Articolofinanza - violenza

Prevenire la violenza con
l'educazione finanziaria

Foto: Flickr/ Elaine Smith

L’educazione finanziaria può essere uno strumento fondamentale per riconoscere i comportamenti violenti all'interno di una relazione e intraprendere un percorso di autodeterminazione

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"Tutto è cominciato banalmente da una meticolosa e ossessiva verifica  degli scontrini della spesa che settimanalmente mi controllava, non senza aggiungere commenti sui beni acquistati e su come si poteva evitare certe marche a prezzi più alti, prima di arrivare a una divisione dell’onere secondo un suo giudizio personale. Poi le pressioni per lasciare la mia vecchia auto con la quale mi recavo al lavoro, e senza la quale avrei dovuto prendere due mezzi pubblici, rinfacciando l’elevato costo dell’assicurazione – nonostante la macchina fosse vecchiotta e non avessi mai avuto incidenti. Con i mezzi pubblici tutto era diventato più faticoso e avevo meno tempo per me. Quindi, nuovi rimproveri su quel lavoro che era così scomodo da raggiungere, meglio cercare qualcosa part-time o meglio dedicarsi ai ragazzi, che in età adolescenziale avevano bisogno di essere seguiti. Infine la richiesta di un conto comune per gestire le risorse, più comodo per entrambi, considerando che in fondo io non ci capivo molto con il nuovo sistema di banking on line. Quando gli chiedevo i soldi che mi servivano per le piccole spese o per me, inizialmente me li dava senza alcuna difficoltà, ma poi le cose erano iniziate a peggiorare e non so come io avevo perso la mia indipendenza economica, ero isolata e i maltrattamenti erano diventati più frequenti, ero senza scampo. Potrebbe essere una storia tra tante..."[1]

I dati sul femminicidio confermano che la prima causa di morte per le donne tra i 18 e i 44 anni è un'aggressione da parte del partner o dei parenti più stretti. Per fare un paragone con la controparte maschile, la prima causa di morte per gli uomini nella stessa fascia d'età è rappresentata dagli incidenti stradali.

Nella spirale della violenza, la violenza economica è l’innesco più subdolo usato per isolare una donna facendole perdere l’indipendenza, ne deriva un impatto fortissimo sui costi sostenuti dalla collettività, impatto che ci coinvolge tutti sia direttamente che indirettamente.

Ci sono costi diretti che riguardano in prima istanza l’ambito sanitario e i servizi sociali, per poi comprendere anche spese legali, giudiziarie e di ordine pubblico. A livello più profondo, poi, dobbiamo fare i conti con conseguenze negative sia a livello individuale che collettivo, da stati psicologici e disturbi depressivi (a volte legati anche all’assunzione di droghe e alcol) a una minore qualità della vita, alla trasmissione di valori distorti da una generazione all’altra, fino a una minore partecipazione alla vita della res publica e a una più generalizzata diminuzione del Pil.

La violenza economica peggiora le condizioni di una donna che già subisce violenza. Se ancora oggi le donne sono penalizzate sotto molti punti di vista – dall’equivoco della moglie e madre a un mondo del lavoro che ci vede relegate al secondo posto a priori, anche a fronte di un livello medio di istruzione più alto – è proprio la mancanza di un reddito autonomo ad azzerare la libertà di scelta e di autodeterminazione, oltre che l’autostima.

Possiamo provare a scandire in una scala di gravità a tre livelli il peso della pressione violenta che la vittima di violenza economica subisce:

  • un livello di base, caratterizzato dal controllo e dall’omissione totale dalla gestione delle risorse finanziarie;
  • un livello intermedio, dove l’uomo limita con più forza la libertà di scelta della donna negandole i soldi anche per i beni di prima necessità;
  • un ultimo livello, che si potrebbe definire delinquenziale, dove la donna si trova costretta ad erodere il proprio patrimonio o a firmare documenti finanziari in assenza di consapevolezza.

Dal rapporto realizzato nel quadro del progetto europeo WE GO – Women Economic Indipendence & Growth Opportunity – si evince che è proprio la mancanza di indipendenza economica a ostacolare l’uscita delle donne da situazioni di violenza e, soprattutto, che il 53% delle donne del campione considerato dichiara di avere subito una qualche forma di violenza economica.

In dettaglio: il 22,6% ha dichiarato di non avere nessun accesso al reddito familiare, il 19,1% di non poter usare i suoi soldi liberamente, il 17,6% ha affermato che le proprie spese sono controllate dal partner, il 16,9% di non conoscere neppure l’ammontare del reddito familiare e il 10,8% di non avere neppure "il permesso" di lavorare.

Anche i dati della ricerca della Commissione europea Violence Against Women and economic indipendence di Francesca Bettio e Elisa Ticci  avevano precedentemente aperto la strada alla convinzione che la violenza economica debba essere analizzata in maniera più analitica e non, come spesso accade, considerandola una forma di violenza che consegue da forme di violenza psicologica. A prova di quanto detto, basti pensare che, quando una donna che ha subito violenza racconta la propria storia, descrive la violenza economica come un'aggravante del maltrattamento subito, anzi spesso questa non viene quasi riconosciuta e di conseguenza non viene dichiarata e denunciata.

