La violenza digitale viene ancora contrastata dalle politiche pubbliche come un'emergenza, e non come un problema culturale. Ma intanto le realtà femministe fanno leva sulle pratiche dal basso: centri antiviolenza, operatrici, esperte e associazioni stanno già consolidando reti e alleanze per condividere strumenti, esperienze e competenze
intelligenza artificiale
La violenza digitale viene ancora raccontata dai media come un'emergenza collegata a singoli di casi di cronaca, tralasciando completamente le radici culturali che la strutturano, e i rapporti di potere che la facilitano proprio attraverso le tecnologie. Un'indagine sull'informazione contemporanea
Le infrastrutture digitali non sono neutre, ma progettate e governate dentro assetti economici e culturali che riproducono gerarchie di genere, razza e classe. Se da una parte intervengono rapidamente su contenuti legati a sessualità, aborto ed educazione di genere, dall'altra risultano lente o inefficaci nel contrastare campagne misogine coordinate, e spesso facilitano l'espansione di credenze e modalità patriarcali. Un progetto di ricerca si propone di approfondire il ruolo dei centri antiviolenza nel contrasto alle molestie digitali e di riformulare buone pratiche al passo con i tempi
Le ricerche più recenti descrivono la violenza digitale come un fenomeno stratificato e complesso, non solo radicato nelle dinamiche più tradizionali ma soprattutto generato da una serie di pratiche interconnesse rese possibili dalle tecnologie. Quella che ne deriva è una catena di nuove forme di discriminazione, in cui il confine tra online e offline si fa sempre più sottile
Costruire spazi digitali sicuri non significa solo prevenire attacchi o violazioni di dati, ma creare le condizioni affinché l’innovazione tecnologica riduca, e non amplifichi, le disuguaglianze. Ne parliamo con Francesca Bosco, Chief Strategy Officer presso il CyberPeace Institute di Ginevra ed esperta di tecnologia, sicurezza e diritti umani
Senza una critica femminista della tecnologia, l'intelligenza artificiale generativa rischia di restare un coacervo di pregiudizi e stereotipi: uno specchio che deforma la realtà, appiattendo diversità e vissuti specifici su caratteristiche appartenenti a soggetti privilegiati spacciati per neutri. Quello sui Large Language Model dev'essere articolato come un discorso sul potere
Una generazione costantemente alle prese con intelligenza artificiale, iperconnessione e solitudine in cerca di riconoscimento e conforto emotivo. L'adolescenza in Italia secondo l'Atlante 2025 di Save the Children, che mette a nudo l'impatto delle tecnologie sulla salute mentale di ragazze e ragazzi in Italia
Normative, cybersicurezza e informatica forense stanno ridefinendo la governance digitale con l'obiettivo di riconoscere e contrastare la violenza di genere e garantire alle donne una maggiore libertà negli spazi online. Una panoramica sugli strumenti che in Italia e in Europa possono rendere le tecnologie più sicure per le utenti
Rendere "aperte" le tecnologie non è solo una questione di trasparenza, ma di potere. Per aggirare l'open-washing serve ancorare questo movimento a una giustizia cognitiva. Una panoramica sul Regno Unito, dove università, enti pubblici e altre realtà stanno portando avanti iniziative in cui il concetto di "open" si lega a quello di equità e inclusione
Se oggi riusciamo a individuare l’esistenza di una questione di genere nella tecnologia, lo dobbiamo alla riflessione femminista sulla costruzione della conoscenza scientifica e degli artefatti tecnici. Una ricognizione critica che tiene insieme eventi storici e letture imprescindibili
Che supporto può offrire il femminismo dei dati per progettare politiche più eque e contrastare le minacce ai principi democratici? Ne abbiamo parlato con Lauren Klein, professoressa alla Emory University di Atlanta, in Georgia, e coautrice del libro Data Feminism (MIT Press, 2020), alla vigilia dell'insediamento di Trump alla Casa Bianca
Come sta cambiando il nostro senso della realtà? In che modo nuovi strumenti possono rinsaldare vecchie ingiustizie e come un'arte digitale femminista può riformulare il concetto di 'embodiement' alla luce delle narrazioni sugli eventi in corso? Una conversazione con Ameera Kawash, artista, scrittrice e giornalista di origine palestinese e iracheno-americana