Dati

Custodire i dati di genere e fare in modo che non vengano cancellati o manipolati è un atto politico e femminista, soprattutto quando in atto c'è uno smantellamento culturale e metodologico, come sta avvenendo negli Stati Uniti sotto l'amministrazione Trump. Ne parliamo con Caren Grown, tra le massime esperte internazionali di genere e sviluppo

Guardiane dei dati
con Caren Grown

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Salvaguardare i dati
Credits Unsplash/Foad Roshan

In un mondo sempre più digitalizzato e pervaso dall'intelligenza artificiale, i dati – e la loro raccolta, categorizzazione, analisi, utilizzo – rappresentano una risorsa cruciale per garantire equità, giustizia e visibilità ai gruppi più vulnerabili della popolazione. Ma cosa succede se i governi decidono di manipolare queste informazioni, oppure di oscurarle, cancellarle o addirittura smettere di raccoglierle? Negli Stati Uniti è accaduto di recente con le azioni dell'amministrazione Trump, che ha deciso di interrompere una serie di importanti indagini demografiche e sanitarie.

Ne abbiamo discusso con Caren Grown, senior fellow presso il Center for Sustainable Development della Brookings Institution, think tank con sede a Washington, D.C. che porta avanti ricerche su politiche pubbliche e governance a livello locale, nazionale e globale. 

Riconosciuta come una delle massime esperte al mondo su questioni di genere nell'ambito dello sviluppo, dal 2014 al 2021 Caren Grown ha ricoperto, fra le altre cariche, il ruolo di direttrice globale per le questioni di genere al Gruppo della Banca Mondiale. Nel suo incarico attuale presso il Center for Sustainable Development della Brookings Institution si occupa principalmente di cambiamento climatico, sviluppo, politiche fiscali e finanza pubblica con una prospettiva di genere, ed è stata una delle partecipanti di spicco all'ultima conferenza annuale dell'Associazione Internazionale per l'Economia Femminista (International Association for Feminist Economics, IAFFE), che si è svolta dal 3 a l 5 luglio 2025 presso l'Università del Massachusetts Amherst. 

Quest'anno il tema al centro della conferenza era la giustizia sociale attraverso la solidarietà, e come quest'ultima può essere portata avanti dall'economia femminista. Caren Grown è stata fra le relatrici della sessione plenaria che ha aperto la conferenza, volta a esplorare il tema della solidarietà oggi e le sue traiettorie future.

Negli ultimi sei mesi, il governo Trump ha smantellato in maniera sistematica l’assistenza allo sviluppo, incluso il programma Demographic and Health Surveys (DHS) – finanziato dall’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale (United States Agency for International Development, USAID) e dichiarato ufficialmente chiuso a febbraio 2025. Che implicazioni stanno avendo queste azioni sulla ricerca femminista e più in generale sullo sviluppo, l’economia femminista e una rete come IAFFE?

La buona notizia è che, durante l’estate, diversi finanziatori e paesi partner del programma DHS sono intervenuti per colmare, almeno in parte, il vuoto lasciato dai finanziamenti, e l’ICF, l’organizzazione che gestisce il DHS (per conto dell’USAID, ndr), ha ottenuto fondi provvisori per continuare alcuni servizi del programma e completare un numero ristretto di indagini già avviate. Inoltre, il sito web del DHS rimarrà attivo, verrà garantito l’accesso gratuito a strumenti e dati, e sarà possibile caricare e consultare nuovi dataset. Anche l’archivio dei dati e l’hub formativo resteranno accessibili. Allo stesso tempo, questa notizia ha messo in luce gravi fragilità nell’architettura globale dei sistemi di indagine.

Caren Grown
Caren Grown (Fonte: brookings.edu)

Può spiegarci più nel dettaglio cos’è il programma DHS e perché è così importante per i paesi a basso e medio reddito, ma anche per il settore della salute pubblica, per chi si occupa di economia e demografia e per chi fa ricerca femminista?

