Che relazione c'è tra mito della crescita, sfruttamento delle risorse ambientali, povertà e ruoli di genere? Ne abbiamo parlato con Naila Kabeer, economista femminista della London School of Economics, verso un alfabeto che sappia nominare le connessioni tra corpi, denaro e natura
Pensare all'economia come un aggregato di categorie e modelli per analizzare e comprendere il mondo e le sue dinamiche, prima ancora di indirizzarle, significa anche mettere in conto che un approccio femminista può aiutarci a riconsiderare visioni consolidate che sono andate incontro a fallimenti e corto circuiti su larga scala, e ripartire da un alfabeto che sappia nominare le connessioni tra corpi, denaro e natura.
Ne abbiamo parlato con Naila Kabeer, che insegna Gender and Development alla London School of Economics, tra rivoluzione digitale e crisi della democrazia, i temi al centro dell’ultima conferenza dell'Associazione internazionale per l'economia femminista (Iaffe), di cui inGenere è stata media partner.
Perché è importante parlare di economia femminista oggi?
Penso che l’economia femminista sia sempre stata importante: l’economia riguarda tutte quelle attività e quelle risorse di cui abbiamo bisogno per vivere, progredire e pianificare il futuro. Tuttavia, gran parte del pensiero economico si è sviluppato come se il mondo esistesse solo in virtù delle attività svolte dagli uomini, mentre quelle svolte dalle donne, spesso non retribuite, sono rimaste invisibili o marginali, in un costante processo di svalutazione. Il risultato di tutto questo è una visione distorta del funzionamento dell’economia. L’economia femminista, invece, offre una visione completa, includendo tutto ciò che facciamo e di cui abbiamo bisogno per prosperare o che, al contrario, può impedircelo.
Quali sono, secondo lei, le principali sfide a cui un'economia femminista deve far fronte nell'orizzonte presente, tra rivoluzione digitale e crisi della democrazia?
Oggi viviamo in tempi molto pericolosi e la digitalizzazione può essere una forza positiva o negativa, ma dobbiamo averne il controllo invece che lasciare che ci controlli. Purtroppo, chi detiene il potere e il controllo sui media e sulla rivoluzione digitale non è sempre dalla nostra parte. Al momento, mi sembra che gli effetti della digitalizzazione siano più negativi che positivi. Il contraccolpo della destra, di cui abbiamo parlato durante l'ultima conferenza annuale di Iaffe, si è diffuso in larga parte proprio attraverso i social media: oggi le menzogne possono raggiungere migliaia di persone in pochi istanti, mentre in passato chi mentiva poteva influenzare solo chi aveva di fronte. La digitalizzazione, gestita da aziende irresponsabili, ha alimentato il backlash contro il femminismo. E questa reazione è legata al fatto che, come femministe, mettiamo in discussione le strutture di potere più profonde, radicate e naturalizzate che esistano.
In che modo uno sguardo femminista può trasformare il sistema economico globale, migliorando la qualità della vita delle persone e salvaguardando le risorse del pianeta?
Al centro del movimento femminista – sebbene in alcune sue diramazioni più che in altre – c’è sempre stato il desiderio di un mondo più giusto. Oggi siamo sempre più consapevoli che un mondo più giusto può esistere solo su un pianeta sostenibile. Per molto tempo, con le mie ricerche mi sono concentrata sulla povertà, e solo in un secondo momento sono arrivata a comprendere l’importanza dell’ambiente e della natura, ma ora mi rendo conto di quanto questi aspetti siano invece collegati l’uno all’altro. L’economia femminista deve continuare a fare quello che fa, ovvero cercare di comprendere il mondo analizzandolo in maniera critica. È fondamentale, però, che questa conoscenza venga trasmessa in maniera più ampia, affinché i movimenti femministi abbiano gli strumenti per diffonderne i messaggi dell’economia femminista anche al di fuori del femminismo stesso, arrivando a tutte le persone che lottano per la giustizia sociale. Non possiamo più combattere da sole: abbiamo bisogno del contributo di tutte e tutti.
Pensa che sia possibile superare in maniera efficace il mito della crescita a tutti i costi senza ripensare il modo in cui concepiamo il genere, la sessualità e i comportamenti maschili e femminili?
Il mito della crescita si basa sul presupposto che la specie umana continuerà a riprodursi e che la natura sarà in grado di rigenerarsi nonostante lo sfruttamento e il saccheggio delle sue risorse. Superare questa ossessione per la crescita significa riconoscere e dare valore alle risorse, alle persone e alle attività che sono sempre state sfruttate per sostenere la crescita, senza mai trarne beneficio. Non sto dicendo che tutte e tutti dovremmo diventare poveri – nessuno vuole esserlo – ma di costruire un modello di crescita che non si regga sul lavoro non retribuito delle persone e sullo sfruttamento indiscriminato della natura.
Che futuro ci aspetta, altrimenti?
Oggi, sono sempre di più le donne che stanno prendendo coscienza del prezzo che pagano per il loro lavoro non retribuito e che scelgono di non avere figli. L’Italia è un esempio, ma non è l’unico: in molti paesi sempre più donne delegano il lavoro domestico a donne più povere o decidono di non avere figli. Questo porterà a uno squilibrio demografico con una popolazione sempre più anziana e un mancato ricambio generazionale. È una prospettiva preoccupante, e non capisco perché i politici impieghino così tanto tempo a riconoscere l’importanza del lavoro riproduttivo delle donne. Ma credo che qualcosa stia cambiando: la pandemia ha reso evidente a tutti l’aumento rapidissimo ed esponenziale del carico di lavoro non retribuito delle donne, proprio a causa del fatto che il lavoro retribuito degli uomini si era fermato. Gli uomini non potevano lavorare, ma la vita doveva andare avanti: e chi ha sostenuto tutto questo? Ancora una volta, le donne, senza alcun riconoscimento economico.
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