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intelligenza artificiale

Linguaggi, comunità e memoria sono al centro di una critica femminista della tecnologia. Ne parliamo con Marzia Vaccari, informatica esperta di media digitali e autrice di Server Donne. Leccami la password. Un libro che racconta un progetto collettivo e ribelle durato vent'anni, una "macchina femminista" basata su una concezione di Internet come rete aperta, accessibile e capace di lasciar esprimere diverse soggettività
 

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Dall'etichettatura dei dati alla moderazione di contenuti violenti, l'intelligenza artificiale è sostenuta quotidianamente da micromansioni ripetitive retribuite a pochi centesimi. Un lavoro precario e invisibile, svolto in larga parte da donne del Sud globale, in contrasto con la narrativa dominante che racconta sistemi capaci di funzionare in maniera autonoma. Oggi come ieri, dietro le macchine ci sono le persone. E sono ancora le persone ad assorbire il peso materiale, emotivo e cognitivo del digitale

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Dalle Veneri anatomiche del Settecento alle assistenti vocali, il modo in cui interagiamo con le macchine è modellato sullo stereotipo della femminilità come tendenza alla disponibilità e all'accoglienza, un filtro che rende le tecnologie culturalmente addomesticabili. La sfida per il futuro sarà quella di immaginare linguaggi che sappiano liberarsi dalle oppressioni su cui è costruita la nostra idea di umanità

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Come cambiano amore e sesso nell'era delle dating app, dove le logiche degli algoritmi rispecchiano la visione del mondo di chi li progetta e fare un uso consapevole degli strumenti disponibili significa anche tener conto del fatto che nessuno di questi è (ancora) in grado di riprodurre quella parte di imprevedibilità alla base di tutte le relazioni umane

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La violenza digitale di genere non è una "tempesta perfetta" a cui non possiamo fare altro che arrenderci, ma un fenomeno sociale. Riconoscerla e sradicarla significa soprattutto interrogare l’architettura degli spazi in cui si produce e si amplifica, imparare a disinnescarne gli squilibri di potere. Ridefinire il concetto di consenso e puntare sull'alfabetizzazione tecnologica sono passaggi inaggirabili di una trasformazione culturale che deve partire dall'educazione delle persone più giovani

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Oggi permane la tendenza a concepire e trattare spazi e dinamiche digitali come nettamente separati da ciò che accade in quella che viene chiamata “vita reale”, intendendo con questa espressione tutto ciò che si verifica nello spazio “offline”. Ma è davvero così? Per una lettura femminista della cyberviolenza è imprescindibile ridefinire la realtà

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Leggere la violenza digitale di genere con una lente intersezionale significa riconoscere che non esiste un'unica esperienza possibile della rete, e che negli spazi digitali vengono riprodotte le gerarchie di potere che colpiscono chi sfugge al concetto di norma. Una ricognizione su come ampliare la consapevolezza delle modalità con cui la violenza viene agita e spesso resa invisibile online

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La violenza digitale viene ancora contrastata dalle politiche pubbliche come un'emergenza e non come un problema culturale. Ma intanto le realtà femministe fanno leva sulle pratiche dal basso: centri antiviolenza, operatrici, esperte e associazioni stanno già consolidando reti e alleanze per condividere strumenti, esperienze e competenze

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La violenza digitale viene ancora raccontata dai media come un'emergenza collegata a singoli di casi di cronaca, tralasciando completamente le radici culturali che la strutturano, e i rapporti di potere che la facilitano proprio attraverso le tecnologie. Un'indagine sull'informazione contemporanea

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Le infrastrutture digitali non sono neutre, ma progettate e governate dentro assetti economici e culturali che riproducono gerarchie di genere, razza e classe. Se da una parte intervengono rapidamente su contenuti legati a sessualità, aborto ed educazione di genere, dall'altra risultano lente o inefficaci nel contrastare campagne misogine coordinate, e spesso facilitano l'espansione di credenze e modalità patriarcali. Un progetto di ricerca si propone di approfondire il ruolo dei centri antiviolenza nel contrasto alle molestie digitali e di riformulare buone pratiche al passo con i tempi

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Le ricerche più recenti descrivono la violenza digitale come un fenomeno stratificato e complesso, non solo radicato nelle dinamiche più tradizionali ma soprattutto generato da una serie di pratiche interconnesse rese possibili dalle tecnologie. Quella che ne deriva è una catena di nuove forme di discriminazione, in cui il confine tra online e offline si fa sempre più sottile

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Costruire spazi digitali sicuri non significa solo prevenire attacchi o violazioni di dati, ma creare le condizioni affinché l’innovazione tecnologica riduca, e non amplifichi, le disuguaglianze. Ne parliamo con Francesca Bosco, Chief Strategy Officer presso il CyberPeace Institute di Ginevra ed esperta di tecnologia, sicurezza e diritti umani

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