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Donne nell'esercito
ai tempi delle nuove guerre

foto Flickr/VA Comm

Negli ultimi anni la questione di genere si è imposta quale tema prioritario all’attenzione del mondo militare

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Le cosiddette nuove guerre, di natura prevalentemente regionale, a cui abbiamo assistito negli ultimi vent'anni, si caratterizzano per un inedito rapporto tra attori militari e civili, con questi ultimi sempre più direttamente coinvolti nei conflitti e con un ruolo considerato strategico ai fini della risoluzione delle crisi stesse. I militari delle missioni internazionali, chiamati a intervenire, anche con un breve preavviso, negli angoli più disparati del mondo, hanno dovuto imparare a gestire situazioni sfaccettate e difficilmente prevedibili, affrontando un nemico lontano dall’idea tradizionale di esercito regolare contrapposto. In uno scenario completamente nuovo, i peacekeepers[1] hanno dovuto far ricorso a nuove 'armi', tra cui la capacità di saper ascoltare la popolazione locale, quella di trovare soluzioni condivise con chi è vittima delle nuove guerre e, soprattutto, quella di sapersi rivolgere a tutte le fasce della popolazione e non solo agli uomini che per lungo tempo sono stati i principali interlocutori. Progressivamente, maggiore attenzione al ruolo delle donne nelle situazioni di crisi e nella risoluzione delle stesse è andata sviluppandosi, sebbene molta strada resti ancora da fare, soprattutto sul piano culturale (LEGGI LA SCHEDA "La prospettiva di genere in ambito militare").

L’esperienza della missione internazionale in Afghanistan ha insegnato, forse più di altri interventi simili, come i rapporti tra soldati dei contingenti multinazionali e popolazione locale siano cambiati e il ruolo che le donne, sia quelle locali che le peacekeepers, ricoprono nella ricerca e nell’attuazione di soluzioni durature alle crisi. 

Le donne afghane, infatti, rappresentando il 50% della popolazione rivestono un ruolo tanto importante quanto quello della controparte maschile nel processo di stabilizzazione del paese e un loro coinvolgimento in tale processo non può essere trascurato; allo stesso tempo, esse costituiscono una preziosa fonte d’informazione per i militari e per questo non possono essere dimenticate nella pianificazione e nella condotta delle operazioni. Le donne forniscono un punto di vista diverso e quindi una serie di informazioni che gli uomini, diversamente, giudicano trascurabili ma che, invece, possono rivelarsi preziose sul piano operativo per i militari. In un’ottica strettamente militare, dunque, la prospettiva di genere intesa quale coinvolgimento della popolazione femminile, al pari di quello degli uomini, si presenta come uno strumento utile al raggiungimento dell’obiettivo finale. Alcuni esempi possono aiutare a capire quanto appena detto.   

Nella città di Mazar-i-Sharif le donne afghane, impegnate negli acquisti al mercato locale, riferirono ai soldati svedesi, in pattugliamento, che il giorno successivo sarebbero stati celebrati diversi matrimoni che avrebbero fatto riversare per le strade della città migliaia di persone. Per lo stesso giorno e lungo le medesime vie il contingente svedese aveva pianificato un trasferimento logistico che ovviamente fu rinviato ad altra data. In assenza dell’informazione ottenuta dalle donne i militari si sarebbero trovati, nel mezzo di una loro attività, di fronte alla presenza di migliaia di persone che avrebbe potuto essere interpretata come una protesta portando a conseguenze indefinibili a priori. Molto banalmente, una visione completa della realtà secondo ciò che era rilevante dal punto di vista di tutti, ha consentito la migliore gestione possibile della situazione contingente. 

