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Il Giappone che tiene
indietro le donne

Foto: Unsplash/ @imjma

Da angeli del focolare a occupate usa e getta, come lavorano le donne in Giappone negli anni della cosiddetta abenomics

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“Per favore, fate molti figli!”, è il consiglio che Yoshihide Suga, il successore di Shinzō Abe alla guida del Giappone, ha rivolto alle donne giapponesi in un discorso alla Fuji TV nel settembre 2015.

Anche Tarō Asō, già premier nel 2008-2009 aveva rincarato la dose nel 2019, dichiarando che il vero problema del paese non erano gli anziani, bensì le donne senza figli. Un’affermazione che gli era valsa il riconoscimento di “commento più sessista dell’anno” nel panorama politico nipponico.

Queste esternazioni non sono altro che gli esempi più lampanti della forte pressione sociale a cui le donne giapponesi sono quotidianamente soggette, influenzate da uno stereotipo di vecchia data che  sembra relegarle all’immarcescibile ruolo di ryōsai kenbo (buona moglie, madre saggia) – un ideale educativo risalente agli ultimi anni del periodo Meiji (1868-1912) secondo cui è compito delle donne provvedere alla casa e prendersi cura dei bambini e del marito, creando un nido domestico che funga da rifugio per l’uomo che lavora fuori casa tutto il giorno.

Questo “angelo del focolare” ha tuttavia giocato un ruolo fondamentale nello sviluppo economico della società giapponese: i doveri domestici ed educativi della donna avevano infatti il fine ultimo di supportare la crescita economica del paese tramite il lavoro riproduttivo, offrendo allo stato figli in salute e supportando gli uomini affinché fossero produttivi sul lavoro.

Nel secondo dopoguerra, all’ideale della buona moglie e saggia madre si è inoltre affiancato quello del “sesso che partorisce”, quasi come se il dovere, o il fine ultimo, di ogni donna dovesse necessariamente compiersi tramite la nascita di nuovi figli in salute. Ovviamente molto è cambiato negli anni, a partire dalle istanze portate avanti dal movimento femminista negli anni Settanta. Ma se ancora oggi, nella seconda decade degli anni Duemila, un politico non si pone problemi nel giudicare l’utilità sociale di una donna in base al numero di figli, significa che tali stereotipi continuano a influenzare la percezione del femminile nel Giappone contemporaneo.

Foto di Marta Fanasca

Com’è possibile, al giorno d’oggi, parlare ancora di donne relegate alla sfera domestica che non sono parte della forza lavoro? Quale è il ruolo della donna nel Giappone di oggi?

Osservando il mondo del lavoro giapponese, le donne appaiono fortemente integrate nel mercato e sempre più lontane dall’ideale dicotomico del lavoro riproduttivo come esclusivo femminile e del lavoro produttivo come prerogativa maschile. Secondo stime ufficiali, il numero di donne attive in Giappone in nell’età compresa tra i 15 e i 64 anni ha raggiunto la cifra record di 28,2 milioni nel primo trimestre 2020, con un tasso di partecipazione pari al 72,6% nel 2019 – una percentuale più alta rispetto alla media Ocse.

Un incremento fortemente sostenuto dal governo, che ha trasformato la womenomics (da women + economics, espressione coniata nel 1999 da Kathy Matsui, attuale vicepresidente di Goldman Sachs) all’interno del cappello di riforme dell’abenomics, (Abe + economics), la serie di azioni finanziarie, fiscali e strutturali volute dall’ormai ex premier Shinzō Abe a partire dal 2014 per il rilancio della stagnante economia nipponica.

La womenomics, in particolare, fa parte della cosiddetta “terza freccia” dell’abenomics, ovvero le riforme strutturali. Sulla carta, la womenomics avrebbe dovuto rappresentare il caposaldo della proposta di Abe di creare una società dove tutte le donne potessero “brillare”. La womenomics si proponeva di incrementare il tasso di partecipazione del lavoro femminile; di favorire il ritorno delle donne con figli nel mercato del lavoro; di ridurre il divario salariale; di migliorare i termini del congedo di maternità; di aumentare la rappresentanza delle donne a livello manageriale e politico; e di offrire maggiore supporto per le madri lavoratrici (ad esempio asili nido).

La maggiore integrazione e valorizzazione delle donne nel mercato del lavoro risponderebbe infatti alla necessità di crescita del Pil del Giappone: nel 2019 si ipotizzava che portare il tasso di occupazione femminile allo stesso livello maschile avrebbe generato una crescita del 10%. In altre parole, la womenomics motiva l’esigenza di una maggiore integrazione delle donne non tanto sulla base di principi di equità di genere, ma di criteri di efficienza economica.

