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Come cambia il lavoro
con la pandemia

Foto: Unsplash/ Callum T

La crisi da coronavirus sta agendo come una recessione, ma questa volta gli effetti per uomini e donne saranno ancora più diversi, innescando trasformazioni organizzative e di abitudini. Un'analisi a partire dagli ultimi dati sul Regno Unito

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Il coronavirus colpisce l’economia quanto le recessioni più dure, ma date le circostanze eccezionali di questa crisi, la composizione di lavoratori e posti di lavoro maggiormente colpiti è potenzialmente diversa da quanto è avvenuto nelle crisi precedenti.[1] I settori le cui attività prevedono contatti interpersonali come la vendita al dettaglio, gli hotel e i ristoranti – per fare alcuni esempi – sono stati chiusi, con conseguenti perdite di posti di lavoro (temporanee o permanenti) concentrate tra i lavoratori con livelli educativi relativamente bassi. Allo stesso tempo, altri settori come la sanità, l’alimentare e la sicurezza, sono stati definiti essenziali, e il loro livello di attività continua a piena intensità.

Mentre la crisi finanziaria del 2008, così come le recessioni precedenti, sembravano colpire maggiormente settori a prevalenza maschile come l’industria e le costruzioni, i decreti sul distanziamento e le chiusure commerciali hanno per definizione coinvolto servizi con interazioni frequenti tra produttori e consumatori, in cui tipicamente sono sovrarappresentate le donne. Ma anche alcuni lavoratori in settori non soggetti al lockdown non possono lavorare normalmente, poiché il loro lavoro non sarebbe compatibile con il distanziamento sociale (è il caso delle costruzioni, delle riparazioni e dei servizi domestici) né può ovviamente essere svolto da casa.

La figura 1 rappresenta la distribuzione dell’impiego maschile e femminile nel Regno Unito, attraverso la lente dell’incidenza del coronavirus, combinando informazione a livello di settore sui servizi essenziali e su quelli sottoposti al lockdown e informazione a livello di qualifiche occupazionali sulle attività che si possono svolgere da casa.[2] Circa il 39% degli uomini e il 46% delle donne lavora in settori definiti essenziali, mentre il 13% e il 19%, rispettivamente, lavora in settori sottoposti al lockdown.[3] Per il rimanente 48% degli uomini e 35% delle donne, la possibilità di mantenere il lavoro ed evitare riduzioni salariali è strettamente legata alla possibilità di lavorare da casa.

Questo è il caso per esempio di settori a prevalenza femminile come l’istruzione, mentre non succede per settori a prevalenza maschile come varie industrie manifatturiere e le costruzioni. Quindi, benché non direttamente soggetto al lockdown, circa il 29% degli uomini non riesce a svolgere da casa la propria attività professionale abituale, contro l’11% delle donne. Secondo l’indagine condotta da Adam-Prassl et al (2020), il lavoro da casa offre un’assicurazione pressoché completa contro la perdita del posto di lavoro, malgrado possibili riduzioni salariali a causa di carichi lavorativi ridotti. Tenendo in contro i diversi fattori, gli autori dello studio stimano che – a differenza delle recessioni precedenti – le donne siano maggiormente soggete degli uomini alla perdita del posto di lavoro e a riduzioni salariali.

Mentre l’evidenza empirica rappresentata nella figura 1 si riferisce esclusivamente al lavoro professionale, una caratteristica distintiva dell’attuale crisi è il suo impatto sul volume di lavoro domestico, avendo ribaltato in pochi giorni decenni di outsourcing del lavoro domestico al settore di mercato. Con il lockdown, nessuna delle componenti del lavoro domestico, inclusa la cura dei figli, può essere affidata al mercato, e la chiusura di scuole e asili nido ha aggiunto l’educazione dei figli al lavoro domestico pre-esistente.

Figura 1. Composizione dei lavori in base all'incidenza del Covid19

Il campione include uomini e donne occupati. Le barre mostrano l’incidenza dei lavori critici, soggetti a lockdown e del lavoro da casa (working from home/not working from home) per coloro che non sono in lavori critici né soggetti a lockdown. Per completezza, la percentuale di lavori critici che possono essere svolti da casa è 44 per gli uomini e 41 per le donne, e la percentuale di lavori soggetti a lockdown che possono essere svolti da casa è 22 per gli uomini e 24 per le donne. Fonte: UK Labour Force Survey, aprile-giugno 2019.