Il DHS è stato avviato nel 1984 e ampliato nel corso degli anni, raccogliendo dati rappresentativi a livello nazionale, pubblici e accessibili, su una vasta gamma di temi: mortalità infantile e materna, salute dell’infanzia, nutrizione, malaria, tubercolosi, Hiv-Aids, anemia, istruzione, solo per citarne alcuni. Nel 1990 sono stati introdotti quesiti specifici sulla violenza domestica, a cui è seguito, nel 1994, l’avvio di un modulo sperimentale sulle vite e le esperienze delle donne. Alla fine degli anni Novanta è stato poi aggiunto un modulo sulla salute, gli atteggiamenti e i comportamenti degli uomini e a partire dal 2000 la raccolta dati è diventata più sistematica tra i diversi paesi. Questi dati hanno dato vita a nuove aree di ricerca, e sono volti a indagare il potere decisionale e l’empowerment femminile, lo stato occupazionale e di salute delle donne, le scelte riproduttive e gli atteggiamenti maschili su questi temi.

Che conseguenze ha avuto la chiusura del programma per la ricerca?

Le conseguenze sono state molteplici, e vanno dall’interruzione delle attività di raccolta dati già avviate alla sospensione dell’assistenza tecnica agli uffici statistici nazionali e agli utenti, fino al blocco di tutte le nuove iniziative. Come dicevo, alcune attività sono state ripristinate, ma non tutte. La chiusura del programma ha evidenziato i rischi che comporta affidarsi a un unico grande finanziatore, e ha generato incertezza sul futuro delle indagini demografiche e sanitarie e sul monitoraggio regolare delle popolazioni più vulnerabili, specialmente nei paesi a basso reddito. Ha anche sollevato interrogativi sull’architettura della governance dei dati a livello globale.

D'altronde è grazie a decenni di raccolta continua di dati poi resi pubblici e accessibili che sono derivati i nuovi ambiti fondamentali della ricerca femminista, dall’empowerment femminile alle scelte riproduttive, fino alla salute e agli atteggiamenti degli uomini, a cui accennava prima...

Quando ho parlato dell’interruzione del DHS alla conferenza IAFFE di luglio, ho chiesto a chi era presente di alzare la mano se aveva usato dati DHS. Ha alzato la mano più della metà delle persone. Poi ho chiesto chi tra loro provenisse da paesi in cui il programma era stato interrotto, ed erano circa un terzo delle persone. Questo dà la misura di quanto questi dati siano preziosi per economiste e demografe che studiano i fattori che favoriscono l’empowerment femminile e la sua relazione con la proprietà di beni (come case, terreni, risorse finanziarie), l’uso di contraccettivi, l’incidenza dell’Hiv, lo stato nutrizionale di madri, bambine e bambini, e la partecipazione degli uomini all’assistenza prenatale in zone come l’Africa subsahariana, l’Asia meridionale e in molte altre regioni del mondo. Il numero di dottorande e dottorandi che hanno utilizzato questi dati nelle loro tesi e continuano a usarli nella loro carriera accademica è incalcolabile. Il programma DHS è stato anche una piattaforma per sperimentare nuovi approcci di misurazione, ad esempio nella ricerca qualitativa sulla agency, sul consenso o sulla coercizione delle donne nel contesto delle prime esperienze sessuali.

Qual è il valore aggiunto dei dati raccolti dalle indagini DHS?

Le indagini DHS sono beni pubblici, sia a livello nazionale che internazionale e sono fondamentali per il monitoraggio e la valutazione delle politiche in tutto il mondo. Solo per fare un esempio, ben 33 indicatori degli Obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite (Sustainable Development Goals, SDGs), che nel 2015 sono stati adottati da tutti i governi su scala globale, si basano su dati DHS. In particolare, l’SDG 5.6.1, che misura la proporzione di donne tra i 15 e i 49 anni che prendono decisioni informate sulla propria vita sessuale, l’uso di contraccettivi e l’accesso alle cure riproduttive, è un indicatore composito costruito a partire da tre voci usate nelle indagini DHS.

Secondo lei quali lacune potrebbero emergere nei prossimi anni nella ricerca femminista e nello sviluppo a seguito dell’interruzione e del blocco del programma in 18 paesi?

