Normative, cybersicurezza e informatica forense stanno ridefinendo la governance digitale con l'obiettivo di riconoscere e contrastare la violenza di genere e garantire alle donne una maggiore libertà negli spazi online. Una panoramica sugli strumenti che in Italia e in Europa possono rendere le tecnologie più sicure per le utenti
Strumenti di
giustizia digitale
Nell’ecosistema digitale contemporaneo, la quotidianità delle donne risulta sempre più interconnessa a tecnologie pervasive e piattaforme globali. Se, da una parte, Internet e i social media costituiscono spazi d’espressione e potenziale emancipazione, dall’altra alimentano forme inedite di violenza e discriminazione.
In tale contesto, la governance digitale di genere si configura come l’insieme di strategie normative, strumenti di sicurezza informatica e processi culturali orientati alla costruzione di un ambiente tecnologico più sicuro, inclusivo e rispettoso delle donne.
Indagare le criticità del quadro normativo vigente, le urgenze emergenti in materia di violenza di genere digitale e le possibili evoluzioni legislative e socio-tecniche capaci di ridefinire la cittadinanza digitale femminile in modo equo e protettivo, significa anche interrogarsi su come le norme, la cybersicurezza e l'informatica digitale (digital forensics) possano contribuire a ridefinire la vita delle donne nell’ecosistema tecnologico presente.
Vuoti di tutela
Per lungo tempo, la normativa ha inseguito con ritardo le rapide trasformazioni imposte dalla digitalizzazione, risultando inadeguata a fronteggiarne le ricadute lesive.
Le declinazioni digitali della violenza di genere, dal cyberstalking alle molestie sui social, dalla diffusione non consensuale di immagini intime (revenge porn) fino alla produzione di deepfake a contenuto sessuale, presentano caratteristiche radicalmente innovative rispetto agli abusi offline, con cui il diritto tradizionale fatica a confrontarsi. L’assenza di un lessico giuridico condiviso e di una disciplina armonizzata ha prodotto una frammentazione normativa che compromette l’efficacia delle tutele, soprattutto in presenza di reati transnazionali.
Sul piano sovranazionale, la prima svolta concettuale si è avuta con il riconoscimento, da parte di organismi come il Gruppo di esperti indipendenti GREVIO (Group of Experts on action against Violence against Women and Domestic Violence) e Parlamento europeo, della violenza online come manifestazione strutturale della violenza di genere e come violazione dei diritti umani.
Pur non esplicitando inizialmente le forme digitali di abuso, la Convenzione di Istanbul ha costituito un primo riferimento in questo senso, a cui si sono affiancati rapporti e risoluzioni successive. Durante la pandemia da Covid-19, il fenomeno ha assunto proporzioni allarmanti, aggravando una tendenza già evidenziata da uno studio dell’Ue del 2014, secondo cui una donna su dieci aveva sperimentato episodi di cyberviolenza fin dall’adolescenza.
In risposta all’inerzia regolatoria, alcuni ordinamenti hanno avviato percorsi autonomi. Con l’introduzione della legge n. 69/2019 (il cosiddetto Codice rosso), l’Italia ha tipizzato per la prima volta il reato di diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti senza consenso.
Il legislatore ha riconosciuto la specificità del revenge porn, evidenziando come la quasi totalità delle persone colpite da questo fenomeno siano donne. Tuttavia, persistono criticità interpretative e applicative: ad esempio, la necessità di dimostrare la finalità di danno nella condotta del “distributore secondario” limita l’efficacia della norma. Inoltre, fino a tempi recenti, l’ordinamento italiano non contemplava in modo specifico i deepfake pornografici, relegandoli all’interno di figure generali come la diffamazione o il trattamento illecito dei dati personali.
Altri paesi si sono mossi con approcci analoghi, ma spesso disomogenei. L’assenza di un corpus normativo condiviso ha generato un vuoto di tutela, percepito in modo drammatico dalle persone che hanno vissuto questo tipo di esperienze, che si trovano a interfacciarsi con istituzioni disallineate e strumenti giuridici inefficaci. La principale debolezza del quadro giuridico attuale risiede dunque nella sua obsolescenza sistemica, che rende urgente una riflessione multilivello sul rapporto tra genere, diritto e trasformazione digitale.
