Prato, un distretto troppo stretto. Raccontato da Edoardo Nesi, industriale e scrittore. Un romanzo che lascia il vuoto di un passato che è finito, ma non ha la forza corale dell’affresco, che potrebbe dare più forza alla voglia di cambiare
Un libro di narrativa non entra spesso nelle discussioni di economia e lavoro. Ma presentare il libro di Edoardo Nesi, Storia della mia gente. La rabbia e l’amore della mia vita da industriale di provincia (alla ribalta come vincitore del premio Strega 2011) offre l’occasione per richiamare l’attenzione sulla necessità di ragionare ancora e ancora sulle radici di alcune trasformazioni dell’economia e della società e sulla rappresentazione del lavoro manifatturiero. Il libro tocca infatti il tema scottante del declino di un sistema produttivo che aveva attirato nei momenti di grande successo l’attenzione di sociologi ed economisti di tutto il mondo: il distretto tessile di Prato. In vista del prossimo appuntamento annuale degli Incontri di Artimino sullo sviluppo locale (3-5 ottobre 2011)[1], mi sono immersa in un pomeriggio di lettura cercando, in un contributo di narrativa, elementi utili per la discussione sulle trasformazioni dei sistemi produttivi locali.
Sebbene non si tratti di una ricerca etnografica, il libro di Nesi solleva domande su che cosa abbia trasformato Prato, l’ideal-tipo di distretto industriale descritto da Giacomo Becattini e dal suo gruppo di ricerca, in un luogo carico di tensioni sociali. Storia della mia gente è un romanzo in forma autobiografica. Si presenta come un intreccio di pensieri sollecitati da citazioni letterarie e cinematografiche e dalle esperienze di vita nell’impresa di famiglia che per tre generazione ha prodotto ricchezza, ordinatamente e sostanzialmente senza scossoni, a Prato. Un’attività imprenditoriale capace di riprendersi dalla furia distruttrice della guerra, ma che non ha retto all’apertura dei mercati mondiali.
La “sua gente” sono gli industriali di provincia, lo annuncia il titolo, e nel romanzo Nesi dà voce all'imprenditoria pratese in una delle fasi più critiche della sua storia. “Straordinari e fragilissimi artigiani, lontani pronipoti dei maestri di bottega medievali” (p. 137). Fabbriche che passano dalla produzione di coperte a quella di cappotti, un prodotto che rimane lo stesso per trent’anni, una produzione realizzata senza investimenti in ricerca e innovazione; con bilanci in utile, senza rimanenze di magazzino, e dove gli operai più capaci possono mettersi in proprio e diventare imprenditori. La descrizione di questo sviluppo è nel capitolo “Questa storia” che introduce alcune delle cause che hanno compromesso il funzionamento di quel sistema produttivo. Dopo lo slancio di una lunga fase di espansione della produzione, ci sono anche innovazioni. Ad esempio è geniale la produzione dei tessuti di Carpini, di cui Nesi descrive con passione le mille invenzioni scaturite dalle sue idee di trasformare materiali, filati, e tessuti. Ma imprenditori come i Carpini e come i Nesi non sono stati capaci di allungare le relazioni nelle catene del valore in cui i tessuti sono solo una delle fasi del processo di progettazione, produzione e commercializzazione dei prodotti in cui i tessuti sono impiegati. E hanno finito per essere schiacciati dai designer che li hanno ricattati sul prezzo. La convinzione che ci fosse qualcosa di innato nel sistema in cui si trovavano, ricchi e senza problemi, non ha fatto intraprendere strategie per non subire quel ricatto.
Quello è stato il passaggio decisivo del declino. Lo possiamo approfondire attingendo ai contributi di analisi sulle trasformazioni del distretto di Prato, che mettono in luce anche diversi tipi di imprese artigiane. Marco Bellandi sottolinea che “le ragioni della crisi strutturale sono di vario tipo. Dentro l'industria: la carenza di re-investimenti, in particolare in rapporti con la ricerca e in canali commerciali; ma anche la difficoltà nella transizione generazionale degli imprenditori, e la debolezza della diffusione di innovazione nella cultura aziendale, più a squadra. Le imprese artigiane non sono passate a modelli di nuovo artigianato, cioè imprese ad alta specializzazione capaci di essere interlocutori attivi della progettazione dei committenti. I committenti sono appunto in gran parte la gente di Nesi (non gli artigiani), che hanno rinunciato a investimenti in up-grading (e hanno subito il potere dei designer).”
