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Sfruttate nei campi, le
migranti in agricoltura

Foto: Unsplash/ Gonzalo Facello

A Ragusa, in Sicilia, le donne migranti che lavorano nei campi rappresentano una componente consistente, le condizioni in cui vivono oltrepassano il confine dei diritti e della dignità. Eppure gli strumenti per l'emersione ci sono, perché non funzionano? Ne parliamo con un'esperta

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Sia in Europa che in Italia la presenza femminile nel mercato del lavoro agricolo non risulta predominante, questo non significa che da un punto di vista qualitativo debba essere trascurata. Negli ultimi anni, ricerche e indagini - sia di tipo accademico che giornalistico - hanno raccontato e analizzato alcune situazioni di sfruttamento esistenti in Italia, evidenziando le vulnerabilità e criticità presenti e dimostrando come le difficoltà incontrate dalle donne nel settore agricolo costituiscano una variabile necessaria per comprendere in maniera completa il problema dello sfruttamento. 

Ne parliamo con un'operatrice legale della cooperativa sociale Proxima, che dal 2003 lavora in supporto alle vittime di tratta e grave sfruttamento sessuale, lavorativo e non solo, e che per tutela manterremo anonima.

Di cosa si occupa la vostra cooperativa?

Proxima nasce nel 2003 ed è iscritta alla seconda sezione del registro degli enti che operano a favore dei migranti, quindi può presentare progetti che attuano il Programma di emersione, assistenza e integrazione sociale previsto dall'articolo 18 del Testo Unico Immigrazione. Nel nostro caso, mediante finanziamenti erogati da parte del Dipartimento per le Pari Opportunità – Presidenza del Consiglio dei Ministri, sulla scorta della normativa nazionale, comunitaria e internazionale in materia. Siamo competenti per il territorio delle province di Ragusa, Siracusa, Enna, Caltanissetta e Agrigento. 

In che modo la cooperativa è coinvolta nella lotta allo sfruttamento lavorativo in campo agricolo?

I territori di nostra competenza hanno delle peculiarità che devono essere necessariamente considerate caso per caso. Si potrebbe dire: “provincia che vai, sfruttamento che trovi”, perché in base alla tipologia di attività produttive presenti si ritrovano diverse modalità di sfruttamento della manodopera. Se prendiamo ad esempio uno dei nostri territori, Ragusa, la prevalenza di attività è di tipo agricolo, e di conseguenza lo sfruttamento riguarda questo settore. La cosiddetta “fascia trasformata” del ragusano è una zona dove la conversione del lavoro agricolo stagionale in colture permanenti in serra ha cambiato il paesaggio e la composizione degli abitanti. La maggior parte delle persone che lavorano all’interno di queste serre e nei vicini centri di trasformazione sono straniere, molte delle quali provenienti dalla Romania, perché i datori di lavoro preferiscono impiegare chi è presente in maniera regolare sul territorio italiano. Le condizioni di lavoro oltrepassano la soglia dei diritti e della dignità: le persone lavorano nelle serre oltre le otto ore giornaliere (a volte anche 12 ore continuative), a temperature altissime d’estate e basse d’inverno, immerse in fitofarmaci e in diserbanti dannosi per la salute. I contratti (quando vengono stipulati) sono stagionali, anche se si lavora per 11 mesi all’anno, con compensi irrisori rispetto ai minimi sindacali che variano a seconda della nazionalità delle persone impiegate. 

Ci sono donne?

Sì, nelle serre e nei centri di trasformazione dei prodotti a Ragusa la presenza femminile è rilevante - principalmente perché l’immigrazione proveniente dalla Romania è fortemente femminilizzata. Le problematiche e le condizioni che vivono queste donne meritano una particolare attenzione: la dimensione di genere determina infatti traiettorie specifiche di controllo e prevaricazione spesso più brutali di quelle subite dai migranti maschi e le condizioni di grave sfruttamento, già connotate da fenomeni come l’intermediazione illecita e la riduzione in schiavitù, nei casi che coinvolgono le donne innescano anche dinamiche di abuso psicologico, sessuale e violenza di genere.

Come arrivano le migranti e in che condizioni particolari lavorano e vivono?

Facendo sempre riferimento al territorio di Ragusa, che può essere considerato emblematico per i contesti di sfruttamento lavorativo che coinvolgono le donne, si tratta prevalentemente di lavoratrici nordafricane e rumene, con le quali ci siamo ritrovate ad avere contatti per casi sia di sfruttamento lavorativo che sessuale. Questa doppia dimensione di sfruttamento è infatti presente in maniera molto forte in questi contesti e le condizioni in cui vivono sono estremamente pesanti e difficili. Sono molte le donne che emigrano da sole, a volte con i figli ma spesso senza una figura maschile a fianco, e il loro unico scopo è quello di produrre rimesse da inviare a casa. Quello che molto probabilmente non si aspettano sono le condizioni lavorative e il livello di subordinazione e violenza che incontreranno una volta arrivate in Italia. Queste braccianti infatti lavorano in un contesto marcato dall’isolamento, dalla segregazione e dalla totale dipendenza dal datore di lavoro: l’area rurale del ragusano è composta da migliaia di piccole aziende agricole, isolate tra loro e situate per la maggior parte in luoghi distanti dai centri abitati e, poiché sono costrette a vivere dove sorgono le serre, lo scenario che si crea diventa ideale per la diffusione di dinamiche di sfruttamento, che vanno da quello lavorativo a quello sessuale. I numerosi fattori personali, sociali, economici e culturali, uniti a un contesto caratterizzato da discriminazioni e disuguaglianze strutturali sia nel paese di origine che in quello di arrivo, determinano quindi una posizione di estrema vulnerabilità, che si traduce di fatto nella mancanza di una reale ed accettabile possibilità di alternative.

