Simona Colombelli, docente presso il Dipartimento di Fisica dell'Università Federico II di Napoli, ci racconta la sua carriera come sismologa e le sfide strutturali che le donne che lavorano nella ricerca incontrano in Italia. Un percorso in cui passione, curiosità e il supporto di reti e finanziamenti europei diventano strumenti fondamentali per restare e progredire nel mondo accademico e della ricerca
Al centro della Terra
con Simona Colombelli
“Il fatto di essere donna nella mia carriera scientifica non è mai stato un ostacolo“. Simona Colombelli lo afferma con una chiarezza che, a prima vista, potrebbe sembrare controcorrente. In un dibattito spesso polarizzato tra denuncia e rivendicazione, la sua posizione introduce una distinzione fondamentale: tra esperienza individuale e struttura. Perché se il suo percorso non è stato segnato da episodi di discriminazione diretta, questo non significa che il problema non esista. Al contrario, significa che va cercato altrove, nei meccanismi più profondi che regolano le carriere.
Colombelli ricopre il ruolo di professoressa associata presso il Dipartimento di Fisica dell'Università Federico II di Napoli. La sua ricerca si concentra sulla sismologia, in particolare “sulla comprensione dei meccanismi che portano alla formazione dei terremoti a scala naturale“. Un campo complesso, che richiede un approccio quantitativo rigoroso e la capacità di integrare dati, modelli e osservazioni. Il suo lavoro si inserisce in una rete internazionale di ricerca e ha ricevuto uno dei riconoscimenti più rilevanti in Europa, lo Starting Grant dello European Research Council. Ma nel suo racconto non c’è alcuna enfasi celebrativa: la carriera appare come il risultato di un processo, più che di un’eccezione.
“Non mi è mai capitato che l’essere donna fosse un peso“. Colombelli torna su questo punto con precisione, quasi a voler evitare fraintendimenti. Il suo ambiente di lavoro, spiega, è stato fin dall’inizio inclusivo, privo di quelle dinamiche esplicite di esclusione che ancora caratterizzano altri contesti.
Ma è proprio questa esperienza a rendere più lucida la sua analisi. “Il problema non è all’inizio del percorso“. Nelle facoltà scientifiche, osserva, la presenza femminile è ormai consolidata: “Le percentuali sono cinquanta e cinquanta, a volte anche a favore delle ragazze“.
Il divario emerge dopo, lungo la traiettoria della carriera. “Man mano che si progredisce, la percentuale si sbilancia sempre di più“. Dal dottorato al postdoc, fino alle posizioni apicali, il numero di donne si riduce progressivamente, fino a diventare minoritario. “Si arriva a percentuali completamente ribaltate“.
Per Colombelli, questa dinamica non ha a che fare con il merito o con la motivazione, ma con le condizioni materiali della vita. “È più difficile per una donna conciliare il lavoro con la propria carriera“ afferma. E insiste: “Questo vale per qualsiasi lavoro, non solo per la ricerca“.
Il nodo è strutturale, e riguarda l’organizzazione sociale del tempo, della cura, delle responsabilità familiari. “Mancano le strutture, le agevolazioni“. In altri paesi europei, osserva, “il padre e la madre possono dividersi i compiti in maniera più semplice“. In Italia, invece, persiste “la mentalità che la madre deve fare tante cose, mentre il padre può andare tranquillamente a lavorare“.
La sua esperienza personale rende evidente questo squilibrio. Madre di due figli, ha affrontato la maternità in una fase di precarietà lavorativa: “Non ho beneficiato dell’allattamento, non esisteva per me la riduzione di orario“. Una condizione che non riguarda solo la ricerca, ma che nella ricerca – con i suoi tempi lunghi e le sue richieste di mobilità – diventa particolarmente evidente.
Nel Mezzogiorno, aggiunge, queste difficoltà si amplificano: “C'è un retaggio culturale più forte“. Una combinazione di mentalità e carenza di servizi che rende più complesso sostenere una carriera continuativa.
E tuttavia, Colombelli non adotta un tono disilluso. “Sono fiduciosa che pian piano si supererà“ dice. Una fiducia che nasce dall’osservazione diretta di un cambiamento già in corso: sempre più donne che restano, che avanzano, che ridefiniscono gli equilibri. Un cambiamento silenzioso, ma visibile, che passa anche attraverso modelli diversi di organizzazione del lavoro e una maggiore consapevolezza collettiva.