Nel libro di Nesi è pesante la critica agli economisti, con punte anche esilaranti quando descrive la sua reazione quotidiana alla lettura degli editoriali sul Corriere della sera in cui Francesco Giavazzi presenta entusiasta i vantaggi del libero mercato, e toni durissimi nel riferimento all’“ineffabile” Vincenzo Visco che con l'Irap (a Prato ribattezzata Iraq) ha penalizzato le aziende in difficoltà (p. 63)[2]. Ma la critica aspra si estende in generale agli economisti che non hanno la conoscenza che Machiavelli riteneva rilevante per chi poi deve governare: conoscere i monti e la valli e i percorsi che attraversano i territori che si governano, per meglio difenderli (p. 141). Perché occorre difendere. Che però non vuol dire isolarsi o attaccare, ma essere capaci di cambiare. C’è una vasta letteratura economica su questo tema. E un esempio di come si possa acquisire quella complicata conoscenza della struttura economica e sociale ci viene dagli insegnamenti degli studiosi dei distretti, e di Sebastiano Brusco, che ci ha insegnato in che modo sia utilizzabile per innescare cambiamenti, anche attraverso politiche pubbliche.
C'è poi una critica molto dura all'idea che produrre per mercati di nicchia possa essere una strategia vincente per le imprese (p. 135). Nicchia può però avere un significato diverso da quello che ci ricorda la definizione del Devoto-Oli citata nel romanzo, se la numerosità delle “nicchie” è molto elevata, come succede quando sono in gioco le funzionalità di artefatti complessi. L'industria italiana non è solo l’industria tessile e dell’abbigliamento di cui parla Nesi. Ad esempio, i produttori italiani di macchinari, ed emiliani in particolare, quando trovano soluzioni innovative per bisogni particolari di loro clienti (imprese industriali, o di servizi) creano delle nicchie di mercato: dove ci si sta in uno o due, infatti, dove il modo migliore per competere è non avere concorrenti! Individuare tali nicchie gioca un'importanza strategica nei processi di innovazione e di espansione della produzione (di difesa, appunto). E i macchinari sono prodotti in serie corte: talvolta di uno o due esemplari
Affiora poi dalle pagine di Nesi un’importante considerazione: che l'occidente abbia regalato al mondo l'idea che i diritti dei lavoratori siano un contributo di civiltà (p. 113). E che quei diritti siano l'ossatura della produzione industriale in Italia. E che ci sia chi li fa osservare. Ma i vigili del fuoco, l'Asl, i carabinieri non sembrano avere una forza sistemica. E questo è un punto che segnala il libro di Nesi. Ricordiamoci che questo non è un saggio di ricerca etnografica, è un romanzo, ma a suo tempo Gabi Dei Ottati aveva segnalato che fra le ragioni essenziali della crisi di Prato c’è la disgregazione del consenso istituzionale locale, che ha cominciato a manifestarsi negli anni novanta, per aggravarsi nel decennio successivo. Nesi non ci dice che cosa abbia spezzato la trama delle relazioni sociali e istituzionali che sostenevano il sistema locale. C'è un accenno di Nesi a imprenditori che si sono fatti schiacciare dai clienti che imponevano una contrattazione sui prezzi, che venivano accettati scaricando la pressione sui fornitori. Non c'è una analisi di chi siano gli attori di questa catena di relazioni. Si capisce che a farne le spese siano non solo i più deboli attori della catena del valore, ma anche la qualità dei prodotti, e che questo finisce per colpire tutti gli attori, anche quelli che inizialmente giocano a schiacciare i più deboli sul piano contrattuale. Finiscono per indebolirsi e venire schiacciati da prodotti di qualità bassa che trovano concorrenti potentissimi nei paesi a basso costo del lavoro. O dentro le fabbriche di Prato che loro stessi hanno via via iniziato a vendere ai cinesi. Schiacciati da produzioni come quelle descritte nello scorcio che Nesi tratteggia del laboratorio cinese, un tempo di qualche imprenditore che come lui ha ceduto l’impresa di famiglia, in cui non si capisce neanche che prodotto stiano cucendo: improbabili "grembiuli per neonato", camicette, gonne, pigiami o vestitini per bambole.
Recensendo i saggi pubblicati nel numero 31-32 di Narrativa sulla rappresentazione del lavoro, Claudio Panella (2010), riassume l’ampio e variegato modo con cui i saggi del progetto coordinato da Silvia Contarini analizzano in che modo la narrativa italiana contemporanea “racconta il lavoro e il non lavoro”. Di quale lavoro si parla nel libro di Nesi? Del lavoro degli imprenditori (“gente che in tutta la vita non ha fatto altro che lavorare”, evidenzia anche la citazione in quarta di copertina ).
Alla gente di Nesi invece non appartengono i lavoratori e le lavoratrici dipendenti. Non quelli cinesi di oggi, che appaiono nella loro iconografia più classica del capitolo “Subito”, che racconta di un controllo in una fabbrica di proprietà di cinesi a Prato (“l’irruzione più gentile della storia del mondo”), un viaggio nella citta dei cinesi dentro la sua città. Nesi li racconta come figli di quella dittatura comunista che ha fatto bastonare la migliore gioventù da soldati analfabeti e questo li ha condizionati a tal punto da essere disponibili a qualsiasi sfruttamento pur di non tornare nelle condizioni di terrore. Ma la Cina di oggi, quella da cui vengono questi lavoratori cinesi clandestini, è quella del terrore? è quella delle campagne? chi sono quei cinesi? Nesi non ce lo dice, anche se un altro tipo di cinese è pure presente nel suo racconto: è l’altro protagonista dell’incubo di un lavoratore dipendente di ieri, oggi senza lavoro. E il disagio sociale entra nel romanzo e si manifesta col menar cazzotti e con l’escalation di razzismo che sono i tratti più cupi dell’incubo che Nesi usa come espediente narrativo.
