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La guerra
all'Unar

Foto: Flickr/ Alexa Clark

Con il servizio de Le Iene si è riattivata la macchina del fango sull'Unar, l'ufficio contro le discriminazioni della Presidenza del consiglio dei ministri. Ad approfittarne sono ancora una volta le associazioni e i partiti che hanno inventato il fantasma del "gender". E intanto sono a rischio i finanziamenti per importanti progetti che tutelano i diritti delle persone

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L’ufficio nazionale contro le discriminazioni razziali (Unar) è per l’ennesima volta sotto attacco. A chiederne la chiusura sono sempre le stesse persone, associazioni, partiti e protagonisti vari delle “crociate anti gender”. Cade così la terza testa di un direttore di questa travagliata istituzione.

Cosa è l’Unar e qual è esattamente il suo mandato? Un ufficio della Presidenza del consiglio dei ministri preposto al contrasto delle discriminazioni e costituito nel 2004. All’inizio l’operato istituzionale dell’Unar è dedicato al contrasto delle discriminazioni razziali, ma per dare seguito alla raccomandazione del marzo 2010 del Comitato dei ministri del Consiglio d'Europa che prevede "misure volte a combattere la discriminazione fondata sull'orientamento sessuale o sull'identità di genere", Elsa Fornero, nel suo ruolo di Delegata alle Pari Opportunità, nel febbraio del 2012, allarga il mandato dell’Unar al contrasto delle discriminazioni basate su orientamento sessuale e identità di genere. Non è solo un allargamento nominale, per dotarsi di strumenti istituzionali l’Italia aderisce a un progetto del Consiglio d'Europa, denominato "Combattere le discriminazioni basate su orientamento sessuale e identità di genere", che mira a offrire assistenza finanziaria e tecnica agli Stati membri del Consiglio d'Europa nell'implementazione di politiche di contrasto alla discriminazione nei confronti delle persone Lgbt.

C’è un dato sostanziale che differenza l’Italia dagli altri paesi europei. Nella maggior parte dei paesi infatti gli “Equality bodies” preposti al contrasto delle discriminazioni sono organismi indipendenti, e questo significa che non sono un’emanazione politica del governo che non ne nomina il dirigente o la dirigente, ma anche che il governo non deve rispondere politicamente dell’operato dell’ente, che ha un mandato istituzionale e degli obiettivi propri da perseguire.

L’allargamento alle tematiche Lgbt avviene mentre l’Unar è sotto la guida di Massimiliano Monanni, che in tre anni mette in rete l’associazionismo e avvia un processo politico istituzionale importante. Ma sono anni di spending review: quando il contratto di Monanni arriva a scadenza, non viene rinnovato nonostante Elsa Fornero gli dedichi parole di commiato lusinghiere. Molte associazioni dall’Arci all’Acli protestano e promuovono un appello che inizia con “Numerose sigle dell’associazionismo italiano, tutte impegnate nell’affermazione dei diritti e della dignità delle persone e contro ogni violenza e discriminazione, hanno condiviso un percorso di crescita, conoscenza reciproca, condivisione di obiettivi che ha visto nell’attività svolta da Unar, negli ultimi tre anni, un motore importante e un punto di riferimento". 

Marco De Giorgi è dirigente pubblico, ha avviato le attività dell’Unar guidandone la Presidenza dal 2004 al 2008 e lavora come segretario generale al ministero dell’ambiente, quando viene richiamato all’Unar a sostituire Monanni. De Giorgi riceve prima un richiamo dalla ministra Cecilia Guerra per il libretto di promozione del rispetto delle diversità, poi vede bloccato il portale nazionale per l’informazione e i servizi rivolti alla comunità Lgbt e infine non vede rinnovato il suo mandato, sotto il governo Renzi, a seguito della campagna “anticensura” promossa da Giorgia Meloni per aver ricevuto una lettera in cui, in seguito ad affermazioni ritenute razziste, veniva invitata dall’Unar a rivedere il suo linguaggio e a veicolare alla collettività “messaggi di diverso tenore”. 

L’ufficio rimane di nuovo vacante e viene nominato Francesco Spano, esperto di dialogo religioso e multiculturale con studi cattolici alle spalle, cosa che poteva essere interpretata come un ritorno al mandato originario dell’Unar. Ma è evidente che a prescindere dalla direzione il problema è proprio con l’istituzione Unar, visto che il finanziamento su cui si è montato lo scandalo è per un progetto che ha vinto un bando, giudicato secondo dei criteri da una commissione e non può in nessun modo essere messo in relazione con i comportamenti sessuali dei soci dell'aggiudicataria. Ma questo c’è chi lo spiega bene qui e qui.   

A quanto pare però l’unico tema che sembra dirimente nel dibattito pubblico è quello che si gioca sui comportamenti di sessuali delle persone. Le forze di centrodestra continuano a proporre come unico modello la famiglia tradizionale, bianca e italiana (il nesso tra discriminazioni razziali e di genere risulta qui ancora più evidente). Allo stesso tempo le forze di centrosinistra non difendono l’operato di questa istituzione né i valori che essa rappresenta e non ne promuovono l’indipendenza. Quello a cui invece ci stiamo abituando è alla mancanza di rispetto delle istituzioni da parte di chi dovrebbe rappresentarle, la cattiva informazione che genera scandali infondati parlando alla pancia del paese, il continuo alimentare odio nel discorso pubblico, che non trova alcuna forma di argine né di delegittimazione.