Però ci sono strumenti di protezione, come funzionano?

Il principale strumento è l’articolo 18 del Testo Unico Immigrazione, il cui programma di emersione, assistenza e integrazione sociale rappresenta uno dei modi per far fuoriuscire le persone da situazioni di sfruttamento e tratta. Prevedendo il rilascio di uno speciale permesso di soggiorno e delineando un percorso di assistenza, protezione e inclusione socio-lavorativa, questa misura risulta essenziale per garantire i diritti fondamentali delle persone straniere coinvolte in situazioni lavorative di questo tipo. Si tratta di uno strumento normativo che nasce per la tutela delle vittime di tratta e grave sfruttamento e che negli anni si è dimostrato utile soprattutto nei casi di sfruttamento sessuale. Necessiterebbe però di interventi chiarificatori per quanto riguarda le situazioni di sfruttamento lavorativo, per evitare trattamenti diversificati tra le vittime e per riuscire a comprendere e includere condizioni e contesti molto complessi.

Quali sono le difficoltà che avete riscontrato nell'utilizzo di questo strumento?

La situazione delle donne immigrate coinvolte in contesti di sfruttamento lavorativo, in agricoltura come in altri settori, viene aggravata da una serie di fattori legati all’attuazione degli strumenti di protezione. Io, ad esempio, lavoro principalmente nell’emersione e tocco con mano le difficoltà enormi che ci sono nell’entrare in contatto, stabilire un rapporto di fiducia e iniziare un processo di consapevolezza con le vittime. Le pressioni esterne che queste donne subiscono sono fortissime e spesso assumono forme di vera e propria coercizione, abuso psicologico, minacce. Quindi, rendere una lavoratrice consapevole del proprio sfruttamento è un processo molto lungo, che può richiedere anche anni. Oltre a ciò vediamo da tempo una progressiva erosione dell’approccio di intervento non premiale promosso dall’art. 18 e centrato sull’importanza della finalità di tutele e assistenza delle vittime. In alcuni casi viene attribuita maggior rilevanza al contributo fornito dalla vittima ai fini del procedimento penale rispetto alla presenza dei requisiti della “violenza e grande sfruttamento” e del “pericolo”, svilendo la ratio e l’approccio della norma e depotenziando il cosiddetto “percorso sociale”.

E per quanto riguarda l'accertamento dei requisiti?

L'interpretazione dei requisiti da parte delle autorità competenti è spesso restrittiva, anche a causa della stessa formulazione della norma, che si presta facilmente a letture diversificate. Uno dei punti più problematici è quello relativo all'attualità del pericolo perché nei casi di sfruttamento lavorativo non è sempre facile accertare il presupposto del pericolo concreto e attuale in quanto si tratta di situazioni molto difficili da fare emergere e da provare. Inoltre in Italia è radicata la tendenza a “normalizzare” lo sfruttamento lavorativo, in particolare quando si tratta di persone straniere, con l’effetto di mettere in ombra i vari fattori di vulnerabilità sociale e situazionale e i vari indici di sfruttamento necessari per identificare reati gravi come la tratta, la riduzione in schiavitù o il grave sfruttamento. 

Che cosa manca per favorire davvero l'emersione e tutelare chi lavora in agricoltura?

Come denunciamo da tempo insieme ad altre realtà che lavorano nel sistema antitratta, la mancanza di indicazioni precise stilate dal legislatore o di circolari interpretative rivolte alle autorità competenti comporta un affidarsi totalmente alla discrezionalità e arbitrarietà delle amministrazioni interessate, creando un numero tale di variabili che si rende ancor più difficoltoso far rientrare nel programma le vittime in questione. Servirebbe declinare le misure in una prospettiva di genere e femminista, che sia in grado di porsi in ascolto delle esperienze individuali delle persone coinvolte, e che sappia ripensare gli stessi istituti e le stesse prassi in modo che corrispondano più adeguatamente ai contesti in cui operano. Per questo motivo essenziale è ridare forza all’attuazione del percorso sociale, evitandone lo snaturamento e cercando di ridefinire i programmi e le prassi alla luce dei mutamenti non solo dell'ordinamento ma anche del fenomeno e della composizione delle popolazione interessata.

Riferimenti 

Palumbo L., Sciurba A., Vulnerability to Forced Labour and Trafficking: The case of Romanian women in the agricultural sector in Sicily, Anti Trafficking Review, 2015

Sciurba A., Due volte sfruttate. Le donne rumene nella “fascia trasformata” del ragusano, Meltingpot, 2013

Prandi S., Oro rosso, braccianti nel Mediterraneo, inGenere, 2018

Omizzolo M., Schiave due volte, Left, 2015 

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