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In questi giorni il Parlamento europeo ha ospitato la settimana della parità di genere. Un'occasione di confronto a partire dai dati aggiornati sulla condizione delle donne nelle economie europee. E da una consapevolezza che non possiamo più ignorare: la parità dovrà passare per le competenze digitali

La parità passa
per il digitale

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Credits Unsplash/Daniele Levis Pelusi
Parità digitale

L'Europa registra una timida crescita in termini di parità: 2,1 punti percentuali nell'ultimo anno. A dirlo è l'Istituto europeo per la parità di genere (Eige) che ha presentato il nuovo Gender equality index in occasione della settimana della parità di genere ospitata per il quarto anno consecutivo dal Parlamento europeo, un momento di confronto e dibattito dedicato all'analisi di dati e tendenze sulla condizione e sul ruolo delle donne nelle economie dei paesi dell'Unione europea.

Tuttavia, spiega il rapporto, le donne che lavorano sono ancora molte in meno rispetto alla controparte maschile, tendono a svolgere impieghi sottopagati e precari, e a questo si aggiunge una grande differenza a livello di inclusione lavorativa all'interno dei singoli paesi.

Parlando di occupazione, se la Svezia totalizza nell'indice un punteggio di 93,3 sulla partecipazione delle donne al mercato del lavoro, l'Italia presenta il quadro peggiore, con la percentuale di donne lavoratrici più bassa di tutta l'Unione europea.

Questi dati rappresentano un punto di partenza per pensare a come migliorare le condizioni del lavoro in Europa. Ma per comprendere appieno le disuguaglianze di genere nel momento presente è impossibile non chiedersi prima di tutto quali siano le implicazioni per le donne della crescente digitalizzazione del mercato del lavoro, riflettere sulle conseguenze dell'automatizzazione, sulle opportunità offerte dalle piattaforme digitali, sull'opzione della flessibilità lavorativa e sul diritto alla disconnessione. 

L'importanza delle competenze

Jolanta Reingarde, ricercatrice senior di Eige intervenuta questa settimana al Parlamento europeo durante un panel sulla digitalizzazione nel mercato del lavoro, ha presentato alcune chiavi di lettura a partire dai dati del divario digitale di genere in Europa.

Se, infatti, la digitalizzazione rappresenta un'opportunità per il mercato del lavoro, le donne sono ancora le grandi assenti nel settore dell'Information and communication technologies (ICT): solo il 19% della forza lavoro di quest'ambito è una donna, mentre rimane bassissima la percentuale di ragazze che vogliono intraprendere una carriera ad alta specializzazione tecnologica.

Per raggiungere una maggiore partecipazione delle donne al mercato digitale servono però le competenze, quindi puntare prima di tutto su istruzione e formazione; ma non è così semplice.

Dai dati del Digital economy and society index 2022 elaborato dalla Commissione europea emerge infatti come uomini e donne siano in possesso in modo quasi paritario di competenze digitali di base (problem-solving, comunicazione, informazione), ma, dai 55 anni in su fanno più fatica ad aggiornare le proprie competenze per ragioni diverse: le donne perché impegnate in attività di cura e di lavoro domestico, gli uomini perché presi da turni lavorativi troppo lunghi. 

Confrontando i risultati di questo studio con l'Indice europeo di parità 2023, vediamo come nei paesi in cui le donne possiedono maggiori competenze digitali la parità di genere è più alta. Preoccupa, quindi, il dato raccolto già nel 2020 da Eige che vede solo l'1% delle ragazze quattordicenni desiderose di lavorare nel mondo delle tecnologie informatiche e della comunicazione, a fronte di un 10% dei ragazzi.

Il divario digitale di genere riflette allora prima di tutto una segregazione sul fronte dell'istruzione, che si traduce e si amplifica successivamente su quello professionale – con donne che preferiscono, anche all'interno delle stesse Stem, laurearsi nei settori della biologia, della statistica e della matematica, piuttosto che in materie informatiche, che vedono iscritte il 20% delle studentesse. 

Il Global gender gap report 2023 del World Economic Forum, mostra inoltre come la crescita globale del numero di donne occupate nel settore delle tecnologie informatiche e della comunicazione dal 2016 sia stata appena dello 0,98%, e che nel 2021, sul totale delle donne laureate in discipline Stem (38,5%) solo il 31,6% continuava a svolgere un lavoro nel settore scientifico a un anno dalla laurea.  

Tra i fattori che influenzano le scelte di studi e professioni ci sono i lunghi turni lavorativi che caratterizzano le carriere ad alta specializzazione tecnica, le poche soluzioni di flessibilità e la percezione dell'ambiente di lavoro come maschilista e discriminatorio.

Il prezzo del divario digitale 

I dati insomma parlano chiaro: il fattore che maggiormente influenza le scelte professionali delle donne e la loro permanenza nel mercato del lavoro, dopo il percorso di studi, è la possibilità di usufruire di flessibilità e misure che consentano di conciliare vita professionale e lavoro di cura. 

Non a caso, le donne sono più inclini ad accettare lavori online offerti dalle piattaforme digitali, che consentono di avere maggior indipendenza e orari flessibili, nonostante queste forme d'impiego siano caratterizzate da bassa retribuzione, mancanza di progressione di carriera e di tutele legali e condizioni particolarmente precarie. 