L’impatto del coronavirus sulla suddivisione del lavoro domestico tra uomini e donne dipende da vari fattori, primo tra questi la composizione dei nuclei familiari con figli. Le donne sono sovrarappresentate nelle famiglie monoparentali, in cui un solo genitore si trova a farsi carico dell’intera cura e educazione dei figli a seguito della chiusura di scuole e asili nido. Nel Regno Unito il 20,3% delle famiglie con figli minori di 16 anni hanno solo la madre presente, contro il 3,3% che hanno solo il padre presente.

Qualora vivano insieme, la suddivisione del lavoro domestico tra genitori dipende inoltre dal rispettivo status lavorativo. La figura 2 mostra la distribuzione dello status lavorativo del partner (se presente), che a sua volta dipende dallo stato di emergenza legato al coronavirus, per le donne con figli nel Regno Unito. Circa un terzo delle madri lavora in settori critici. Di queste, il 57% non ha un partner o ha un partner che lavora in un settore critico, e quindi si deve affidare ai servizi minimi offerti dal sistema educativo per i figli dei dipendenti dei settori critici.

Il rimanente 43% ha un partner che sta prevalentemente a casa, perché impiegato in un settore sottoposto al lockdown (6%), o perché non può lavorare a causa del distanziamento (33%), o perché disoccupato (4%). In queste famiglie ci si aspetta che gli uomini si occupino della grande maggioranza del lavoro domestico e cura dei figli, con un’inversione del tipico divario delle ore di lavoro tra uomini e donne. Tra le madri che non lavorano in settori critici, e quindi si trovano prevalentemente a casa durante il lockdown, il 21% non ha un partner e il 26% ha un partner in un settore critico, e su costoro ricade probabilmente la gran parte del lavoro domestico. Il rimanente 53% ha un partner che sta a casa, e il lavoro domestico viene in vario modo suddiviso tra i genitori.

Figura 2. Lo status lavorativo delle donne e dei loro partner

 

Il campione include le donne con figli. La categoria “other” include donne che stanno a casa durante il coronavirus (occupate in lavori non critici, in lavori soggetti a lockdown o non occupate). Non sono incluse le famiglie con più di un nucleo familiare al loro interno nelle coppie omosessuali (che rappresentano, rispettivamente, il 2,33% e lo 0,23% delle famiglie con figli). Fonte: UK Labour Force Survey, aprile-giugno 2019.

L’indagine più recente sull’utilizzo del tempo nel Regno Unito mostra che le donne impiegano in media 27 ore a settimana per il lavoro domestico (inclusa la cura dei figli), mentre gli uomini ne impiegano in media 16. Nelle famiglie con figli, le ore settimanali sono 40 per le donne e 20 per gli uomini, di cui 20 e 8, rispettivamente, sono per la cura dei figli. Se il fabbisogno addizionale di lavoro domestico ricade su uomini e donne in base a questi indicatori medi, ci si aspetta un maggiore aumento per le donne che per gli uomini.

Non esiste al momento un’indagine rappresentativa di utilizzo del tempo durante il coronavirus, ma Aguiar e i suoi colleghi in uno studio del 2013 concludevano che, durante la crisi finanziaria del 2008, le donne hanno dedicato una proporzione maggiore delle ore perse nel mercato del lavoro alla cura dei figli e al lavoro domestico, e i dati riportati da Adams-Prassl e gli altri autori dell'indagine del 2020 mostrano che, durante il lockdown attuale, le madri dedicano ai figli circa un’ora e mezza al giorno in più dei padri. Questo differenziale è superiore all’analogo differenziale pre-coronavirus, che corrisponde a circa un’ora e 9 minuti al giorno. Questa evidenza fa pensare che il maggior carico di lavoro per la cura dei figli abbia ulteriormente allargato il divario di tempo tra madri e padri.

Molti degli impatti fin qui discussi hanno natura temporanea e possono in principio essere riassorbiti con la fine del lockdown e il ritorno alla normale attività economica. Ma dati i cambiamenti radicali nell’organizzazione del lavoro e della vita domestica, è naturale riflettere sulle potenziali consequenze permanenti della crisi al di là del lockdown, attraverso processi di apprendimento, formazione di nuove abitudini ed evoluzione delle norme sociali. Per prima cosa, la diffusione massiccia del lavoro da casa ha improvvisamente accelerato una tendenza pre-esistente ma lenta verso schemi di lavoro più flessibili.

