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Secondo i primi risultati di un progetto di ricerca sull'invecchiamento della popolazione, per invertire il crollo demografico e lo spopolamento delle aree interne, soprattutto al Sud, l'Italia dovrà puntare sull'occupazione femminile

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Arginare denatalità
Credits Unsplash/Giuseppe Gallo

I prossimi quarant’anni rappresenteranno per l’Italia un cambiamento radicale nella struttura sociale ed economica del paese, paragonabile solo a pochi altri momenti della storia nazionale. Uno dei grandi motori di questa trasformazione sarà il consolidamento di una società sempre più anziana. Per la prima volta nella storia del nostro paese, le persone anziane (di 65 anni e più) rappresenteranno stabilmente poco più di un terzo della popolazione (oggi è meno di un quarto). L’età media si assesterà sui 50 anni (oggi è di circa 46), e la popolazione diminuirà di almeno dieci milioni entro il 2065, secondo le stime Istat 2018 e 2025.

La distribuzione di una popolazione sensibilmente ridotta (l’80% di quella attuale) in presenza di centri metropolitani attrattivi (ad esempio Roma, con più di 4 milioni di residenti considerando i suoi comuni cintura) rischia di disperdere e desertificare ampie aree del paese, compromettere la capacità fiscale e la conseguente tenuta dello stato sociale. Il governo informato a criteri razionali di questo processo di diminuzione e redistribuzione della popolazione è cruciale per assicurare la tenuta del nostro tessuto sociale, economico e culturale. Le zone più interessate a forte spopolamento coincidono con quelle che l’Agenzia della Coesione e l’Istat definiscono come “aree interne” (comuni intermedi, periferici e ultraperiferici; si vedano la Tabella 1 e le relazioni Istat 2022 e 2024), cioè i comuni più distanti dai servizi pubblici essenziali (istruzione, sanità, mobilità) in termini di minuti di percorrenza in automobile. 

Tabella 1. Tassi di occupazione maschile e femminile per tipologia di comune classificato secondo la metodologia Snai delle aree interne, anno 2023[1]

Tabella 1

Fonte: nostre elaborazioni su dati Istat

Lasciar scivolare queste aree della penisola nella dimenticanza non è un’opzione accettabile, né in termini costituzionali, né in termini sociali ed economici. 

Il progetto di ricerca Age-It: Ageing Well in an Ageing Society, finanziato dal programma di investimenti Next Generation EU, ha affrontato negli ultimi tre anni in modo multidisciplinare le crisi e le opportunità che l’avvento di una società sempre più anziana porrà dinanzi alle prossime generazioni. Alcuni risultati iniziali prodotti dal team di ricerca di Age-It (Carlo Lallo e Cecilia Tomassini dell’Università del Molise) hanno esplorato l’impatto dell’occupazione femminile sullo spopolamento dei comuni più marginalizzati del nostro paese.[2]

Da un punto di vista comparativo, nel 2024 l’Italia presenta un quadro dell’occupazione femminile estremamente negativo (con un tasso di occupazione del 53% nella fascia di età 15-64 anni) se confrontato con quello degli altri paesi europei (si veda la Figura 1), ben al di sotto della media Ue-27 (60%) e di paesi come la Francia (66%), la Germania (74%) e il gruppo scandinavo (Svezia, Norvegia e Danimarca, tutti intorno al 75%), che registrano allo stesso tempo profili di crescita demografica migliori di quello italiano.

Figura 1. Tassi di occupazione femminile e tassi di crescita della popolazione nei paesi dell’Ue-27 più Norvegia e Svizzera, anno 2024

Tassi occupazione femminile
Fonte: nostre elaborazioni su dati Eurostat

Nota: i tassi di crescita della popolazione sono riportati per mille (scala a destra del grafico)

Sebbene la correlazione tra tasso di occupazione femminile e tasso di crescita demografico sia bassa, si presenta comunque positiva. Escludendo inoltre i paesi dell’Est Europa, che scontano ancora oggi una forte emigrazione e conseguenze della grave crisi demografica successiva alla dissoluzione dell’Unione Sovietica, la relazione appare molto più netta: insieme alla Grecia, l’Italia occupa gli scalini più bassi sia in termini di occupazione femminile che di tassi di crescita demografica, mentre l’opposto si verifica per i paesi scandinavi.

Approfondendo la situazione italiana a livello locale, da una prima analisi aggregata dei dati comunali del censimento permanente della popolazione condotto dall’Istat (si veda la Tabella 1) è emerso come i comuni posizionati nelle aree periferiche riportino tassi di crescita della popolazione e tassi di occupazione femminile più bassi delle aree polo e centrali. Mentre i comuni cosiddetti “poli”, cioè i comuni che hanno accesso diretto ai tre servizi essenziali (istruzione, sanità e mobilità) registrano una crescita demografica contenuta (tra il 2 e il 3 per mille all’anno) e tassi di occupazione femminile intorno al 57%, tale percentuale scende al 51% nei comuni periferici e ultraperiferici, cioè quelli che presentano i tassi di spopolamento più gravi, diminuendo di 5-7 abitanti per mille ogni anno. I comuni periferici e ultraperiferici, inoltre, mostrano la distanza più ampia tra tassi di occupazione maschile e femminile (16-17 punti percentuali contro i 13 dei comuni polo).

