Articolodisuguaglianze - istruzione - pari opportunità - pay gap - pensioni

Compensare le donne
con le pensioni

Foto: Flickr/duncan c

Per una vera equità, la riforma del sistema pensionistico dovrebbe tener conto delle differenze dettate dall'appartenenza di genere e dal livello di istruzione. Facciamo i conti per capire come

Articoli correlati

SPECIALE EUROPA. Romania, Ungheria, Polonia: la guerra alla parità è partita dall'Europa orientale e centrale e lentamente si sta diffondendo sostenuta dalle chiese e dai governi conservatori e populisti

SPECIALE EUROPA. Il governo di Viktor Orbán, in Ungheria, ha deciso di eliminare gli studi di genere dalle università. Anikó Gregor, responsabile di uno di questi corsi all'Università Eötvös Loránd di Budapest, fornisce una chiave di lettura per comprendere cosa sta succedendo nel paese

SPECIALE EUROPA. A poche settimane dalle elezioni europee, e dopo i fatti di Verona, inGenere dedica uno speciale ai diritti delle donne in Europa. Iniziamo dall'Ungheria, dove il governo non ha nessuna intenzione di recepire la Convenzione di Istanbul, ha eliminato gli studi di genere dalle università e non perde occasione per far riferimento al mito della 'buona madre'

"Cinque giorni per i padri sono soldi buttati". Secondo Maria Fermanelli, pioniera del gluten free in Italia e presidente di Cna impresa donna, per colmare il gender gap serve una volontà politica forte che promuova la condivisione reale della genitorialità

In Italia fino alla fine del 2009 le donne andavano in pensione a 60 anni e gli uomini a 65 e, mediamente, vi rimanevano rispettivamente 25,9 e 17,9 anni, tanto quanto la loro attesa di vita, che consentiva alle prime di percepire la pensione per un periodo più lungo, in media di 8 anni, rispetto agli uomini. Anche alla luce delle più recenti riforme, che prevedono la stessa età al pensionamento per entrambi i generi a partire dal 2019, le donne continuano ad essere favorite di oltre 3 anni, perché la loro attesa di vita a 65 anni è di 22,3 anni mentre quella dei loro coetanei è di 19,1 anni. Tuttavia, in ragione dell’equità attuariale, l’annualità di pensione calcolata con il metodo contributivo – data dal prodotto del capitale accumulato, dipendente dai contributi versati nell’arco della vita lavorativa, e dei Coefficienti di Trasformazione (CT), dipendenti dall’età al pensionamento e dalla sopravvivenza media a quell’età  – considera l’attesa di vita dell’intera popolazione, cosicché, a 65 anni, questa è per entrambi di 20,7 anni in media, evidenziando uno svantaggio di 1,6 anni per gli uomini.

Se l’appartenenza di genere produce differenze nei livelli di sopravvivenza e quindi nei trattamenti pensionistici percepiti, non meno importanti sono le differenze prodotte dall’appartenenza ad una determinata classe sociale o professionale o a gruppi con diversi livelli di istruzione. Rispetto a quest’ultimo aspetto, considerando le tavole di mortalità dell’Istat del 2012, si evidenzia, come a 65 anni un uomo con basso livello di istruzione abbia un’attesa di vita in media, rispettivamente, di 2 e 5 anni più bassa di quella di un suo coetaneo o di una sua coetanea con alto livello d’istruzione.

Senza entrare nel merito dell’adeguatezza o attenersi strettamente al principio dell’equità attuariale, sarebbe interessante valutare il peso di questa scelta, in termini di annualità di pensione, se si decidesse di differenziare i coefficienti di trasformazione per genere o per livello di istruzione. I coefficienti rappresentati in Figura 1 (immagine a sinistra) si riferiscono ai due generi, insieme e separatamente, e mostrano, in primo luogo, una notevole crescita all’aumentare dell’età. Inoltre, i coefficienti per gli uomini sono più alti di quelli di “legge”, quindi, a parità di contributi versati, l’annualità di pensione attribuita dalla norma li penalizza a tutte le età al pensionamento. Ovviamente, per le donne succede il contrario.

Per valutare l’impatto teorico delle differenze osservate sul calcolo dell’annualità di pensione spettante, si consideri, per uomini e donne, un’età al pensionamento di 65 anni ed un uguale capitale accumulato di 270 mila euro. Se il calcolo è effettuato per i due generi separatamente secondo gli stessi coefficienti (a 65 anni, uguale a 5,526%), l’annualità mediamente percepita dai sessantacinquenni pensionandi con il montante indicato è di 14.920 euro annui. Se, al contrario si applicano allo stesso montante i coefficienti calcolati separatamente per ciascun genere (5,639% per gli uomini e 5,412% per le donne), ogni uomo potrebbe contare su un’annualità di pensione di 15.225 euro e ogni donna su una di 14.612 euro. Lo svantaggio maschile prodotto dall’equità attuariale sarebbe di circa 300 euro annue e la differenza tra le annualità percepite da un uomo e da una donna sarebbe di ben 613 euro (4,2 per cento). Tali differenze possono essere viste come un effetto redistributivo della rendita, dalla più bassa sopravvivenza degli uomini a quella più alta delle donne.