L’assenza dei lavoratori nel romanzo di Nesi mi ha spiazzata. Perché nelle storie di vita degli imprenditori metalmeccanici emiliani il racconto della loro impresa si intreccia con quello dei lavoratori e delle lavoratrici. [Ed è per questo nesso che un libro sui piccoli imprenditori pratesi entrava nella selezione di letture estive proposte dal Centro di documentazione di Officina Emilia in preparazione del progetto di Officina Emilia sul lavoro delle donne nella meccanica[3].] Le competenze dei lavoratori integrano quelle più squisitamente imprenditoriali, che non sono solo il rischio, l’organizzazione d’impresa o l’amministrazione, ma riguardano proprio l’innovazione come elemento guida dell’attività imprenditoriale (in questo senso sono molto simili all’imprenditore che descrive Joseph A. Schumpeter nella Teoria dello sviluppo economico). Sono le competenze, la motivazione e la capacità dei lavoratori di lavorare ogni giorno su cose nuove che sostengono l’innovazione di quelle piccole e medie imprese meccaniche. E quelle competenze e motivazioni devono essere sostenute da meccanismi nuovi, capaci di alimentare la rigenerazione di nuove reti di competenze in grado di sostenere i processi di innovazione e sviluppo. Questa riflessione ha animato sin dal 2000 il progetto Officina Emilia a Modena, con un focus sulla meccanica. Ma un’analoga riflessione si era sviluppata un decennio fa nella scuola di Artimino, che chiedeva di investire in nuovo lavoro di qualità per i giovani pratesi.
E l’assenza del lavoro dipendente sottolinea come Nesi non tracci un affresco a tutto tondo (e forse non intendeva farlo). Ci consegna un piano sequenza della sua vita, in cui ha visto la crescita e il declino della sua industria, ma i lavoratori dipendenti a Prato li ha visti come potenziali imprenditori un tempo e come massa di disoccupati oggi. Ed è forse proprio questo che marca la differenza con le storie di imprese e imprenditori che conosco. Non tutte storie di successo. Storie da cui impariamo anche altre criticità che occorre affrontare per costruire il futuro.
Questo libro di Nesi, invece, lascia il vuoto di un passato che è finito. E di un presente che si snoda attorno ad uno striscione da guinness dei primati, che appare nell’ultimo capitolo, dove c’è il racconto della manifestazione di piazza a cui tutta la città-non cinese aderisce. Voice. A cui Nesi dà un po’ di colore che fa uscire quella protesta dall’anonimato. Non ha la forza corale dell’affresco, ma magari potrebbe dare più forza alla voglia di cambiare, e all’avvio di una ricerca etnografica, di cui si sente un gran bisogno, per conoscere che cosa sta cambiando nella società e nel lavoro a Prato.
Bibliografia
AA.VV, Prato. Storia di una città, Vol. IV, Firenze, Le Monnier, 1997
Giacomo Becattini, Il bruco e la farfalla. Prato: una storia esemplare dell'Italia dei distretti, Firenze, Le Monnier, 2000
Marco Bellandi e Annalisa Caloffi su macchine tessili a Prato
Sebastiano Brusco, Lezioni per lo sviluppo: una lettera e nove saggi, 1990-2002, il Mulino, Bologna, 2008
Silvia Contarini (a cura di), “Letteratura e azienda. Rappresentazioni letterarie dell’economia e del lavoro nella letteratura italiana degli anni 2000”, Narrativa, nuova serie, n. 31/32, Presses Universitaires de Paris Ouest, Paris 2010.
Gabi Dei Ottati su Prato
Edoardo Nesi, Storia della mia gente. La rabbia e l’amore della mia vita da industriale di provincia, Bompiani Overlook, Milano, 2011
Officina Emilia, Laboratorio di storia delle competenze e dell’innovazione nella meccanica, www.officinaemilia.unimore.it
Claudio Panella, Letteratura e azienda. Raccontare il lavoro e il non lavoro, Le reti di Dedalus, Rivista on line del sindacato nazionale scrittori, http://www.retididedalus.it/ Archivi/ 2010/estate/LUOGO_COMUNE/3_letteratura.pdf, estate 2010; accesso il 20 agosto 2011
[1] [http://www.incontridiartimino.it]
[2] [si veda http://www.lavoce.info/dossier/pagina2950.html per una rassegna degli aspetti critici di questa imposta]
[3] [http://www.officinaemilia.unimore.it/on-line/HOME/articolo15685.html]