Credo che molte delle domande demografiche standard su problematiche come malaria, malnutrizione o mortalità infantile verranno probabilmente mantenute in altre indagini nazionali, come l’indagine Multi-Indicator Cluster Survey (MICS) dell’Unicef, mentre temo che le tematiche percepite come “di nicchia” o “troppo progressiste” (woke) possano essere accantonate. Mi riferisco ai moduli sulla violenza di genere, sull’empowerment femminile, sull’autodeterminazione sessuale delle donne e sugli atteggiamenti maschili rispetto all’autonomia femminile. Per le economiste femministe e altre studiose - consapevoli che queste non sono tematiche marginali, ma cruciali per comprendere le tendenze demografiche, le condizioni di bambine e bambini, o questioni economiche come l’accesso delle donne al lavoro retribuito e alla proprietà di beni immobili o la loro capacità di accumulare asset finanziari - perdere dati trasversali e longitudinali come questi è un danno gravissimo.

Negli Stati Uniti sono in atto tagli e smantellamenti a decine di dataset federali, dai Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie (Centers for Disease Control and Prevention, CDC) all’Ufficio censimenti (Census Bureau), fino agli strumenti per la giustizia climatica, l'operazione quindi è molto più ampia...

A luglio 2025 sono stati colpiti dai tagli più di 3.000 dataset finanziati dai e dalle contribuenti statunitensi, molti dei quali previsti per legge, raccolti da agenzie federali come il CDC, il Centro nazionale per le statistiche sull’istruzione (National Center for Education Statistics) e il Census Bureau. Uno dei primi dataset a essere eliminato è stato lo Strumento di valutazione per la giustizia climatica ed economica del Consiglio per la qualità ambientale della Casa Bianca, una mappa interattiva delle aree urbane degli Stati Uniti più marginalizzate per via dei disinvestimenti e colpite dall’inquinamento. Anche il sito su cui era disponibile l’ultima edizione del Rapporto nazionale sul cambiamento climatico (National Climate Assessment) è stato oscurato. Questi strumenti forniscono informazioni cruciali, sia per la cittadinanza che per la comunità scientifica, su salute, povertà e degrado ambientale.

I problemi però vanno oltre i tagli ai finanziamenti e l’interruzione della raccolta dati su questioni fondamentali...

Nelle agenzie statistiche statunitensi è in atto una vera e propria emorragia di figure chiave, specialmente tra i profili senior, quelli cioè che hanno alle spalle un cospicuo bagaglio di conoscenze tecniche, per via di pensionamenti e licenziamenti (le cosiddette "reductions in force"). Questi uffici stanno perdendo professionisti e professioniste che si occupano di rilevazione, analisi, validazione, controllo qualità, tutti ruoli fondamentali per curare, verificare e pubblicare serie statistiche. Sono stati anche aboliti i comitati tecnici di consulenza, tra cui due all’interno dell’Ufficio di statistica del lavoro (Bureau of Labor Statistics, BLS): il Comitato consultivo degli utenti dei dati e il Comitato tecnico consultivo del BLS. Si tratta di organismi cruciali per l’innovazione metodologica delle indagini, la misurazione di nuove sfide, e altri aspetti tecnici legati a occupazione e disoccupazione, prezzi, costo della vita e uso del tempo, fra gli altri. E chiaramente il capo del BLS è stato da poco licenziato perché al presidente degli Stati Uniti non piacevano i numeri sull’occupazione di agosto...

Che conseguenze ha questa erosione in termini di intersezionalità della ricerca?

Tutto questo mina la fiducia nel sistema statistico federale e compromette la capacità del governo di coordinarsi su temi politici cruciali come cambiamento climatico, disoccupazione, inflazione, povertà e protezione sociale, solo per citarne alcuni. Rappresenta anche una perdita enorme per la comunità scientifica, che usa questi dati sia per fare ricerca che per chiedere conto alle istituzioni dell'impegno e delle azioni portate avanti su determinati temi.

La rimozione dei quesiti su identità di genere e tematiche legate a diversità, equità, inclusione da importanti sondaggi federali ha implicazioni profonde, come possiamo misurarle?