L’evidenza empirica suggerisce che l’integrazione delle donne nel mondo del lavoro in Giappone non nasce da un desiderio di uguaglianza di genere o di sovvertimento delle norme socioculturali, ma deriva dall’utilizzo dell’occupazione femminile come strumento per raggiungere un obiettivo macro-economico.

Ma quali sono gli effettivi benefici sulle donne? Nonostante le riforme annunciate a seguito della Womenomics, è ancora presente una forte disparità salariale: guardando al differenziale retributivo orario, le donne guadagnano in media il 25% in meno rispetto agli uomini, il gap più alto tra i paesi del G7 e il secondo più alto tra i paesi Ocse.

A dispetto dell’alto tasso di partecipazione, una disamina più attenta dei dati mostra che il 56% delle donne giapponesi è occupata part-time, e con contratti atipici. Le fortunate che possono vantare un lavoro stabile, a tempo pieno e indeterminato, sembrano godere di maggiori vantaggi solo in superficie.

Nonostante la normativa vigente[1] vieti ogni tipo di discriminazione sul luogo di lavoro, di fatto donne e uomini sono inquadrati in un “sistema a doppia carriera”: gli uomini vengono tradizionalmente spinti a intraprendere il sōgōshoku, percorso che porta a posizioni manageriali ma che prevede anche dedizione estrema in termini di tempo (ore di straordinario), trasferimenti obbligati e sviluppo di competenze; le donne vengono invece inserite frequentemente nell’ippanshoku, percorso lavorativo generalista che richiede meno dedizione e competenze ma non permette avanzamenti di carriera, formazione professionale a lungo termine e incrementi retributivi. Il risultato è una gerarchia organizzativa basata su pregiudizi di genere, in cui molte donne vengono spinte al percorso generalista in tacita previsione della maternità e del matrimonio, e dove si ha limitato accesso a opportunità di carriera. Inoltre, se e quando una donna cerca di rientrare nel mondo del lavoro dopo un congedo di maternità – solo il 53% lo fa – il sistema la “punisce” offrendole accesso a un impiego meno retribuito e meno dignitoso rispetto al precedente.

Foto di Marta Fanasca

A dispetto degli obiettivi stabiliti dalla womenomics e dei suoi risultati, largamente pubblicizzati come positivi, le donne giapponesi continuano a ricoprire un ruolo marginale nell’economia e nel mercato del lavoro: stando al World Economic Forum’s Global Gender Gap Report 2020, il Giappone è risultato occupare la 121esima posizione su 153 per la parità di genere. Un record di cui non andare fieri.

Come se non bastasse, l’emergenza Covid19 ha reso evidenti altre problematiche relative all’occupazione femminile: le donne sono infatti risultate essere le prime a subire il taglio dei posti di lavoro. È evidente che per molti imprenditori la forza lavoro femminile rappresenta soltanto un supporto allo stipendio dell’uomo, visto come il vero lavoratore e pilastro dell’economia familiare. Una donna può restare disoccupata, tanto c’è un uomo a guadagnare per lei.

Purtroppo i dati non sono incoraggianti, e le donne giapponesi sembrano ancora soggette a una visione stereotipata della femminilità e del modo di essere donna, insieme a un’ideologia, molto più contemporanea e neoliberista, che le vede solo come strumento politico atto a colmare lacune nella forza lavoro ed evitare potenziali rischi di recessione: lavoratrici usa e getta in un’economia zoppicante, che non riesce a sfruttare il vero potenziale che le donne potrebbero offrire. Il risultato è un incancrenirsi di disuguaglianze strutturali per le quali la donna rimane un agente economico determinato dalle costrizioni del mercato del lavoro e dagli impegni familiari.

In   conclusione, nonostante un incremento di quasi 10 punti percentuali del tasso di occupazione femminile (63,2% nel 2010 e 72,6% nel 2019, secondo i dati Ocse) e l’impegno sbandierato dal governo, di fatto non si è assistito a nessun significativo miglioramento della posizione delle donne nella società e nel mercato del lavoro giapponesi. 

Shinzō Abe ha annunciato le sue dimissioni lo scorso 28 agosto. La fine del suo mandato potrebbe coincidere con la fine dell’abenomics, e dunque della fallimentare womenomics. Il suo successore, Yoshihide Suga, sarà in grado di proporre un’alterativa più valida e meno influenzata da stereotipi di genere obsoleti? Considerati i commenti citati in apertura, le premesse non sono delle migliori.

Note 

[1] Equal Employment Opportunities Law 1985/1997/2006 e successive revisioni, nonché iniziative quali il Gender Equality Bureau.

Riferimenti

Gottfried, H. (2015). The reproductive bargain: Deciphering the enigma of Japanese capitalism. Brill.

Matsui, K., Suzuki, H., Tatebe, K., & Akiba, T. (2019). Womenomics 5.0: 20 Years On. Goldman Sachs

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