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"I Sud, le mafie: le donne si raccontano". Tre giorni di confronto e narrazioni, che hanno accostato l’esperienza dura e faticosa di chi si confronta giorno per giorno con le mafie, con le diverse forme di rappresentazione e racconto

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«Ho ucciso io Lea» titolavano qualche giorno fa i quotidiani, riportando la confessione di Carlo Cosco alla prima udienza del processo di appello per l’omicidio di Lea Garofalo, che era stata la sua compagna. Una relazione da cui è nata una figlia, Denise, che ora vive da sola in una località segreta, sotto protezione. Ho letto con speciale emozione questa notizia, dopo aver seguito per tre giorni il convegno I Sud, le mafie: le donne si raccontano, che si è tenuto a Roma, presso la Casa Internazionale delle donne nello scorso week-end, dal 5 al 7 aprile. Del convegno, organizzato, oltre che dalla stessa Casa Internazionale di Roma, dalla Società Italiane delle Letterate, Libera e DaSud, Lea è stata una presenza importante. Nella struggente Ballata di Lea della cantastorie calabrese Franca Prestia che ripropone oggi la tradizione antica di canto e tavole, in versione schermo; nelle parole di Anna Canepa, magistrata della procura nazionale antimafia, che ne ha ripercorso le vicende, molto preoccupata per la figlia, che ora ha 17 anni, di cui la burocrazia non comprende le necessità affettive.

In effetti questo convegno ha osato molto, nell’accostare l’esperienza dura, faticosa, pericolosa, spesso violenta, di chi si confronta giorno per giorno con le mafie, e le diverse forme di rappresentazione, racconto, narrazione. Un punto in comune: il desiderio di trovare, verificare l’esistenza di immaginazioni che possano spostare dalla «fissità mortifera», come ha detto Gisella Modica (Sil) in apertura, «oltre la retorica maschile dell’antimafia», diceva esplicitamente l’invito. Mi ha colpito Anna Canepa. Nel parlare della sua attività, del suo passare tanto tempo in compagnia di criminali efferati, che raccontano orrori, ha detto: «Ho sempre mantenuto una pietas, anche verso chi uccideva, non ho mai dimenticato la sofferenza. Ma spesso mi sono chiesta se mi sarebbe stato possibile se avessi avuto dei figli. Come avrei potuto tornare a casa, da loro?». Parole che riecheggiavano le parole di Liliana Madeo, l’autrice dell’inchiesta pioniera Donne di mafia (Mondadori, 1994, ristampa aggiornata Baldini Castoldi 1997), la prima mai dedicata a questo tema, che la sera precedente, prima della proiezione della miniserie con lo stesso titolo diretta da Giuseppe Ferrara e prodotta dalla Rai (2001), così spiegava il senso del suo lavoro: «Ho visto tanta sofferenza, tanto dolore, tante donne diverse tra loro. Ho cercato di mettere ordine in queste storie. Mi sono chiesta come potevano vivere in mezzo a tutta quella violenza. Ho capito che per ognuna c’è una storia, una sofferenza diversa». Anna Canepa pensa che «è molto difficile tenere la questione donne al centro per chi si occupa di mafie». E ce ne sarebbe bisogno, aggiunge, per molti motivi, a cominciare dal calvario che aspetta le donne che scelgono di collaborare: «Lo scelgono per i figli, e invece le separano da loro. Bisogna fare pressione sulla burocrazia ministeriale, perché capisca».

Un’altra magistrata della procura antimafia, Franca Imbergamo, nel tracciare un quadro generale, aveva messo a fuoco il delicato problema della relazione tra chi indaga e «chi sta dall’altra parte del tavolo», mettendo l’accento sulla «distanza», ma anche sulla necessità di non comportarsi da entomologi, da osservatori di un mondo distante, di non avere paura di sporcarsi le mani.

E delle donne che si espongono sono state in molte a parlare e partecipare: sindache calabresi come Eisabetta Tripodi (sindaca di Rosarno) e Carolina Girasole (sindaca di Isola Capo Rizzuto) collegata via skype, Maria Teresa Morano, Bianca La Rocca di Sos impresa. Donne coraggiose, veramente in prima linea.
Un vero cortocircuito si è creato nell’ascolto reciproco, anche rispetto alla diversa natura delle associazioni promotrici, Libera, così impegnata su tutti i terreni. DaSud, che lavora su linguaggi e la denuncia, e la Sil. Perché, è stato detto ascoltandosi, anche nel ri-narrare, in quel lavoro del ri-dire storie già note che è proprio delle donne, c’è un lavoro utile. Si produce cultura, spostamento, quello che serve, se non si vuole che le mafie vincano. Si cambia quella cultura rigida, immobile, trincerata dietro riti e tradizione che spetterebbe alle donne trasmettere ai figli.

Ecco, allora le narrazioni. Il monologo di Patrizia D’Antona dal testo di Alessandra Dino dedicato a Carmela Rosa Iuculano. Il video di Pina Mandolfo e Maria Grazia Lo Cicero, realizzato apposta per il convegno, il documentario di Emilia Uski Audino La storia di Giusi Pesce. E poi un salto, nella metafora, nella letteratura, nella realtà nel dibattito sulle isole, con Emma Baeri, Laura Fortini, Serena Guarracin, Alessandra Pigliaru. Isole: forse luoghi di segregazione, ma proprio per questo, dai margini che rappresentano luoghi dove è possibile avere libere pratiche di esistenze. E il graphic novel di Celeste Costantino e Marina Comandini Roberta Lanzino. Ragazza (Robin-Da sud)

La conclusione è stata tutta dedicata alle scritture, e alle personagge. Due autrici, Maria Rosa Cutrufelli, e Rosella Postorino, si sono confrontate sui loro libri. Canto al deserto. Storia di Tina soldato di mafia (Longanesi) il testo di Cutrufelli, La notte che perdemmo Dio (Einaudi), quello di Postorino. Entrambe donne del sud, una siciliana, l’altra calabrese, entrambe vivono altrove, a Roma. Di generazioni diverse, per entrambe scrivere del Sud, delle mafie, è stata una scelta, una necessità. Cutrufelli racconta la storia di una ragazza singolare, che si ribella a modo suo al destino femminile, vuole diventare un’affiliata, cosa impossibile per una donna. Al massimo può svolgere compiti di bassa manovalanza. Una storia ispirata a una persona reale, che Cutrufelli ha incontrato e conosciuto, che forse oggi collabora con la giustizia. La protagonista di Rosella Postorino è una bambina, Caterina, che non capisce perché la sua famiglia deve abbandonare la sua terra, non capisce la necessità che spinge il padre ad andarsene, per salvarsi dalle vendette, dal sangue. «Caterina, la mia protagonista,» ha spiegato «si ribella a Dio, cioè al destino obbligato. È un modo per dire che la narrazione è un modo di emanciparsi dalle logiche mafiose». Per Maria Rosa Cutrufelli «accostarmi a queste storie è stata una scelta, dopo un ritorno in Sicilia per tre anni. Vivo altrove, ma da adulta ho scelto di essere una donna del sud. L’importante è guardare, vedere quello che è sempre implicito, non lo si fa mai abbastanza».