Sempre in Afghanistan, l’adozione della prospettiva di genere ha consentito di apportare miglioramenti alle condizioni di vita delle donne e dei bambini e a un incremento della loro sicurezza stradale, con una riduzione degli incidenti in cui questi rimanevano coinvolti. Diversi progetti di cooperazione civile e militare hanno interessato la viabilità, attraverso la costruzione di nuove strade o il miglioramento di quelle esistenti. Le donne afghane, però, non guidano e insieme ai loro bambini, quando non hanno alcun uomo che le possa accompagnare in auto o con altro mezzo, si muovono a piedi. L’assenza di specifici percorsi pedonali, separati dalle strade, causava incidenti stradali con gravi conseguenze per la salute di donne e bambini. L’ascolto delle esigenze delle donne, e dei loro figli, ha permesso di rivedere gli specifici progetti di cooperazione, contribuendo a incrementare la loro sicurezza stradale.

Elemento fondamentale nell’implementazione della prospettiva di genere è l’attenta lettura della cultura di riferimento in cui ci si trova a operare allo scopo di evitare conseguenze non previste, ma che potrebbero rivelarsi dannose. Adottare la prospettiva di genere significa liberarsi di tutti gli stereotipi legati alle questioni di genere e soprattutto non dare per scontato che le esigenze della popolazione, in particolare di quella femminile, siano le stesse ovunque ci si trovi. Una corretta adozione della prospettiva di genere richiede capacità di ascolto e di osservazione della realtà circostante. Rimanendo sempre nell’ambito dei progetti di cooperazione civile e militare in Afghanistan, una delle prime iniziative intraprese è stata quella di fornire le abitazioni con acqua corrente, secondo lo standard della cultura occidentale. La totale assenza di analisi del progetto dal punto di vista delle donne locali ha prodotto un impatto negativo, negando loro la possibilità di sfruttare la raccolta dell’acqua dai pozzi per incontrare altre donne e fare rete. Contemporaneamente, tale progetto ha danneggiato i militari della missione internazionale dal momento che le minori occasioni di incontro con le donne afghane hanno portato alla perdita di una preziosa fonte d’informazione.

Dall’altro lato, le nuove guerre hanno fatto progressivamente emergere l’importanza della presenza di personale militare femminile nei contingenti internazionali. Le donne in uniforme, oltre che rappresentare il completamento della cultura organizzativa di un’istituzione storicamente maschile, si sono rivelate strumento prezioso nel raggiungere la popolazione locale femminile e non solo, in tutti quei contesti in cui, per motivi culturali e religiosi, i contatti diretti tra uomini e donne locali sono difficoltosi. Ad esempio in Afghanistan, le donne della missione internazionale, spesso organizzate in team completamente femminili (FET – female engagment team), sulla base dell’esperienza maturata in Iraq, hanno permesso a quelle afghane di avere accesso all’assistenza sanitaria, di poter esprimere i loro bisogni e i loro timori in termini di sicurezza, estremamente diversi da quelli percepiti dagli uomini, e di poter avere meno remore nel denunciare le violenze di genere subite. 

Le donne in mimetica sono, inoltre, un importante modello nel processo di empowerment femminile in quelle zone in cui vi è una forte disparità di genere. Sempre in Afghanistan, le donne del contingente multinazionale hanno rappresentato un importante esempio per tutta la popolazione locale, uomini inclusi. Queste donne hanno ispirato alcune giovani afghane a tentare l’arruolamento nelle Forze di Sicurezza nazionali, rappresentando un punto di riferimento per le vittime di violenza e consentendo, anche, una maggiore partecipazione femminile alla vita politica del paese; la presenza di donne in uniforme agevola il voto femminile dal momento che le perquisizioni per l’accesso ai seggi elettorali sono eseguite da donne. Allo stesso tempo, però, le soldatesse internazionali hanno avuto l’opportunità di interfacciarsi con i key leaders locali, prevalentemente uomini, fornendo anche a loro un esempio di empowerment femminile. 

L’apparato militare, riconosciuta la rilevanza della lettura della realtà in cui si opera attraverso la prospettiva di genere, si è dotato, praticamente in tutte le missioni e, dal livello strategico fino a quello tattico, di specifiche figure, i gender advisors, che hanno il compito di considerare e far emergere gli aspetti di genere connessi a tutte le decisioni che vengono prese e alle conseguenti azioni esperite sul campo. La situazione ideale richiederebbe l’assenza del gender advisor perché significherebbe che ogni singolo militare, a qualunque livello, avrebbe la capacità di valutare le proprie decisioni/azioni in termini di prospettiva di genere.  