Una presenza scomoda
Le manifestazioni digitali della violenza di genere sono in costante espansione e si declinano in forme molteplici: dalle molestie sessuali in ambienti digitali allo stalking perpetrato mediante app e social network, dalla sextortion al doxing, fino agli attacchi d’odio misogino coordinati e all’impiego di stalkerware nei contesti di violenza domestica.
Quest’ultimo fenomeno, in particolare, che consiste nell'installare un software di tracciamento su un dispositivo all'insaputa della persona che ne è proprietaria, evidenzia la natura pervasiva della sorveglianza tecnologica abusiva, trasformando dispositivi apparentemente neutri in strumenti di controllo e coercizione all’interno di relazioni intime disfunzionali.
Particolarmente insidiosa è la nuova frontiera rappresentata dall’intelligenza artificiale. La generazione di contenuti sintetici e manipolati e, in primis, di video deepfake a sfondo sessuale, veicola pratiche di umiliazione, vendetta e sopraffazione ai danni di donne ignare, spesso selezionate per la loro visibilità o vulnerabilità.
A fronte di tali emergenze, il legislatore italiano ha recentemente presentato una proposta normativa volta a sanzionare penalmente la produzione e la diffusione non consensuale di materiali artificiali a contenuto sessualmente esplicito, nonché la responsabilità di piattaforme e community che promuovano o ospitino tali contenuti.
Le più recenti rilevazioni empiriche diffuse dal Parlamento europeo confermano l’estensione del fenomeno a partire dal 2021, segnatamente a ridosso dell’emergenza pandemica: ogni anno, le donne europee che subiscono molestie digitali sono tra il 4% e il 7%, mentre la percentuale di chi subisce cyberstalking è fra l’1 e il 3%.
L’impatto di questo tipo di comportamenti non si esaurisce nella dimensione individuale: la pressione psicologica e reputazionale generata da questi abusi induce molte donne ad autocensurarsi, a ridurre la propria presenza online o ad abbandonare gli spazi digitali, configurando un vero e proprio impoverimento dello spazio pubblico digitale. Il fenomeno dello shrinking digital space (uno spazio civico sempre più ridotto), lungi dall’essere una metafora, rappresenta una concreta erosione della cittadinanza digitale femminile e della qualità democratica delle nostre società.
Sicurezza informatica
In tale scenario, gli strumenti della cybersecurity e della digital forensic assumono un ruolo strategico nella costruzione di un ecosistema digitale più equo e sicuro. Oltre alla sua dimensione sistemica, la sicurezza informatica deve oggi integrare una prospettiva relazionale e di genere, che consideri l’utente come soggetto vulnerabile. Misure tecniche elementari, quali la protezione con password e l’autenticazione a due fattori, il controllo dei permessi delle applicazioni e la cifratura dei dati, possono risultare cruciali per impedire accessi non autorizzati e minimizzare l’esposizione a rischi di abuso.
Parallelamente, l’informatica forense consente la raccolta e la valorizzazione probatoria di dati digitali. L’analisi di file sequenziali (log), metadati, cronologie di navigazione, backup e immagini digitali è fondamentale per attribuire responsabilità, identificare chi mette in atto azioni di violenza digitale e fornire a chi le subisce gli strumenti per ottenere giustizia. Le indagini digitali devono però fondarsi su protocolli rigorosi di chain of custody e sulla cooperazione tra forze dell’ordine, magistratura e piattaforme, affinché i dati acquisiti siano legalmente spendibili.
La formazione continua di operatori e operatrici del diritto, personale tecnico e forze di polizia specializzate è altresì imprescindibile: solo un approccio integrato, interdisciplinare e aggiornato può garantire la piena efficacia degli strumenti investigativi e la tutela dei diritti fondamentali delle vittime.
In questo quadro, il fattore tempo assume un rilievo cruciale, poiché la tempestività nella raccolta, nella conservazione e nell'analisi delle evidenze digitali può fare la differenza tra un procedimento giudiziario efficace e un caso destinato all’archiviazione.
Log di accesso, messaggi, contenuti online e tracce informatiche sono per loro natura volatili e soggetti a cancellazione, sovrascrittura o manipolazione. Per questa ragione, la consapevolezza dell’urgenza operativa deve diventare patrimonio condiviso non solo tra le persone addette ai lavori, ma anche tra chi subisce gli abusi, fra le operatrici e gli operatori dei servizi di supporto e l’intera società civile, affinché la tutela digitale sia tempestiva, credibile ed efficace.