Figura 1. Coefficienti di trasformazione per genere (immagine a sinistra) e per livello di istruzione e genere (immagine a destra). 2012. Italia. 

Fonte: Elaborazioni proprie su dati Istat (www.demo.istat.it 2016)

Un'importante redistribuzione dal basso verso l’alto si realizza di fatto quando non si tiene conte del livello di istruzione. Riprendendo l’esempio precedente, l’annualità di pensione percepita a 65 anni da un uomo con basso livello di istruzione (coefficiente a 65 anni uguale a 5,675%) sarebbe 15.323 euro, del 4,5 per cento – 659 euro annui – più alta di quella di un coetaneo con alto livello di istruzione (coefficiente 5,431%) che dovrebbe percepire 14.664, mentre secondo l’attuale legge sarebbe per entrambi uguale a 14.920 euro.

Un evidente squilibrio si nota quando si confrontano i coefficienti calcolati per gli uomini con basso livello di istruzione con quelli delle donne con istruzione più alta (Figura 1, immagine a destra). La differenza di annualità tra gli uni (coefficiente a 65 anni uguale a 5,431%) e le altre (coefficiente uguale a  5,261%) sarebbe di 1.118 euro, del 7,9 % superiore per gli uomini (annualità di 15.323) rispetto a quella delle loro coetanee (annualità di 14.205).

L’esempio del capitale accumulato uguale per tutti è una semplificazione necessaria solo per misurare l’effetto dei coefficienti di trasformazione sul calcolo dell’annualità di pensione. È noto che, generalmente, gli individui che hanno minori attese di vita sono anche quelli che fanno parte dei gruppi sociali più svantaggiati e che vanno in pensione, a parità di età, con un capitale accumulato più basso per aver percepito quasi sempre salari più bassi, con il risultato che, alle diseguaglianze sociali già esistenti durante la vita lavorativa, se ne aggiungono altre nella vita da pensionati. La conseguenza è che le diseguaglianze si accrescono nella parte della vita sicuramente più fragile, specie per coloro che appartengono al gruppo sociale più svantaggiato, soprattutto dal punto di vista della salute.

Diverso è il dibattito sociale e politico sulle differenze di genere. Rispetto alle differenze di sopravvivenza in età avanzata, molti studi dimostrano che valutando l’attesa di vita in buona salute, le donne vivono più a lungo ma la loro salute è peggiore.

L’argomento più convincente rispetto alle scelte politiche di creare un sistema pensionistico uguale per uomini e donne, non è quello, più tecnico che politico, del mantenimento del principio dell’equità attuariale, quanto quello di tener conto di tutti gli ostacoli che le donne incontrano durante la loro vita lavorativa, per effetto di una discriminazione di genere, di retribuzioni più basse, del loro ruolo di madri e della maggiore responsabilità familiare che la nostra cultura loro attribuisce, incidendo notevolmente sul numero di anni di contribuzione e, ancor più, sul capitale accumulato. Sembra pienamente accettabile che al momento della pensione vengano compensate, almeno per ciò che hanno perduto, dedicando una parte della loro vita al lavoro di cura e domestico non retribuito

Ci si può chiedere se sia giusto che anche gli uomini più sfavoriti, debbano sacrificare parte della loro annualità di pensione per compensare le penalizzazioni delle donne in età lavorativa. Sarebbe socialmente più equo tenere presente che esistono penalizzazioni enormi anche nei confronti delle categorie di lavoratori più svantaggiate, sia per il tipo di lavoro usurante sperimentato nel corso delle loro carriere lavorative sia, e soprattutto, per i ridotti salari percepiti. Se non si vuole toccare il principio dell’equità attuariale, mantenendo in essere un sistema pensionistico uguale per tutti, bisognerà probabilmente intervenire per evitare che le già importanti diseguaglianze sociali esistenti, finiscano, per questa via, con l’accrescersi proprio al momento del pensionamento. Già negli ultimi interventi governativi si è tenuto conto della necessità di anticipare l’età al pensionamento per coloro che svolgono lavori più usuranti (APE sociale e blocco dell’età al pensionamento). Questi provvedimenti non sono però accompagnati da strumenti che impediscano di penalizzare la loro annualità di pensione per effetto dell’utilizzo di coefficienti di trasformazione più bassi, derivanti da un anticipo dell’età di uscita. 

Note

Tutti i risultati riportati in questo lavoro sono presi da un articolo delle autrici dal titolo “Survival Inequalities and Redistribution in the Italian Pension System”, in corso di pubblicazione su Vienna Yearbook of Population Research. Le opinioni espresse in questo articolo sono quelle delle autrici e non riflettono necessariamente quelle dell’Istat.

Riferimenti

Donnelly C., Actuarial fairness and solidarity in pooled annuity funds, ASTIN Bulletin, 2015, pp. 45, 49-74

Istat, Diseguaglianze nella speranza di vita per livello di istruzione, 16 aprile 2016

OCSE, Gender wage gap (indicator), doi: 10.1787/7cee77aa-en, luglio 2017

Leggi anche

Pensioni, è questa l'equità che vogliamo?

Pensioni d'oro e di cenere, il gap che non fa scandalo

Pari alla pensione, il trend europeo