Un aspetto non trascurabile è che parlare di prospettiva di genere, soprattutto nell’ambito delle missioni di stabilizzazione e di interventi post conflitto, non significa focalizzarsi esclusivamente sulle donne. Ad esempio, gli ex combattenti, in maggioranza uomini, hanno bisogno di specifici programmi di reinserimento nel tessuto sociale che la guerra spesso fa mutare per ciò che riguarda i rapporti di genere. Durante il conflitto, l’allontanamento degli uomini fa sì che la responsabilità di bread winner, si sposti sulle donne riservando ad esse un nuovo ruolo sociale a cui gli ex combattenti, al loro ritorno a casa, non sono abituati. Interventi mirati dovrebbero, dunque, essere intrapresi per aiutare sia uomini che donne a gestire le nuove relazioni di genere, facendo piccoli passi verso il raggiungimento dell’uguaglianza di genere che non vuol dire divenire uguali, ma riconosciuti e valorizzati per le proprie differenze.

Va, comunque, sottolineato come l’adozione del gender mainstreaming possa contribuire al raggiungimento della parità di genere solo se accompagnato da un profondo cambiamento culturale che consenta, come accennato in precedenza, di liberarsi prima di tutto degli stereotipi di genere e di operare in uno specifico contesto dopo un’attenta lettura dello stesso anche in termini di questioni e rapporti di genere.

Il gender mainstreaming e l’adozione della prospettiva di genere richiedono, in alcune zone più che in altre, anche una precisa rete di sostegno e protezione per le donne e per gli uomini che intraprendono tale lotta. Focalizzandosi sull’Afghanistan, alcuni esempi di donne coraggiose mostrano il rischio insito nella lotta per il proprio empowerment e per quello delle altre. Niloofar Rahamani, prima pilota donna militare nell’Afghanistan post talebani, è uno dei tanti esempi delle difficoltà che si riscontrano lungo la strada per il raggiungimento della parità di genere. A causa della sua professione, infatti, è minacciata dai talebani e da alcuni membri della sua famiglia allargata, contrari alla sua scelta coraggiosa. Di contro, entrambi i suoi genitori l’hanno sostenuta nella sua scelta e, nonostante con l’arrivo del regime talebano le fosse stato vietato di frequentare la scuola, hanno continuato a istruirla in casa, consentendole di raggiungere quell’istruzione necessaria per frequentare il corso di pilotaggio con gli americani e ottenere il brevetto di pilota, realizzando anche quel sogno che suo padre non aveva potuto raggiungere. Niloofar rappresenta, insieme a molte altre giovani donne afghane, quella generazione che dalla caduta del regime talebano nel 2001 ha cominciato a lottare per i propri diritti tornando a studiare e a lavorare, sfidando gli stereotipi e la cultura locale. Naturalmente si tratta di una lotta non priva di ostacoli e minacce ed è proprio questo uno degli aspetti su cui la comunità internazionale dovrebbe concentrarsi e lavorare: garantire la sicurezza di tutti quelli - donne, in primis, ma anche uomini - che si spendono per i diritti delle donne e per l’uguaglianza di genere. Questa non può essere una conquista delle donne da sole; tutti, anche gli uomini hanno un loro ruolo. Se il padre non l’avesse sostenuta nella sua battaglia, Niloofar, molto probabilmente, non sarebbe mai diventata una 'top gun'.

Bibliografia

Kaldor Mary (1999),  Le nuove guerre. La violenza organizzata nell’età globale, Carocci Editore, Roma

United Nations Security Council Resolution n. 1325 (2000), Women, Peace and Security, New York

NATO, www.nato.int

 

NOTE

[1] Il termine pacekeeping (letteralmente, ‘mantenimento della pace’) è un'espressione usata nell'ambito miltare da parte di organizzazioni internazionali come l'ONU per riferirsi all'insieme di azioni e pratiche delle forze armate che hanno lo scopo di "mantenere la pace nelle aree di crisi", in tale accezione il termine è utilizzato nel corso di questo articolo.