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Il lavoro flessibile letto attraverso "biografie in transito" nel libro di Annalisa Murgia "Dalla precarietà lavorativa alla precarietà sociale". La femminilizzazione dei lavori, la transizione perenne, il welfare insufficiente: domande e risposte da una ricerca sul campo

La precarietà
è femmina?

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Ecco un libro in cui circolano aria fresca e idee nuove sulla vita raccontata da chi la vive dove le narrazioni delle esperienze lavorative sono intrecciate alle traiettorie delle esistenze di giovani donne e uomini, in carne ed ossa. Dove si restituisce voce e discorso pubblico ai soggetti.

Dalla precarietà lavorativa alla precarietà sociale, di Annalisa Murgia, dimostra che è possibile, anzi è necessaria, una riflessione sociologica che tematizzi i fenomeni partendo dalle rappresentazioni che ne forniscono i precari e le precarie considerati in quanto soggetti. Attualissime sono le domande di ricerca. Quali rappresentazioni hanno le precarie e i precari del lavoro della loro stessa condizione e in quale modo queste incidono sui processi di definizione delle identità? In che maniera si affronta la condizione della precarietà nelle varie fasi dei corsi di vita? Che effetti si vivono nella vita quotidiana?

Il libro rimanda all’ampio e consolidato filone di studi sociologici qualitativi sviluppatisi in questi anni, a ricerche come quella di Giovanna Fullin e per altri versi di Luca Salmieri, che hanno cercato di oltrepassare l’approccio lavoristico-contrattuale.

Per lo sviluppo della ricerca empirica, la scelta dello studio è quella di privilegiare settori nei quali la presenza femminile di lavoro flessibile è elevata, quali i servizi della grande distribuzione (scegliendo il caso emblematico del commercio) e i servizi qualificati ed esternalizzati di consulenza di cui si avvalgono le pubbliche amministrazioni. Ambiti in cui il lavoro in Italia, come in altre economie occidentali, è caratterizzato da un’elevata presenza femminile collocata peraltro in posti maggiormente instabili e meno tutelati. Un fenomeno importante e relativamente recente evidenziato in numerosi studi sulle trasformazioni del mercato del lavoro. L’autrice scende così sul campo per proporci una ricerca empirica qualitativa circoscritta territorialmente alla provincia di Trento, incentrata su di un ampio e significativo campione composto da quaranta interviste in profondità, rivolte a lavoratrici e lavoratori inseriti in ruoli temporanei e flessibili. Volendo evidenziare la dimensione soggettiva sceglie di utilizzare un approccio narrativo, che le consente di comprendere in quale modo le persone rappresentano la propria condizione a se stesse e agli altri, attraverso i propri racconti. L’analisi del contenuto e l’analisi legata al contesto dell’intervista, in termini di tempo, spazio e cultura di riferimento, le permette una lettura di tipo tematico che mette in luce gli elementi ricorrenti e trasversali presenti nelle diverse narrazioni.

Dai risultati di ricerca, al di là delle differenze contrattuali, di età, formazione e provenienza sociale delle e dei partecipanti, emerge la specificità di quello che è stato definito (o sempre più viene connotato) come processo di femminilizzazione dei lavori, ovvero di una disponibilità ad oltranza che viene pretesa, come una “naturale” disposizione al prendersi cura, al di là dei vincoli contrattuali.

Come altre ricerche stanno evidenziando, per esempio quella di Kristin Carls sulle rappresentazioni del lavoro nella grande distribuzione nell’area metropolitana di Milano, al lavoro è richiesto di produrre e di vendere una relazione mercificata con il cliente: alla fruizione del prodotto si accompagna e ne è premessa la fiducia che si riesce ad instaurare con il cliente, la disponibilità illimitata alla continua interazione flessibile. Secondo Cristina Morini, il fenomeno della femminilizzazione del lavoro comporta che qualità relazionali storicamente attribuite al modo femminile di essere (nel privato) vengano richieste dalle imprese ma né riconosciute né remunerate.

La ricerca di Annalisa Murgia, riconoscendo che sono proprio le capacità discorsive “femminili” ad essere le più ambite dalle imprese, dice delle cose importanti su tutto il mondo del lavoro. È a tutto il lavoro di oggi che viene chiesto di sapere di più, di comunicare di più, di essere più capace di interagire. L’operazione analitica di Murgia è dunque di estremo valore: non uno studio su di uno specifico segmento femminile, ma uno studio che usa consapevolmente uno sguardo di genere per aprire nuovi orizzonti interpretativi sull’esistente.

