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Corpi e
pianeti

Foto: Unsplash/Jonathan Cooper

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La terra brucia, le estati sono sempre più calde e le piogge sempre più scarse. Persino l’Europa del Nord si abitua a vedere i propri parchi rigogliosi diventare gialli. I governi istituiscono lo stato di emergenza nazionale e chiedono alle persone un uso sempre più parsimonioso dell’acqua potabile. E intanto divampano gli incendi, aumenta la temperatura degli oceani e il livello del mare: lo scenario scongiurato dagli accordi di Parigi sul clima assomiglia ogni giorno di più al nostro presente.

Nel 2050, annunciava poco prima della pandemia una mappa pubblicata su Nature dal gruppo di ricerca Climate Central, le coste di Londra, Venezia, Jakarta, New Orleans, Mumbai, Shangai, Bangkok finiranno sott’acqua. Il video collage diffuso alla fine del 2019 dal glaciologo Mark Fahnestock, ricomponeva bene in un time-lapse il moto inquieto degli ultimi ghiacci che si vanno sciogliendo in Alaska. E sono di pochi giorni fa le immagini satellitari che documentano il prosciugarsi del più grande bacino idrico americano, il lago Mead, in soli 22 anni.

Siamo esseri fragili, ci dicono queste immagini, siamo legati gli uni agli altri in base alla nostra vulnerabilità, la pandemia non ha fatto che mettere questo concetto sotto un vetro. Mentre c’è chi già da tempo progetta di trasferire un milione di “privilegiati” su Marte, e i social network moltiplicano in modo esponenziale le prime immagini rilasciate dal supertelescopio di Webb inviato in orbita dalla Nasa, è arrivato il momento di pensare ai nostri corpi come pianeti e al nostro pianeta come a un corpo. Un percorso di letture per iniziare a farlo. 

Corpo celeste, Anna Maria Ortese (Adelphi, 1997)“Invece, su un corpo celeste, su un oggetto azzurro collocato nello spazio, proveniente da lontano, o immobile in quel punto (così sembrava) da epoche immemorabili, vivevamo anche noi”. In questa breve quanto intensa raccolta di pensieri che Ortese dà alle stampe l’anno prima di morire, la scrittrice, da sempre attenta e vicina ai regni non umani, invita a un cambio di prospettiva per ripensare il nostro rapporto con la materia e con il mondo: la terra, il pianeta di cui siamo ospiti, è essa stessa un corpo celeste. Siamo già in un "sovramondo", nello spazio non dobbiamo andarci ma ci siamo già. Da questa prospettiva prende corpo una preziosissima, e dolorosissima, successione di ragionamenti che a partire dall'attività di Ortese come scrittrice vissuta pazientemente ai margini di un'egemonia culturale – il pensiero intellettuale dominante nell'ambiente letterario italiano di quegli anni, decisamente maschilista e antropocentrico e non così lontano poi da quello attuale – approda a una serie di interviste che l’autrice rivolge a se stessa, e quindi di conversazioni con se stessa, offrendo a chi legge una costellazione di spunti e lampi d'intuizione ancora molto validi sulla natura umana e delle cose. Una lettura irrinunciabile per prendere coscienza sul nostro destino come persone e come specie. 

La fine dell’uomo, Joanna Zylinska (Rogas, 2021)“Immagini seducenti di razzi appuntiti simili a proiettili con teste arrotondate, fumanti, pulsanti e poi sollevati per perforare l’atmosfera rosa e morbida della Terra durante il loro viaggio verso Marte. Era un porno spaziale in CGI di altissimo livello che veniva leccato dalla folla selvaggia”. In questo saggio denso di concetti e riferimenti e intriso di una sottile ironia femminista, la filosofa inglese smonta la narrazione dell’estinzione umana come esito prevedibile del cosiddetto “antropocene” e allo stesso tempo smaschera le smanie di colonizzazione maschilista dello spazio e di elevazione dell’umano a condizione divina attraverso l’intelligenza artificiale, descrivendole come facce dello stesso fenomeno: la paura del maschio bianco benestante di essere spodestato di ogni privilegio, e l’errore cognitivo di far coincidere la fine del patriarcato con la fine della specie. Passando per il pensiero di Donna Haraway, Karen Barad, Rosi Braidotti, Anna Lowenhaupt Tsing, Zylinska articola una controapocalisse femminista, che recupera la precarietà come condizione esistenziale del vivente, e i legami come pratica fondante di qualsiasi etica necessaria alla sopravvivenza del e sul pianeta.

