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Dove le donne fanno
sempre meno figli

Foto: Unsplash/ Leohoho

Esiste un primato italiano di denatalità? I dati dicono di no, le donne fanno sempre meno figli in tutta Europa, ma è l'Asia orientale ad aver raggiunto i tassi più bassi di fecondità

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Limitandoci inizialmente all’Europa, secondo le proiezioni per il 2022 effettuate nel 2019 delle Nazioni Unite (consultabili sul sito dell’Ined, l’istituto di studi demografici francese), l’Italia registrerebbe nell’anno corrente un tasso di fecondità totale (tft) pari a 1,30 figli per donna, appena inferiore all’1,36 medio dell’Europa meridionale.[1]

Livelli anche inferiori a quelli italiani, sempre all’interno della stessa regione, sarebbero quelli della Bosnia con 1,23 e della Grecia con 1,27. Non molto diversi, i valori di Spagna (1,38) e Portogallo (1,34). Nell’Europa orientale, Polonia e Ucraina si collocano intorno a 1,4 bambini per donna. Anche i paesi scandinavi, che sembrerebbero aver raggiunto un equilibrio grazie a un welfare rispettoso dei bisogni dei bambini, mostrano segni di crisi, con la Finlandia che supera di poco uno scarso 1,4.

Dunque, sembra difficile parlare di “eccezione italiana”. Semmai, può trovare parziale conferma un modello mediterraneo dove bassa fecondità e bassa occupazione si rafforzano reciprocamente.

Ma uno studio recentemente apparso sul sito dell’Ined, ad opera di Tomas Sobotka, del Vienna Institute of Demography, dimostra che nel mondo livelli molto più bassi di fecondità vengono raggiunti nei paesi dell’Asia orientale, dove il numero dei figli per donna scendeva al di sotto di 1,5 già nel secolo scorso, tra il 1985 (inizialmente ad Hong Kong) e il 2000 (in Corea del Sud).[2]

Negli ultimi anni, questo indicatore è sceso sotto 1 figlio per donna in Corea del Sud, Hong Kong e Taiwan, con la Corea del Sud e Hong Kong che segnano i record mondiali negativi (rispettivamente 0,84 figli e 0,87 nel 2020). Con 1,36 figli per donna, il Giappone è rimasto il solo paese nella regione a conservare una fecondità meno anomala. Ma soprattutto, nel prevedere le conseguenze di questo processo a medio-lungo termine, bisogna considerare che la Cina tende a seguire con un posticipo di circa vent’anni un percorso del tutto simile di rinvio a età più avanzate del matrimonio e della procreazione, di aumento del nubilato/celibato e di assenza totale di figli. Con conseguenze sui numeri globali della popolazione che si annunciano molto più imponenti.

Confrontando, nella parte sinistra del grafico, la quota di donne senza figli fra quelle nate nel 1972 (oggi donne cinquantenni che si presume abbiano completato il loro ciclo riproduttivo), tre paesi dell’Asia orientale (Hong Kong con il 35 per 100, Giappone con il 28 e Singapore con il 26) superano abbondantemente i paesi europei a bassa fecondità (Spagna, Italia, Germania).

Corea del Sud e Taiwan si sono aggiunte in un secondo momento ai primi tre paesi “pionieri”,  e ora sembrano del tutto avviate a raggiungerli.

Nella parte destra del grafico, vediamo che un mutamento radicale è avvenuto fra la generazione di donne che oggi ha 60 anni e quella delle cinquantenni (approssimativamente, le prime nate nel 1960 e le seconde nel 1972): la percentuale di childless è aumentata di 14 punti a Hong Kong, di 11 in Giappone, di 9 in Spagna, di 7 in Italia. Qualche segno di stabilizzazione del fenomeno comincia peraltro ad apparire nei paesi che hanno preceduto gli altri, come Hong Kong e Giappone.

Il vertiginoso calo della fecondità avvenuto in questi paesi è da mettere in relazione con l’aumento dell’età al matrimonio (a sua volta collegato al crescente accesso delle giovani donne all’istruzione superiore) e soprattutto alla sempre maggiore quota di donne che non si sposano affatto, e che per questo motivo rimangono definitivamente escluse dalle scelte riproduttive.

Nei paesi occidentali, diversamente da quelli dell’Estremo Oriente, moltissime donne non sposate hanno figli: ad esempio in Italia le nascite “fuori dal matrimonio” rappresentano il 36% e in Francia il 60% del totale, mentre nei paesi dell’Estremo Oriente non superano mai una quota compresa fra il 2 e il 4%.         

Le difficoltà dei giovani sul mercato del lavoro, la precarietà e l’insicurezza economica sono fattori diffusi su scala globale, che compromettono i progetti riproduttivi. Come anche la rivoluzione incompiuta dei ruoli sessuali: all’entrata delle donne asiatiche nella formazione e nel lavoro, non ha corrisposto una parallela condivisione da parte dei padri dei lavori domestici e della cura dei figli.

Gli stereotipi sessuali risultano particolarmente difficili da scalfire nelle società asiatiche, che spesso uniscono tratti di ipermodernità alla persistenza di una cultura tradizionale ancora molto forte.

Note

[1] Le proiezioni delle Nazioni Unite vengono solitamente aggiornate con periodicità biennale, ma nel 2021 si è preferito saltare la scadenza usuale, rinviandola di un anno, anche a causa delle perturbazioni provocate dalla pandemia.

[2] Le stime utilizzate nell’ articolo provengono dallo Human Fertility Database, un progetto comune del Max Planck Institute for Demographic Research e del  Vienna Institute of Demography.

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