La Scuola Normale Superiore lancia una guida online sull'uso del linguaggio esteso, uno strumento pratico con esempi e soluzioni concrete per comunicare nel rispetto di genere, etnia, neurodiversità, cultura, religione, abilità, età, provenienza geografica e sociale delle persone
Estendere il
linguaggio
"Le parole non sono mai neutre: escludono, accolgono, ignorano, valorizzano" si legge nella nuova Guida all'uso del linguaggio esteso della Scuola Normale Superiore, diffusa online allo scopo di fornire a studenti, ricercatrici, ricercatori, docenti e personale amministrativo uno strumento pratico per promuovere un ambiente equo, accogliente e rispettoso delle diversità.
Articolata in diverse sezioni, partendo dalla dimensione dell'identità di genere alla condizione socioeconomica, passando per orientamento sessuale e neurodiversità, la guida fornisce indicazioni su come usare in maniera consapevole la comunicazione sia verbale che visiva. "Non si tratta di prescrivere norme rigide, ma di fornire strumenti che aiutino a improntare le relazioni all’insegna dell’equità e dell’apertura" si legge nell'introduzione.
E se quasi tutte le università italiane si sono dotate di linee guida e vademecum per l’utilizzo di un linguaggio che rifletta le differenze di genere, gli strumenti che prendono in esame l'uso di un linguaggio aperto e non discriminatorio in senso più ampio sono meno diffusi.
Come ci ricorda il femminismo contemporaneo, le discriminazioni si articolano però su più livelli. Sono, cioè, intersezionali, e dal genere arrivano a toccare dimensioni come la disabilità, l'etnia, l'orientamento sessuale, la condizione socioeconomica, le credenze religiose e culturali, le neurodivergenze.
Non è un caso se con le sue linee guida, la Scuola Normale dichiari di voler promuovere l'uso di un linguaggio esteso. Una scelta terminologica ben precisa che, come specificato in una nota, veicola l'idea che il linguaggio e la comunicazione siano strumenti vivi, in grado non solo di limitare ed evitare l'esclusione, ma di contribuire in maniera attiva ad ampliare la rappresentazione, favorire relazioni paritarie e il senso di appartenenza alla comunità di tutte le persone che ne fanno parte.
Come principi generali, la guida suggerisce di mettere al centro le persone, e non la loro reale o presunta condizione di appartenenza a un gruppo specifico, di usare espressioni neutre, evitare stereotipi e di limitare l'uso del linguaggio tecnico e burocratico, in quanto anch'esso può risultare spesso oscuro e, quindi, escludente.
La prima dimensione analizzata dalla guida è quella del genere e dell'identità di genere. Le principali raccomandazioni sono di evitare il cosiddetto "maschile sovraesteso", di usare, cioè, il genere maschile per riferirsi anche alle donne, e di declinare sempre i titoli professionali al femminile. La guida ricorda anche, quando possibile, di non specificare il genere, ma di prediligere formule neutre (ad esempio, invece di gli scienziati e le scienziate, si può dire, più genericamente, chi fa ricerca).
Il linguaggio che usiamo per parlare di orientamento sessuale, identità Lgbtqia+, disabilità e per riferirci a etnia, provenienza geografica e colore della pelle contribuisce in maniera decisiva a determinare il modo in cui questi aspetti vengono percepiti e rappresentati, e a veicolare messaggi stigmatizzanti e discriminatori, che spesso passano attraverso l'uso di semplificazioni linguistiche e omologazione. Per promuovere una comunicazione accogliente è invece necessario evitare le generalizzazioni, usare termini attuali, precisi e corretti e abbandonare quelli inesatti e obsoleti – solo per fare un esempio, espressioni come persone afrodiscendenti o di origine africana sono preferibili a formule come ragazzi di colore.
Inoltre, le parole che usiamo per parlare di aspetti come povertà, disagio economico o occupazioni considerate "umili" possono contribuire a combattere lo stigma legato a questi aspetti, sottolinea la guida, che si focalizza anche sulla dimensione dell'accessibilità e della neurodiversità.
"Tutte le persone" ricorda la guida "devono poter accedere alle informazioni e fruire dei contenuti in modo equo", tenendo conto delle differenti abilità sensoriali, cognitive, linguistiche e tecnologiche e delle diverse modalità di percepire, elaborare e interagire con il mondo – come quelle delle persone nello spettro autistico, con ADHD, dislessia o altri profili cognitivi atipici. Alcuni accorgimenti includono usare caratteri chiari e leggibili e un linguaggio semplice e diretto, migliorare la leggibilità dei testi strutturando i contenuti in modo ordinato ed evitare un linguaggio eccessivamente burocratico.
Un ruolo cruciale è poi giocato dalla comunicazione visiva, che dovrebbe essere in grado di raccontare la diversità umana in tutte le sue declinazioni, dall'età al genere all'etnia alla disabilità, evitando immagini stereotipate e valorizzando tutti i soggetti e i corpi, anche quelli non conformi agli standard spesso dettati dai media.
La guida si conclude con un vademecum che sintetizza visivamente in 10 punti come usare un linguaggio esteso per ciascuno degli aspetti presi in esame e fare in modo che la comunicazione diventi un mezzo per creare un ambiente in cui tutte le persone possano sentirsi rispettate, accolte e libere di esprimere se stesse.