Mantide, Julia Armfield, (Bompiani, 2022)“Mi ritrovai col viso premuto sul suo petto nel punto troppo molle in cui la carne era ancora intatta e compresi che la superficie della terra è più sottile in alcuni punti. Sono i luoghi dove si rifugiano le cose più strane e vere”. Una ragazza perde strati di pelle mentre si trasforma in una donna-insetto, una matrigna veste da bambina il suo lupo femmina ed educa la figlia adottiva come un lupo, una città colpita dall’insonnia vede sdoppiarsi come fantasmi le sue persone, una coppia di naufraghi si prepara ad allevare un figlio partorito dal mare, una donna preferisce seppellirsi sotto un banco di meduse sulla spiaggia piuttosto che accettare la fine del suo matrimonio. In questa raccolta di racconti, suo libro di debutto, Julia Armfield, giovanissima autrice londinese, raccoglie un inventario di cose "strane e vere", e lo fa col piglio meravigliato di una scrittura adolescente e acerba, serbatoio di scoperte e prime volte, e allo stesso tempo portatrice di un guizzo tanto vitale da risultare mostruoso. Nove storie brevi e iperreali per esplorare il corpo come si farebbe con un universo sconosciuto, e descriverlo nelle sue sorprendenti e conturbanti sbordature nell’animale inumano che siamo.

Everybody, Olivia Laing (Il Saggiatore, 2022)“La mia infanzia mi ha insegnato che il corpo è un oggetto la cui libertà è ridotta dal mondo, ma mi ha lasciato anche l’idea che il corpo sia un a forza di liberazione a pieno titolo”. Nel suo lungo saggio dedicato ai corpi, la scrittrice e critica letteraria Olivia Laing mette nero su bianco quasi un secolo di storia umana, tenendo insieme psicanalisi e politica, medicina e sessualità, arte e scienza, guerra e religione. Dal nazismo alla crisi dei rifugiati, dalla liberazione sessuale a Blak Lives Matter, passando per la pandemia, la crisi climatica e le battaglie della comunità Lgbtq – e non senza aver attraversato i lavori e le parole di Susan Sontang, Nina Simone, Agnes Martin – una ricca dissertazione su cosa significa abitare un corpo su un pianeta dove la libertà dei viventi è costantemente tenuta sotto scacco da logiche di prevaricazione e oppressione.

Melma rosa, Fernanda Trías (SUR, 2022). “L’inizio non è mai l’inizio. Ciò che confondiamo con l’inizio è solo il momento in cui ci accorgiamo che qualcosa è cambiato. Un giorno comparvero i pasci: quello fu un inizio. Una mattina, le spiagge erano coperte di pesci argentati, sembravano un tappeto di frammenti di vetro o tappi di bottiglia”. Un vento tossico avvelena le strade della città portuale al centro del romanzo della scrittrice uruguaiana Fernanda Trías. E poi una strana nebbia, e poi persone che si scorticano, prurito sulle gambe e macchie sulle braccia, gengive che sanguinano. Mentre una donna si prende cura di un bambino bulimico che non è suo figlio, cerca di recuperare il suo rapporto con la madre, va a visitare nel reparto infetti cronici del Policlinico quello che non è più suo marito, è un’epidemia inspiegabile e misteriosa che assedia l'aria della città e le sue acque, una malattia dei corpi che è anche e soprattutto malattia dell’anima. Sullo sfondo una grossa fabbrica alimentare centrifuga ad altissime temperature le carcasse degli animali, lasciando fuoriuscire come dentifricio una ininterrotta colata di melma rosa, immagine che dà il titolo al romanzo. Una distopia cucita addosso ai nostri traumi collettivi quella fantasticata dall’autrice appena prima della pandemia, che ricorda da vicino i primi mesi del Covid ma anche tutti i disastri ambientali che nel corso degli ultimi decenni abbiamo dovuto sopportare davanti ai nostri occhi, e sulla nostra pelle.

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