Con il recepimento in corso della direttiva europea sulla trasparenza salariale si riapre il dibattito sul gender pay gap. Come misurarlo se superare le differenze salariali su base oraria non è sufficiente a risolvere le forti disparità di reddito che ancora separano uomini e donne nel nostro paese? Un'analisi a partire dai dati
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Recepire la direttiva europea sulla trasparenza salariale in maniera efficace può essere l'occasione per correggere il gap di genere in un mercato del lavoro che in Italia penalizza soprattutto donne e persone giovani. Cinque proposte per i legislatori, dagli standard di semplicità alla trasparenza inter-aziendale
Trasparenza salariale: il decreto di recepimento della direttiva europea in Italia ne limita di fatto la portata. Rendendo marginale il ruolo delle parti sociali e ridimensionando alcune prescrizioni normative, il testo imbriglia la valutazione del lavoro "di pari valore" che altri paesi europei hanno invece colto come opportunità per arginare le discriminazioni di genere in ambito professionale
Se non terrà conto del contesto italiano, il testo del decreto legislativo con cui il Governo si appresta a recepire la direttiva europea sulla trasparenza salariale rischia di essere tutt'altro che rivoluzionario. E, da solo, non basterà a colmare le disparità di genere nel mercato del lavoro che continuano a svantaggiare le donne
Nel libro Il diritto all'equilibrio vita-lavoro, Rosita Zucaro ripercorre le tappe di quello che è a tutti gli effetti il punto cardine di un percorso verso la parità fra uomini e donne avviato nel Novecento. Per renderlo un diritto universale in Italia e in Europa sarà necessario però ampliare l'utilizzo di strumenti come il lavoro agile e allineare le politiche
Contrastare le dimissioni volontarie delle madri lavoratrici in Italia significa prima di tutto ripensare il diritto alla luce delle disparità di genere nel mercato del lavoro, per scardinarle. Una proposta che parte dall'Emilia-Romagna
Il 17 novembre è l'Equal Pay Day, giorno in cui simbolicamente le donne in Europa smettono di essere pagate fino alla fine dell'anno per il divario retributivo che le penalizza rispetto agli uomini. Un gap su cui incidono stereotipi e barriere culturali, a cominciare dalla scelta dei percorsi di studio delle ragazze
Nonostante sulla carta sia scomparsa dalla metà degli anni Settanta, nel sistema italiano di tassazione e agevolazioni esiste ancora la figura del "capofamiglia". E le politiche fiscali e familiari restano radicate ai ruoli di genere tradizionali, che relegano le donne al lavoro non retribuito
Intrappolate tra carichi di cura familiari e un mercato del lavoro che le svalorizza in termini di tempi e di salari, le donne in Italia sono ancora a maggiore rischio di povertà individuale. Un'analisi a partire dai dati più recenti
Superare il modello di welfare familista, basato sui ruoli di genere tradizionali e sull'idea del male breadwinner, è possibile. In Spagna sta accadendo grazie a politiche di sostegno all'occupazione femminile e che promuovono una reale condivisione dei carichi di cura tra uomini e donne all'interno delle famiglie. Un confronto con l'Italia a partire da dati
In Italia le donne sono più precarie e meno pagate, immerse nel paradosso di un mercato del lavoro che le penalizza quando diventano madri e con pensioni più basse. Il commento a partire dagli ultimi dati diffusi dall'Inps