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Un anno di #MeToo
Il costo delle molestie

Foto: Unsplash/ Mihai Surdu

A un anno dal primo #MeToo un gruppo di ricercatrici ha monitorato più di due milioni di Tweet per riflettere sul movimento e oggi lancia una sfida più grande: misurare quali sono i costi delle molestie sul lavoro

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Come sottolineava Ida Dominijanni all’inizio dell’anno, “le donne parlano quando possono parlare: quando si può aprire una crepa nel regime del dicibile e dell’indicibile, e l’autorizzazione a dire la verità soggettiva prevale sul silenzio-assenso femminile necessario al mantenimento dell’ordine patriarcale.” 

E la crepa, a distanza di un anno dal primo tweet di Alyssa Milano, è ora ben visibile. 

Ci stiamo occupando da qualche mese di monitorare l’andamento del fenomeno su Twitter, nell’ambito del progetto Minerva, cofinanziato dalla Fondazione europea di studi progressisti (FEPS, con sede a Bruxelles) e dall’associazione Economia civile, di cui facciamo parte. Con l’aiuto di esperti informatici abbiamo raccolto più di 2 milioni di tweet, da circa un milione di utenti Twitter, a partire da ottobre 2017 fino ad aprile 2018 (tabella 1). Non abbiamo considerato solo l’hashtag #MeToo in lingua inglese, ma anche alcuni equivalenti europei come #balancetonporc in Francia, #QuellaVoltaChe in Italia, #yotambien in Spagna e #sistabriefen in Svezia. 

Tabella 1. Tweet da ottobre 2017 ad aprile 2018.

Qual è la sfida per chi si occupa di economia come noi di fronte a questi dati, a queste informazioni?

In primis capire se dall’analisi testuale di questo enorme e complesso insieme di informazioni è possibile fare emergere una definizione condivisa di molestie sessuali. E poi legare le molestie all’ambiente lavorativo, per valutarne le ripercussioni in termini di differenziali salariali e condizioni di lavoro.

Il nostro è indubbiamente un progetto ambizioso, per vari motivi. 

La definizione corrente di “molestia sessuale” è quantomai generica a livello comunitario: si definisce tale una “situazione nella quale si verifica un comportamento indesiderato a connotazione sessuale, espresso in forma verbale, non verbale o fisica, avente lo scopo o l'effetto di violare la dignità di una persona, in particolare attraverso la creazione di un clima intimidatorio, ostile, degradante, umiliante o offensivo”[2]. 

Nel 2007, le parti sociali europee – Ces, Businesseurope, Ueapme e Ceep – hanno siglato un accordo quadro europeo sulle molestie e la violenza sul luogo di lavoro secondo il quale varie sono le forme di molestie e di violenza che possono presentarsi sul luogo di lavoro:

  • molestie di natura fisica, psicologica e/o sessuale; 
  • incidenti isolati o comportamenti più sistematici; 
  • molestie tra colleghi, tra superiori e subordinati o da parte di terzi (ad esempio clienti, pazienti, studenti, ecc.); 
  • da manifestazioni lievi di mancanza di rispetto ad altri atti più gravi, ad esempio reati che richiedono l'intervento delle autorità pubbliche.

L'intento del monitoraggio è quello di misurare il danno economico per imprese e organizzazioni, legato a problemi come il basso morale, il turnover dei dipendenti, la riduzione delle prestazioni lavorative e l'assenteismo causato dalle molestie, e valutare i costi (diretti e indiretti) per le vittime di molestie, che possono manifestarsi in bassi salari, interruzioni di carriera o addirittura nella perdita del posto di lavoro. L'indagine si inserisce in un filone di ricerca nuovo e sempre più consistente sull'economia della violenza.[3]

La campagna #MeToo, la cui portata è legata anche e soprattutto all'aver rivelato nomi e cognomi di personaggi potenti, conferma a un livello più esteso quello che già alcuni dati avevano iniziato a tracciare su scale più piccole: che le donne che lavorano nel settore dei servizi, in particolare le donne appartenenti a minoranze etniche, sono particolarmente vulnerabili alle molestie; che alcuni fattori di rischio ci dicono quali ambienti sono più propensi a produrre molestie; che le donne in posizioni apicali in campi a predominanza maschile possono essere obiettivi particolarmente sensibili [4].

Ma dobbiamo sapere di più. Come ricercatrici (e ricercatori) siamo tutte chiamate ad analizzare l’impatto economico delle molestie sul posto di lavoro, confrontando le potenziali differenze tra le industrie, ma anche l’interagire di una più ampia discriminazione di genere con le molestie sessuali. Oggi più che mai, è urgente capire se le donne che respingono le molestie sono costrette a ricoprire posti di lavoro svantaggiati, qual è l’impatto delle molestie sui differenziali salariali di genere, quali sono gli effetti delle molestie, di breve e lungo periodo, su retribuzioni, carriere e autonomia finanziaria (inclusa la copertura previdenziale).

È a questo tipo di domande che nel prosieguo della nostra ricerca cercheremo di trovare risposta, convinte che la campagna #MeToo abbia creato un terreno fertile di confronto, accademico e non, per tutte noi. 

La ricerca sarà presentata dalle autrici all'Università Sapienza di Roma il 7 novembre e a Bruxelles il 23 novembre 2018.

Note

[1] Incontro di Via Dogana 3, Parlano le donne parlano, 14 gennaio 2018.

[2] Direttiva 2006/54/CE

[3] Ai costi economici della violenza inGenere ha dedicato diversi approfondimenti, si vedano gli articoli: Economia della violenza e Fare i conti con la violenza. Intanto, Elena Stancanelli e Shoshana Grossbard hanno appena firmato un report per la National Academy of Sciences di Washington intitolato proprio The Economic Costs of Workplace Sexual Harrassment (in corso di pubblicazione) e seguito alla diffusione del rapporto sulle conseguenze delle molestie sessuali in accademia.

[4] Lynn Parramore (2018), si vedano anche #MeToo the economic cost of sexual harassmentReality check: why #MeToo will not stop men from hiring women