Approfondendo il dettaglio dell’analisi aggregata a livello di singolo comune emergono importanti evidenze, a riconferma dell’associazione positiva tra l’occupazione femminile e la crescita demografica nei comuni più marginalizzati (Figura 2). 

Sebbene i comuni delle aree interne presentino generalmente tassi di crescita inferiori ai comuni polo, le aree interne dell’Alto Adige, di alcune zone dell’Emilia-Romagna e della Toscana si muovono in controtendenza: le stesse zone in cui il tasso di occupazione femminile risulta più vicino a quello dei comuni polo. Inoltre, nei comuni meridionali periferici, contraddistinti dallo spopolamento più accentuato (-7 per mille annuo), la differenza in punti percentuali tra tasso di occupazione maschile e femminile registra il massimo a livello nazionale, con 20 punti percentuali contro i 13 punti delle regioni del Nord e i 15 punti delle regioni del Centro.

Figura 2. Comparazione dei tassi di crescita demografica per tipologia di comune secondo la classificazione Snai Istat

Comparazione tassi crescita demografica
Fonte: nostre elaborazioni su dati Istat

Una semplice regressione lineare ripetuta per ripartizione geografica riconferma l’associazione tra occupazione femminile e crescita demografica a livello comunale, sebbene ancora una volta le regioni meridionali presentino un'eccezione, probabilmente a causa dei livelli estremamente bassi di occupazione femminile trasversale a tutte le tipologie di comune. Tuttavia, diversificando l’analisi a livello più locale e integrando un set di variabili di controllo, un recente studio rivela come, in una parte dei comuni delle aree interne meridionali, tale associazione sia comunque positiva e significativa, raggiungendo un aumento di 0,7 persone in più ogni mille abitanti per ogni punto percentuale in più di tasso di occupazione femminile, come in determinate zone periferiche del Molise (Figura 3).

Figura 3. Impatto dell’occupazione femminile sulla crescita demografica comunale in Molise, periodo 2011- 2019

Figura 3

In conclusione, l’occupazione femminile presenta senz’altro un’associazione positiva con la crescita della popolazione nei comuni italiani e l’impatto è ancora più consistente in alcune aree interne del nostro paese. Inoltre, la diminuzione della popolazione prevista dall’Istat nei prossimi anni, soprattutto della popolazione in età attiva, richiederà una maggiore partecipazione delle donne in ambito lavorativo per garantire la tenuta fiscale dello stato sociale, considerando il già alto tasso di partecipazione al mercato del lavoro degli uomini, specie nel Nord del paese.

L’Italia, tuttavia, marca un profondo ritardo rispetto alla media europea e una grande distanza tra tassi di occupazione maschile e femminile, soprattutto nei comuni delle aree interne e nelle regioni meridionali, dove, tra l’altro, si registra la più profonda perdita di popolazione e si concentra la maggior parte dei comuni classificati come aree interne dalla Strategia nazionale aree interne (Snai). 

Favorire l’incremento delle opportunità di impiego retribuito per le donne residenti in Italia appare quindi senz’altro uno degli obiettivi strategici essenziali per governare i processi di bilanciamento della popolazione, spopolamento e ripopolamento delle aree interne del nostro paese, da Nord a Sud.

Questo articolo nasce dall'intervento tenuto all'interno del workshop Spopolamento, migrazioni e genere organizzato da Fondazione Giacomo Brodolini in collaborazione con l'Associazione per lo sviluppo dell'industria nel Mezzogiorno (Svimez) e con il supporto di Save the Children, che si è tenuto a Roma il 30 settembre 2025. 

Note

[1] Identificato il comune “polo” come quel comune che offre all’interno dei suoi confini amministrativi accesso diretto ai tre servizi essenziali (istruzione, sanità e mobilità, come definiti dalla Strategia nazionale aree interne, Snai), l’Istat calcola i tempi medi in minuti di percorrenza in automobile tra i comuni polo e gli altri comuni più vicini che non offrono tali servizi. Maggiore risulta il tempo necessario a raggiungere il più vicino comune polo, maggiore è il grado di svantaggio e di perifericità dell’area interna: da intermedio a ultraperiferico. Per saperne di più, si veda Istat, 2022 e 2024.

[2] I risultati sono stati presentati al workshop Spopolamento, migrazioni e genere organizzato dalla Fondazione Giacomo Brodolini e dall'Associazione per lo sviluppo nel Mezzogiorno (Svimez) il 30 settembre 2025 a Roma.

Riferimenti

F. Benassi, C. Tomassini, e C. Lallo, The Local Regression Approach as a Tool to Improve Place-Based Policies: The Case of Molise (Southern Italy), Spatial Demography 12 (2), 2024.

Istat, Il futuro demografico del Paese, 2018

Istat, La Geografia delle Aree Interne nel 2020: vasti territori tra potenzialità e debolezze, 2022.

Istat, La Demografia delle Aree Interne: dinamiche recenti e prospettive future, 2024.

Istat, Italia 2050: sfide e prospettive di una società in transizione, 2025.

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