lavoro che le persone fanno quando si occupano direttamente dei bisogni fisici ed emotivi degli altri – per quanto questa dimensione del prendersi cura sia critica e urgente –, ma anche la capacità e l’attività sociale che comporta il nutrimento di tutto ciò che è necessario per il benessere e la prosperità della vita, riconoscendo e abbracciando le interdipendenze.

Riferimenti

S. Albanesi,  J., Kim, The Gendered Impact of the COVID-19 Recession on the US Labor Market, NBER working paper 28505, 2021.

L. Bonaccini, G. Gallo, S. Schicchitano, Will it be a she-cession?, GLO working paper 771, 2021.

A. Chatzidakis , J. Hakim,  J. Littler, C. Rottenberg, L. Segal, The Care Manifesto. The Politics of Interdependence, New York, Londra: Verso, 2020.

D. Del Boca, L’impatto del Covid-19 sul divario di genere in Italia, Fondazione Friedrich-Ebert (FES), 2022.

D. Del Boca et al., The impact of COVID-19 on the gender division of housework and childcare: Evidence from two waves of the pandemic in Italy, IZA Journal of Labor Economics, 11: 03, 2022.

N. Folbre, The Rise and Decline of Patriarchal Systems: an Intersectional Political Economy, New York, Londra: Verso, 2021.

International Labour Organization (Ilo), Care work and care jobs for the future of decent work, 2018. 

Istat, Capitolo 2. Due anni di pandemia: l’impatto su cittadini e imprese, Rapporto annuale 2022, 2022.

L. Nelli, M.E. Virgillito, Oltre la She-recession, una politica industriale per il settore della cura, Menabò 203/2023, 14 Novembre 2023. 

K. Power, The COVID-19 pandemic has increased the care burden of women and families, Sustainability: Science, Practice and Policy, 16:1, pp. 67-73, 2020.

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