Il numero delle persone che lavorano da casa in UK è aumentato da 2,9 milioni nel 1998 a 4,2 milioni nel 2014, corrispondente al 14% dell’occupazione, e ulteriori 1,8 milioni di persone dichiarano che preferirebbero lavorare da casa se ne avessero l’opportunità. In base a un’indagine recente,[4] l’86% dei dirigenti nel Regno Unito prevede barriere di tipo organizzativo all’adozione di schemi di lavoro flessibile nei rispettivi ambienti di lavoro, ma è possibile che alcune delle barriere percepite vengano messe in discussione dall’esperienza di smart working duriante il coronavirus.

L’offerta e la domanda di lavoro da casa varia tra uomini e donne. Nel Regno Unito, il 48% delle donne svolge mansioni che che si possono svolgere anche da casa, contro il 39% degli uomini – facendo una media su tutti i settori. A causa di maggiori responsabilità familari, le donne hanno in media preferenze piu forti degli uomini per schemi di lavoro flessibili e per posti di lavoro a minore distanza da casa, e quindi possono trarre maggiori benefici dall’opportunità di lavorare da casa. Ma se, da una parte, il lavoro da casa permette di meglio compaginare il proprio lavoro professionale con le resonsabilità familiari, sotto altri aspetti potrebbe indurre le donne a specializzarsi in occupazioni a qualifica medio-bassa, nella misura in cui queste siano più permeabili a modelli di lavoro atipici.

Secondo, l’aumento del fabbisogno di lavoro domestico e di cura dei figli potrebbe effettivamente scambiare i ruoli di genere nelle famiglie in cui il padre viene constretto a casa dal lockdown. L’evidenza empirica ha mostrato che il contributo di madri e padri alla cura dei figli viene in parte dettato da norme sociali, che evolvono solo lentamente nel tempo. Ma si è anche visto come cambiamenti “forzati” nei ruoli di genere possano avere conseguenze permanenti al di là delle circostanze di breve periodo, tramite un’evoluzione più rapida delle norme sociali e dei vantaggi comparati. Per esempio, la mobilizzazione degli uomini negli Stati Uniti durante la seconda guerra mondiale ha indotto più donne a entrare nel mercato del lavoro durante la guerra, e per questa via formato le norme di genere e preferenze delle generazioni seguenti.

Nel Regno Unito, il 63% dei padri rimane a casa durante il lockdown, e circa un terzo di questi vive con donne che lavorano a tempo pieno nei settori critici. Ci si aspetterebbe quindi una sostanziale redistribuzione del lavoro in famiglie di questo tipo durante la crisi, e ha senso chiedersi se l’emergenza di questo momento possa accelerare la transizione verso ruoli di genere più egalitari anche durante la ripresa economica post-coronavirus.

Riferimenti

Adams-Prassl, A., T. Boneva, M. Golin and C. Rauh (2020). “Inequality in the impact of the coronavirus shock: Evidence from real-time surveys.” Mimeo

Aguiar, M., E. Hurst and L. Karabarbounis (2013). “Time use during the Great Recession.” American Economic Review 103: 1664-1696

Alon, T., M. Doepke, J. Olmstead-Rumsey and M. Tertilt (2020). “The impact of COVID-19 on gender equality.” NBER Working Paper No. 26947

Bell, B., N. Bloom, J. Blundell and L. Pistaferri (2020). “Prepare for large wage cuts if you are younger and work in a small firm”. VoxEU  

CIPD (2019). “Megatrends: Flexible working

Dingel, J. and B. Neiman (2020). “How many jobs can be done at home?” NBER Working Paper No. 26948. 

Fernandez, R., A. Fogli and C. Olivetti (2004). “Mothers and sons: Preference formation and female labor force dynamics.” Quarterly Journal of Economics 119: 1249-1299

Le Barbanchon, T., R. Rathelot and A. Roulet (2019). “Gender differences in job search: Trading off commute against wage.” Mimeo

Mas, A. and A. Pallais (2017). “Valuing Alternative Work Arrangements.” American Economic Review 107: 3288-3319

Note

[1] Cfr. Alon et al (2020), Adam-Prassl et al (2020) and Bell et al (2020) sugli effetti del coronavirus sulle diseguaglianze di genere e sui lavoratori a basse retribuzioni.  

[2] UK Labour Force Survey, aprile-giugno 2019; Dingel e Neiman, 2020

[3] La classificazione dei settori in critici e sottoposti al blocco e’ basata sulle linee guida del governo UK su “critical workers” e “businesses that must remain closed”.

[4] CIPD, 2019