Politiche

Uno dei temi che abbiamo voluto affrontare quest'anno al Festival di Internazionale a Ferrara riguarda il modo in cui le destre si sono servite di argomenti apparentemente "femministi" per sostenere visioni razziste e ingiustizie sociali. Un'anteprima, a partire da alcune letture recenti sul tema

5 min lettura
Foto: Pixabay/ Alejandro Piñero Amerio

Il 3 ottobre, nell’ambito del Festival di Internazionale a Ferrara, discuteremo di parole d’ordine. Anticipo in queste pagine che nel declinare il tema, parleremo di due fenomeni da monitorare con attenzione: il cosiddetto "femonazionalismo" e il neoliberismo femminista.

È noto come la Lega di Matteo Salvini – e molti altri partiti di destra e di estrema destra in tutta Europa – abbiano cominciato da tempo a usare l'obiettivo dell’uguaglianza di genere come argomento retorico per portare avanti le proprie posizioni xenofobe e razziste, in particolare islamofobe.

In un articolo pubblicato su inGenere nel 2016 già sottolineavamo come l’islamofobia colpisca soprattutto le donne. In Italia, le donne musulmane di recente immigrazione condividono generalmente le stesse difficoltà di tutti gli immigrati: una carente conoscenza della lingua italiana, il mancato riconoscimento di qualifiche rilasciate da paesi esteri, l’assenza di contatti e la scarsa familiarità con le istituzioni. Ma per loro la discriminazione vera e propria, dovuta al velo o a un nome di origine araba, ha un peso maggiore. Si tratta di discriminazioni talvolta difficili da intercettare perché il datore di lavoro le nasconde e, anche se manifeste  “ti assumo se ti togli il velo” – sono difficili da dimostrare in tribunale a causa della mancanza di prove scritte.

Invece di combattere queste forme di discriminazione, i partiti di estrema destra le alimentano nell’ambito di campagne contro i migranti. Il fenomeno è stato chiamato “femonazionalismo” ed è stato indagato dalla sociologa Sara R. Farris nell’omonimo libro pubblicato in italiano da Edizioni Alegre. “Femonazionalismo” è l’abbreviazione di “nazionalismo femminista efemocratico” e fa riferimento alla strumentalizzazione dei temi femministi da parte di partiti e politici nazionalisti nell’ambito di campagne contro i migranti.

Il femonazionalismo viene portato avanti in primo luogo da partiti reazionari e conservatori, ma anche da alcuni soggetti più vicini alle posizioni neoliberiste, che spesso in nome della “libertà” – intesa in senso occidentale – avvallano posizioni xenofobe con la giustificazione della tutela delle donne. Secondo Farris, questa strumentalizzazione dell’uguaglianza di genere si è intensificata intorno agli anni duemila, a causa della convergenza di alcuni fattori storici: l’aumento delle migrazioni femminili dovuto alla diffusione dei ricongiungimenti familiari, l’attentato alle torri gemelle, e alcuni casi di cronaca (femminicidi) dal forte impatto mediatico.

A tutto questo si è aggiunta la volontà di modernizzarsi dei partiti di destra, desiderosi di mostrarsi all’avanguardia per ottenere consensi pur portando avanti politiche conservatrici. Come sottolinea Jennifer Guerra in un suo articolo su The Vision, Matteo Salvini, ad esempio, parla di violenza di genere praticamente solo quando a commettere il reato è una persona straniera o di origine straniera, dicendo di voler proteggere “la nostra cultura e le nostre donne”. L’enfasi sulla tutela delle donne viene quindi usata in modo strumentale da un partito tradizionalmente maschilista, con l’aggravante di escludere le donne non italiane.

Giorgia Meloni, invece, insiste sempre sul suo essere cattolica, esprime posizioni fortemente antiabortiste e ha dimostrato pubblicamente il suo sostegno a organizzazioni di stampo oltranzista come il Congresso internazionale delle famiglie, a cui ha partecipato. Nonostante questo, Meloni non sembra considerare problematica la visione della donna che promuovono tali gruppi, ma anzi fa della sua identità di genere una questione di orgoglio, come ha dimostrato nel suo discorso “Io sono Giorgia, sono una donna, sono una madre, sono cristiana”, esteso poi nel bestseller pubblicato quest’anno.

Il femonazionalismo trova il suo perfetto compendio nel cosiddetto “femminismo neoliberista”, ben descritto nel libro L’ascesa del femminismo neoliberista di Catherine Rottenberg edito in Italia da Ombre corte, con una prefazione di Brunella Casalini. In questo saggio l’autrice sostiene che il femminismo neoliberista legittima lo sfruttamento della stragrande maggioranza delle donne mentre disarticola qualsiasi tipo di critica strutturale. Non sorprende, quindi, che questo nuovo discorso femminista piaccia a quei partiti conservatori che, in nome della parità di genere e dei diritti delle donne, promuovono programmi razzisti e anti-immigrazione, o giustificano l’islamofobia.

Il libro di Catherine Rottenberg, basato su una attenta analisi della politica progressista statunitense, è molto utile anche in Italia per fare luce su un nuovo lessico femminista fondato sulla paradossale omissione di tanti concetti chiave del femminismo (eguaglianza, emancipazione, giustizia sociale, ecc.) a favore di parole chiave fortemente individualistiche: felicità, conciliazione famiglia-carriera, responsabilità, “farsi avanti” [lean in], ecc.

Come afferma Rottenberg, per “neoliberismo” non si intende semplicemente “un sistema economico o un insieme di politiche fondate sulla privatizzazione e sulla deregolamentazione del mercato; piuttosto, (..) una razionalità politica, una normatività, che oscilla costantemente tra “pubblico” – l’amministrazione dello stato – e “privato” – i meccanismi psichici del soggetto –, plasmando gli individui come agenti di potenziamento del capitale.”[1]

La premessa alla base del libro è che sia gli uomini che le donne – e in particolare quei soggetti già provvisti di un certo capitale economico, sociale, culturale e simbolico – sono sempre più indotti a pensarsi come capitale umano generico, a seguito di un processo che li spoglia di ogni valore, a eccezione di quello economico.

Parallelamente a questa premessa, tuttavia, la tesi del libro è che il femminismo neoliberista debba essere inteso come una sorta di grande respingimento della totale conversione delle donne istruite e in carriera in capitale umano generico.

In maniera paradossale e controintuitiva, dal momento che preserva la procreazione come parte della traiettoria normativa di vita delle donne “ambiziose”, e la conciliazione come suo ambiente normativo e come fine ultimo, il femminismo neoliberista contribuisce a risolvere una delle tensioni costitutive del neoliberismo, facendo sì che le donne in ascesa nel lavoro desiderino una “felice conciliazione tra la carriera e la famiglia” e che la responsabilità per la riproduzione stia tutta sulle loro spalle.

La destra non può che far suo questo modo di pensare.

Note

[1] L’autrice aggiunge: “La conversione costante e incessante, a opera della razionalità neoliberista, di tutti gli aspetti del nostro mondo in “atomi” del capitale, inclusi gli stessi esseri umani, produce soggetti individualizzati, “imprenditori di sé stessi”, costretti a investire su di sé, considerati peraltro gli unici responsabili della propria cura e del proprio benessere.”

Questo articolo è comparso sulla versione cartacea del giornale Domani. Oggi alle 15.00 Marcella Corsi sarà al Festival di Internazionale a Ferrara (Laboratorio Aperto Ex Teatro Verdi) con la giornalista di Le Monde Coumba Kane e la sociologa Sabrina Marchetti per un confronto tra Italia e Francia intitolato Parole d'ordine