Proprio con il fine di raccogliere dati e tracciare con maggiore precisione il fenomeno della violenza economica, sarebbe utile che i centri antiviolenza sottoponessero alle utenti dei questionari. Da questa esigenza prende le mosse, in parte, la ricerca WE GO sopracitata, che attraverso la rilevazione di dati puntuali e precisi circa il contesto socio-economico delle vittime di violenza ha messo a punto uno strumento utile per focalizzare le linee guida utili nelle relazioni di aiuto. Anche l'intento della ricerca condotta dai centri antiviolenza di Pistoia Liberetutte e AiutoDonna attraverso la somministrazione di un questionario ad hoc, era quello di far emergere una problematica non facilmente riconoscibile e quasi sommersa. La stessa Unità di Prossimità della Polizia Locale di Torino ha agito in questa direzione, predisponendo un questionario in cui è presente un riferimento preciso alle diverse modalità in cui si articola la violenza economica – dalla privazione degli alimenti o del proprio denaro alla mancata corresponsione di denaro per piccole spese, per il mantenimento o per gli assegni dei figli.

Lavorando sulla prevenzione e sul contrasto alla violenza economica, diffondendo e/o rendendo accessibili informazioni di pianificazione famigliare in un percorso di consapevolezza volto al raggiungimento di competenze economico-finanziarie di base, si potranno disinnescare molte delle situazioni di isolamento economico e sociale che portano poi a esiti più gravi.

Uno dei pregi dell’analisi comunitaria svolta dalla Fondazione Giacomo Brodolini sta nel lanciare un’allerta sui cambiamenti economici in atto e su come l’impatto delle crisi finanziarie sulle famiglie portino a un’accelerazione della spirale della violenza. Un’allerta alla quale occorrerebbe rispondere con politiche economiche e sociali che mettano al centro l’uguaglianza di genere e il contrasto alla violenza, inclusa quella economica, come un bene necessario per il paese.

In Italia non esistono ancora dati sull’impatto che la violenza contro le donne ha sul Pil, ma le indagini statistiche ci dicono che siamo di fronte a numeri importanti. La diffusione del fenomeno è tale che occorre intervenire e sradicarne le prerogative: lavorare sulla prevenzione della violenza economica operando anche sulle famiglie per una condivisione del dialogo sulla gestione delle risorse finanziarie della famiglia può limitare il circolo vizioso della violenza economica insegnando alle donne come gestire le risorse e rafforzando il loro ruolo economico anche nella coppia.

Già nella guida per le donne che non vogliono subire o non vogliono più subire violenza economica pubblicata dalla Casa delle Donne Maltrattate di Milano con il titolo La Violenza Economica non è mai il minore dei mali era stato inserito un glossario con termini economico-finanziari come tentativo di divulgare concetti di base ad uso diffuso, offrendo uno spunto importante sulla strada da percorrere per una prevenzione che passa dall’alfabetizzazione finanziaria. Un obiettivo che Global Thinking Foundation, fondazione che si occupa di educazione finanziaria con una particolare attenzione alle politiche di genere, ha raccolto e tradotto in iniziative concrete.

In ottobre è stato lanciata, ad esempio, D2 – Donne al quadrato, un’iniziativa pensata in collaborazione con l'Associazione Operatori dei Mercati Finanziari (Assiom Forex) che vede coinvolte donne con esperienza nel mondo della finanza che si sono rese disponibili a tenere corsi gratuiti e certificati ISO 9001 per donne in difficoltà e/o che vogliono rientrare nel mondo del lavoro. È stata creata così una task force che da un lato insegna a gestire il bilancio famigliare e dall’altro contribuisce ad accelerare il processo d’inclusione sociale per quelle donne che escono da situazioni di isolamento economico. Global Thinking Foundation e Assiom Forex con questo progetto hanno infatti raggruppato donne che, provenendo da attività bancarie e istituzionali, possiedono solide conoscenze in ambito finanziario che possono mettere a disposizione di chi vuole tornare protagonista della propria vita, riappropriandosi di una dimensione sociale e professionale. Strumenti che possono servire non solo a livello di formazione personale ma anche essere utili nell’ottica di un reinserimento lavorativo, come input a cogliere le opportunità legate ai nuovi modi di gestire le risorse umane e produttive nella sharing economy e le occasioni offerte dalla rivoluzione digitale in corso.

Tra i materiali distribuiti nei moduli di Pianificazione famigliare di base e di Pianificazione professionale nel digitale c'è anche il glossario di educazione finanziaria Parole di Economia e Finanza pubblicato in 125mila copie in collaborazione con la VI Commissione Finanze della Camera dei Deputati e distribuito gratuitamente nelle scuole superiori a studenti ed insegnanti. Global Thinking Foundation con un team di ragazzi laureati coadiuvato dal suo Consiglio d’amministrazione e dai professionisti del Comitato tecnico-scientifico ha riunito i concetti che compongono la finanza odierna in un mezzo esplicativo ed esaustivo, offrendo un supporto al dibattito sull’evoluzione dei mercati finanziari e sulla financial inclusion. Con più di 350 vocaboli economici e finanziari spiegati, il glossario insieme al portale FamilyMI che raccoglie pillole formative digitali e miniserie al femminile, si rivolge soprattutto alle famiglie e alle donne, coprendo gli argomenti più attuali di economia, finanza e storia economica con un linguaggio semplice e accessibile.

In conclusione, pensiamo che un impegno corale da parte delle maggiori associazioni di donne, dei centri antiviolenza e degli specialisti del settore possa implementare il tavolo nazionale sulla violenza contro le donne con una maggiore sensibilizzazione sull’argomento. Inoltre, rimaniamo convinte dell’importanza dei questionari: una rilevazione precisa dei dati è fondamentale per mettere in campo politiche di intervento che aiutino le donne in maniera più incisiva ed efficace a sfuggire a tentativi non pienamente evidenti ai loro occhi di appropriazione indebita, frode e altri reati legati alla sfera economica.

Note

[1] Testimonianza raccolta dalle autrici durante uno degli incontri del progetto Donne al Quadrato.