L’Ordine esecutivo Defending Women from Gender Ideology, emesso a gennaio 2025, ha avuto un impatto devastante su diversi strumenti di indagine, ed è stata forse una delle azioni più deleterie finora, poiché le modifiche apportate dalle agenzie ai dataset sono in gran parte invisibili. Una recente meta analisi sulle manipolazioni dei dati negli Stati Uniti, che ha analizzato informazioni provenienti dal Dipartimento della salute e dei servizi umani, dai Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie e dal Dipartimento per gli affari dei veterani, ha rilevato che 114 dei 232 dataset considerati sono stati modificati in maniera significativa. Nella maggioranza dei casi (106) le modifiche hanno riguardato la sostituzione del termine gender (genere) con sex (sesso), senza nessuna comunicazione ufficiale. Si tratta di un cambiamento niente affatto banale, in quanto può alterare la precisione dei dati e influenzare radicalmente l’interpretazione e le conclusioni che a partire dai dati si possono trarre, ed è un aspetto particolarmente importante per le politiche sanitarie portate avanti dalle agenzie di salute pubblica che si basano su questi dati.

Cosa ci dice questo sul modo in cui le vite di alcune persone vengono rese statisticamente invisibili? E con quali effetti su politiche pubbliche e advocacy femminista?

Questa è solo la punta dell’iceberg. Modifiche simili sono state fatte all’Indagine nazionale sulla vittimizzazione da reato, all’Indagine annuale sulle imprese, all’Indagine americana sulla condizione abitativa nel 2025, all’Indagine annuale sulle persone rifugiate, e perfino ai moduli per fare domanda per la cittadinanza. In tutti questi casi, sono stati rimossi termini come transgender o non-binary, insieme alle domande sull’identità di genere. Questo ha implicazioni sull’uso dei dati negli interventi contro la criminalità o a supporto di imprenditrici e imprenditori che non si identificano come uomo o donna. Ma soprattutto, queste modifiche rendono invisibili le persone transgender e Lgbtqia+, contribuendo a rafforzare lo stigma nei loro confronti e a escluderle dai servizi.

Nel suo intervento alla conferenza IAFFE di Amherst, in Massachusetts, ha sottolineato l’importanza di cambiare il nostro approccio rispetto ai dati, trasformandoci da semplici utilizzatrici a "custodi" e sostenitrici dei dati (data advocates). Quali sono oggi le iniziative più promettenti per preservare i dataset federali cruciali? E come possono organizzarsi le comunità accademiche e femministe per proteggere questa infrastruttura pubblica di dati?

Per preservare e archiviare i dati federali sono in corso numerosi sforzi.[1] Spero che IAFFE e le economiste che fanno parte del network possano unirsi a queste iniziative, passando dall’essere semplici utenti all'avere un ruolo attivo, di tutela e salvaguardia, nei confronti dei dati. Chi fa parte di IAFFE e vive negli Stati Uniti o usa dati statunitensi può raccogliere testimonianze e raccontare pubblicamente quanto questi dataset siano utili a tutte e tutti. Per chi prende decisioni politiche, i dati sono fondamentali! Dobbiamo rendere esplicito il valore profondo che la nostra architettura statistica economica, sanitaria e demografica ha per la ricerca e per le politiche pubbliche. Attraverso i nostri canali social, in quanto parte del network di IAFFE, possiamo far risuonare ancora più forte l’allarme rispetto ai cambiamenti o alle cancellazioni di dataset cruciali per il nostro lavoro. E infine, IAFFE può farsi portavoce, insieme ad altre organizzazioni accademiche, come l’American Economic Association o la Population Association of America, dell’importanza dei dati di genere come elemento centrale in tutte le nostre aree di lavoro.

Note

[1] L’Open Economics Data Project (OEDP) ha completato l’archiviazione di circa 100 dataset, tra cui il Sistema di sorveglianza sulla mortalità materna del CDC (Pregnancy Mortality Surveillance System), l’Indagine sulla comunità americana del Census Bureau (American Community Survey), e lo Strumento di valutazione per la giustizia climatica ed economica della Casa Bianca. Altri importanti sforzi sono stati portati avanti dall’American Statistical Association, dal Data Rescue Project, da End of Term, e dagli archivi dell’IPUMS e dell’Università del Michigan.

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