Inoltre, come evidenzia Barbara Poggio nell’introduzione, la ricerca ci parla di traiettorie professionali inestricabilmente connesse con altri elementi della vita sociale, altre priorità, quali ad esempio il valore e la qualità delle relazioni, la maternità – comunque rappresentata come una scelta e non come un obbligo sociale –, il bisogno di autodeterminare la propria vita, la cura di sé e degli altri, le scelte abitative, il tempo non remunerato e non remunerabile. La proposta dell’autrice è in questo senso quella di leggere (anche) il mondo del lavoro non usando più la categoria di carriera lavorativa, tutta rivolta all’interno del lavoro (e che molta buona sociologia del lavoro e delle professioni ha sinora impiegato), bensì quella di transizione, che sembra lasciare più spazio e più considerazione alla dimensione di traiettoria aperta che assume l’esistenza lavorativa contemporanea, alla pluralità di condizioni possibili attraversabili nel corso del tempo.

E non solo per le donne. Non principalmente più per le donne. Dal momento che dobbiamo fare i conti tutti con esistenze più flessibili, più femminili, potremmo dire con Touraine. Nel postfordismo il concetto di transizione appare cruciale per tutte le traiettorie lavorative poiché la costruzione del percorso socio-professionale si dà normalmente per tutti in un contesto più aperto, ma anche più incerto e indeterminato. Ci offre inoltre l’opportunità di leggere la precarietà attraverso lo sguardo e l’agire comunicativo ed intenzionato dei soggetti che la vivono e la descrivono. La precarietà stessa ne risulta ripensata: non è qualcosa di oggettivo e dipendente esclusivamente dalla mancanza di alcune tipiche tutele contrattuali del lavoro long term, bensì la risultante di mutevoli traiettorie sociali diversamente orientate da priorità di valori ed identità che si ridefiniscono nel corso delle fasi delle vita. O meglio – e su questo la ricerca apre alla possibilità di nuove riflessioni – è il corrispondere a queste traiettorie aperte ed incerte di un sistema di welfare dalla cittadinanza sociale assai lacunosa. Non a caso, le conclusioni dell’autrice rimandano alla necessità di un processo di riconfigurazione generale dello stato sociale, in modo che esso sia accessibile, seppur in forme diverse, a prescindere dalla forma contrattuale. Un welfare come quello attuale, invece, nel descrivere il lavoro temporaneo facendo riferimento alla “grande narrazione” del lavoro dipendente, a tempo pieno e indeterminato, probabilmente lo condanna (con tutto il lavoro postfordista) alla invisibilità della rappresentanza.

I limiti di questo studio lo accomunano a tutti gli studi qualitativi e rimandano alla difficoltà di generalizzazione dei risultati. La ricercatrice formula ipotesi, le implementa con una originale ricerca sul campo, dall’analisi dei dati (rappresentazioni) individua nuove connessioni di pensiero, ma non ottiene alcuna rappresentatività statistica. I risultati vanno in profondità ma non in estensione. Tra i meriti principali di questo studio vi è invece l’aver sollevato ed analizzato in maniera critica una serie di nodi relativi alla vulnerabilità e all’iniquità sociale, adottando una prospettiva che tenesse conto del punto di vista dei soggetti, del linguaggio e del pensiero dell’esperienza. Questa ricerca assolve quindi a funzioni importanti di tipo esplorativo e propedeutico. Esplorativo perché consente di comprendere di più euristicamente del rapporto tra precarietà e genere. Propedeutico (alla ricerca quantitativa) dal momento che permette di immaginare una nuova prospettiva di ricerca che sappia utilizzare degli strumenti concettuali così elaborati.

 

Annalisa Murgia, Dalla precarietà lavorativa alla precarietà sociale. Biografie in transito tra lavoro e non lavoro Odoya, Bologna, 2010

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Riferimenti bibliografici

 

Arendt Hannah, The Human Condition, Chicago, University of Chicago Press 1958 [trad. it. Vita Activa. La condizione umana, Milano, Bompiani, 1989].

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Carls Kristin, Affective Labour in Milanese Large ScaleRetailing: Labour Control and Employees’Coping Strategies, in Ephemera volume 7(1): 46-59, 2007 in http://www.ephemeraweb.org/journal/7-1/7-1carls.pdf

Carls Kristin, Flessibilità e controllo del lavoro nella grande distribuzione – esperienze di conflitto e prassi di confronto e adattamento dei lavoratori, paper presentato al Terzo Workshop Etnografia e ricerca sociale, Università di Bergamo, 25-27 giugno 2009

Fullin Giovanna, Vivere l’instabilità del lavoro, Bologna, Il Mulino, 2004

Morini Cristina, Per amore o per forza: femminilizzazione del lavoro e biopolitiche del corpo, Milano, Ombre Corte, 2010

Poggio Barbara, Mi racconti una storia? Il metodo narrativo nelle scienze sociali, Roma, Carocci, 2004

Regalia Ida, Al posto del conflitto: le relazioni di lavoro nel terziario, Bologna, Il Mulino, 1990

Salmieri Luca, Coppie flessibili. Progetti e vita quotidiana dei lavoratori atipici, Bologna, Il Mulino, 2006

Touraine Alain, Il mondo è delle donne, Milano, Il Saggiatore, 2009