Rinnovare la governance
L’attuale evoluzione normativa e culturale in ambito europeo offre prospettive concrete per rafforzare la governance digitale, rendendola sensibile al genere. L’adozione della Direttiva UE 2024/1385 costituisce un momento di svolta, imponendo agli stati membri l’obbligo di tipizzare penalmente le principali forme di violenza digitale di genere (che spaziano dalla diffusione non consensuale di immagini, reali o sintetiche, alle molestie online fino al cyberstalking) e di garantire tutele procedurali rafforzate per chi subisce violenza.
Oltre alla dimensione repressiva, la direttiva insiste sulla prevenzione, sull’educazione e sulla formazione di operatrici e operatori, delineando un approccio sistemico. L’Italia dovrà adeguare il proprio impianto normativo, armonizzando le definizioni giuridiche e rafforzando i canali di accesso alla giustizia per chi subisce violenza. Strumenti già attivi, fra i quali la possibilità di rivolgersi al Garante della Privacy per la rimozione di contenuti intimi, potranno essere ampliati e integrati da ulteriori dispositivi amministrativi e tecnici.
Ma una governance digitale realmente inclusiva non può limitarsi alla dimensione normativa: occorre promuovere la partecipazione attiva delle donne nei processi decisionali tecnologici, incrementare la presenza femminile nelle professioni ICT (Information and Communication Technology) e promuovere fin dall’infanzia percorsi educativi volti a scardinare stereotipi e linguaggi violenti. Il contrasto alla violenza digitale passa anche per la progettazione di algoritmi equi, di piattaforme più reattive nella moderazione dei contenuti e di policy aziendali fondate su principi di responsabilità sociale e giustizia algoritmica.
In definitiva, il percorso verso una governance digitale di genere impone un cambio di paradigma: dalla reazione all’anticipazione, dalla difesa alla responsabilizzazione collettiva. Solo attraverso una convergenza sinergica tra diritto, tecnologia e cultura sarà possibile ridefinire la vita delle donne nello spazio digitale come spazio di libertà, sicurezza e autodeterminazione.
L’Italia, dal canto suo, dovrà adeguare e in parte rafforzare la propria legislazione. Alcune misure erano già state adottate: il revenge porn è reato dal 2019, e dal 2021 esiste un meccanismo per cui è possibile segnalare al Garante della Privacy la presenza online di immagini intime diffuse senza consenso.
Con la direttiva Ue attualmente in vigore, è probabile che si eliminino alcune discrepanze. Una governance digitale attenta al genere potrebbe spingersi anche oltre il diritto penale: ad esempio, integrando nei futuri codici di condotta delle piattaforme linee guida per la tutela delle utenti donne, oppure includendo requisiti di trasparenza sugli algoritmi affinché non amplifichino contenuti d’odio.
Governance inclusiva significa anche coinvolgere di più le donne nei processi decisionali tech. Parallelamente, la consapevolezza e l’educazione digitale rivestono un ruolo cruciale. Occorre formare fin dall’adolescenza utenti responsabili e rispettosi, sensibilizzando sul fatto che le violenze online sono reali e condannabili.
Iniziative nelle scuole su empatia digitale, uguaglianza di genere e utilizzo sicuro delle tecnologie possono prevenire comportamenti abusivi e dare alle ragazze strumenti per difendersi. A livello sociale, campagne di attivismo stanno contribuendo a rompere il silenzio su questi temi. Il messaggio è chiaro: la violenza di genere, anche online, non ha scuse, e va contrastata con un impegno condiviso.
In conclusione, stiamo assistendo a una progressiva ridefinizione della governance digitale in chiave di genere: attraverso leggi più aggiornate e coerenti (diritto), investimenti in sicurezza tecnologica e capacità forense (sicurezza) e crescita della literacy digitale etica (consapevolezza), l’ecosistema tecnologico può diventare più accogliente e meno pericoloso per le donne.
La sfida è tutt’altro che semplice, ma i passi compiuti indicano che la direzione è quella giusta. Raggiungere una governance digitale di genere significa garantire che ogni donna possa partecipare al mondo online con la stessa libertà e sicurezza di chiunque altro. Un traguardo che porta benefici all’intera società, perché un ambiente digitale più inclusivo e rispettoso è un ambiente migliore per tutte le persone.