Quantificare il carico di lavoro domestico e di cura si rivela quindi un fattore determinante per capire il divario lavorativo tra donne e uomini: anziché cambiarle, la digitalizzazione sta dunque replicando le dinamiche che nel mercato del lavoro da sempre discriminano le donne. 

Lo studio sul lavoro di cura condotto da Eige nel 2022 mostra bene come le donne siano più inclini ad accettare contratti part-time e mansioni occasionali o a prendere pause lavorative per conciliare gli impegni familiari. Per avere una digitalizzazione del lavoro inclusiva e non discriminante, diventa quindi prima di tutto urgente intervenire per una riduzione del gender care gap, il divario di genere nel lavoro di cura. 

I dati di Eige ci dicono che le donne che svolgono lavori di cura intensivi (più di 5 ore al giorno) sono il doppio rispetto agli uomini (rispettivamente il 66% contro il 34%), con enormi ripercussioni sulla carriera lavorativa in termini di disoccupazione, povertà e mancanza di tempo libero.

Sono soprattutto le donne ad adeguare le carriere alle esigenze familiari, mentre gli uomini aumentano le ore passate a lavorare per potersi permettere di pagare servizi privati di cura. Citando il premio Nobel per l'economia Claudia Goldin, "non ci sarà uguaglianza di genere finché non raggiungeremo l'equità nella coppia".

Non è un caso se i dati Eurostat del 2022 ci dicono che le regioni europee con il più alto tasso di disoccupazione femminile sono Campania, Calabria e Sicilia. Tutte in territorio italiano.

In realtà, come precisa la ricerca di Eige, le donne tendono a uscire dal mercato del lavoro o adottare soluzioni part-time non quando sono in coppia, ma con l'arrivo del primo figlio. Leggere i dati secondo una prospettiva intersezionale diventa allora necessario per riflettere sui gruppi che più risentono della mancanza di cure e servizi offerti alla cittadinanza, come le donne in condizioni di povertà e quelle che abitano lontane dai centri urbani, o le immigrate, che si trovano ad affrontare barriere linguistiche e culturali. 

Un'arma a doppio taglio

Con la pandemia da Covid-19, in Italia abbiamo assistito a due tendenze inverse: da un lato, l'aumento dell'uso delle tecnologie negli ambienti domestici e l'adozione dello smart-working, dall'altra il declino della percentuale di donne lavoratrici.

Come evidenziano gli studi sul tema, lavorare da casa rappresenta sicuramente un'opportunità per avere un migliore equilibrio tra vita privata e lavorativa, a patto che questa soluzione venga adottata per far fronte agli impegni domestici sia dagli uomini che dalle donne, e non diventi, invece, una modalità lavorativa "femminilizzata".

Infatti, l'ingresso in casa delle tecnologie che permettono il telelavoro porta le donne a passare continuamente dal lavoro domestico e di cura di figli o genitori anziani allo svolgimento del lavoro salariato, arrivando ad avere una giornata lavorativa di oltre 12 ore e diventando "l'impiegato perfetto del capitalismo contemporaneo".[1]

Come possiamo cambiare

Servono allora interventi diversi: si punta a trasmettere a bambine e ragazze l'interesse per le materie scientifiche e informatiche, combattendo gli stereotipi di genere; ma anche a dotare insegnanti, educatori ed educatrici di competenze digitali, per aumentare il livello della qualità nell’insegnamento e nella trasmissione delle competenze digitali.

Con il programma strategico Digital decade 2030, la Commissione europea si propone di raddoppiare il numero di persone professioniste nel campo dell'ICT in Europa, passando dai 9 milioni attuali a 20 milioni nel 2030 e garantendo parità tra uomini e donne nel campo delle Stem. 

Tra le iniziative europee di supporto troviamo il Digital education action plan (nello specifico la cosiddetta azione 13), che fornisce linee guida e strumenti per intervenire durante il percorso educativo di bambine e ragazze e avvicinarle al mondo della tecnologia, combattendo gli stereotipi di genere che vengono trasmessi in famiglia e dalla società, con iniziative come il progetto Girls go circular o il festival ESTEAM.

E si guarda con attenzione alla nuova direttiva della Commissione europea per l'equilibrio tra vita professionale e vita privata, che, combinando strumenti legali e di politiche, propone di aumentare il coinvolgimento di entrambi i genitori nel lavoro di cura, con maggiori permessi familiari e flessibilità.

Infine, la European care strategy 2022 punta ad aumentare e rendere più accessibili quei servizi di cura, come asili nido, centri rieducativi e ricreativi per persone con disabilità e anziani, e far sì che le donne non paghino il prezzo più alto soltanto perché hanno una famiglia.

C'è da chiedersi se l'Italia saprà applicare le direttive europee, sfruttando i fondi del Piano nazionale di ripresa per permettere davvero alle donne di costruire un futuro lavorativo fatto di tutele, parità e potere economico; dal momento che siamo all'ultimo posto in Europa per presenza di donne attive nel mondo del lavoro, non è più tempo di procrastinare ma è il momento di intervenire.

Note

[1] Melissa Gregg, Work's intimacy, Cambridge, Polity Press, 2011.