Se la struttura incide sulle traiettorie, è la motivazione a orientarle. Nel caso di Colombelli, la spinta iniziale è radicata in una curiosità profonda: “Mi ha sempre attratto la conoscenza dei fenomeni naturali“.
La fisica si impone come scelta naturale, quasi inevitabile, ma non per inerzia. “L’approccio di chi studia fisica, da un punto di vista fenomenologico e quantitativo, è stato quello che più mi interessava“. Comprendere, misurare, modellizzare: sono questi gli elementi che definiscono il suo modo di guardare al mondo.
Il contesto familiare ha avuto un ruolo, con entrambi i genitori fisici, ma non è sufficiente a spiegare il percorso. La direzione specifica si costruisce nel tempo, attraverso esperienze e incontri. “La sismologia è arrivata verso il terzo anno di studi“ racconta. “È il momento in cui devi fare una scelta“.
Quella scelta, nel suo caso, è stata facilitata da un incontro decisivo: “Ho trovato un gruppo di ricerca molto dinamico, che mi ha accolto bene fin dall’inizio“. È qui che la curiosità si trasforma in appartenenza. “Mi sono avvicinata per semplice curiosità, ma sono rimasta perché ho trovato un ambiente rispettoso e stimolante“.
Nel suo racconto, la passione non è mai astratta. È legata alla pratica quotidiana della ricerca, al confronto con colleghe e colleghi, alla possibilità di lavorare su problemi complessi. È anche, implicitamente, una questione di piacere: il piacere di capire, di scoprire, di contribuire a una conoscenza condivisa.
Questa dimensione si riflette nella continuità del suo percorso: dalla laurea alla specializzazione, fino alla ricerca avanzata e alla guida di progetti competitivi. Lo Starting Grant europeo rappresenta un punto di svolta, ma anche il riconoscimento di una traiettoria costruita nel tempo, con coerenza. Ed è proprio questa coerenza, più che il singolo risultato, a definire la solidità di una carriera scientifica.
La carriera di Colombelli si sviluppa presto oltre i confini nazionali. Durante il dottorato ha trascorso sette mesi a Berkeley. Un’esperienza che descrive come “veramente internazionale e molto formativa“, capace di produrre un cambiamento profondo. “Sono tornata completamente diversa, sia a livello lavorativo che personale“.
Il confronto con un sistema più ampio modifica la percezione della ricerca. “Quello che qui si faceva in un gruppo di venti persone, lì lo faceva un intero dipartimento“. Più risorse, più dinamismo, più possibilità di interazione. Ma soprattutto, una diversa scala di riferimento.
Questa apertura si ritrova oggi nella dimensione europea del suo lavoro. “Non ci sono più confini“ afferma. “Tutti parlano inglese, tutti apparteniamo alla stessa comunità“. La ricerca si costruisce attraverso reti fluide, collaborazioni che nascono attorno ai progetti e si sviluppano in modo dinamico. “Sai che in Europa c’è qualcuno di particolarmente forte su un determinato tema, ed è molto facile agganciare le persone“.
È in questo contesto che si colloca anche il suo progetto finanziato dallo European Research Council (ERC), che richiede non solo eccellenza scientifica ma anche una chiara visione dell’impatto. “I soldi spesi per la ricerca sono un bene pubblico“ sottolinea.
Per Colombelli, questo implica una responsabilità precisa: “È giusto dare conto alla comunità di come vengono utilizzati“. Una responsabilità che passa anche dalla comunicazione: “È fondamentale trasferire all’esterno i risultati della ricerca“.
In un ambito come la sismologia, questa dimensione è particolarmente evidente. Comprendere i terremoti significa contribuire, indirettamente, alla gestione del rischio e alla sicurezza collettiva. Ma significa anche rendere accessibile una conoscenza che altrimenti resterebbe confinata alle persone addette ai lavori.
“Sento questa responsabilità“ dice. “E ci provo“. Una frase che restituisce il tratto più netto del suo approccio: rigore scientifico e senso di responsabilità, ma anche la consapevolezza che, senza condizioni più eque per restare e crescere, quel percorso resterà ancora troppo spesso un’eccezione femminile, più che una possibilità condivisa.