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L'arresto di cinque attiviste e il risveglio di un sentimento femminista in Cina nell'ultimo libro di Leta Hong Fincher, scrittrice sino-americana, mostrano come la retorica pronatalista non attecchisce di fronte al desiderio delle donne di autodeterminarsi, nemmeno all'interno di una dittatura. Anche in Cina le donne sognano oltre la famiglia e la maternità

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Femministe in Cina
Credits Unsplash/Sicong Li

Leta Hong Fincher è una femminista sino-americana che ha scritto recentemente un libro dal titolo evocativo: Tradire il grande fratello: il risveglio femminista in Cina (Add, 2024). Quando la incontriamo nell’ambito del Festival di Internazionale a Ferrara, ci aiuta a capire meglio la storia che sembrava essere un episodio isolato di ormai dieci anni fa, ma che continua ad avere echi anche oggi.  

Tradire il grande fratello

Nel libro, Fincher – che segue le vicende cinesi dagli Stati Uniti, dove vive ormai da tempo – racconta la storia di cinque giovani attiviste e di come sono riuscite, anche grazie a una serie fortuita di coincidenze, a rivitalizzare per un breve momento un sentimento femminista in Cina. Gli effetti della loro azione e l'uso dei social media nel fare da cassa di risonanza agli eventi permettono di fare un parallelo con quello che chiamiamo il movimento #metoo anche se, come ci spiega Fincher, il contesto è molto diverso.  

Siamo nel 2015 quando, proprio mentre il leader cinese Xi Jinping partecipa a un incontro alle Nazioni Unite per commemorare i vent'anni della Conferenza mondiale delle donne a Pechino e l’impegno internazionale per la promozione delle pari opportunità di genere, in Cina la polizia ferma le cinque attiviste, che hanno pianificato ma non ancora realizzato una serie di azioni di protesta in varie città, attraverso l’affissione di adesivi e immagini commemorative per sottolineare le condizioni delle donne nel paese.  

La risonanza mediatica è enorme a livello internazionale, con Amnesty International che lancia una petizione in difesa delle attiviste, mettendo a nudo l’ipocrisia del leader cinese. Le cinque attiviste – Wu Rongrong, Wei Tingting, Li Tingting, Wang Man and Zheng Churan – vengono arrestate e il regime commette l'errore di inviarle tutte nello stesso carcere, circostanza che dà loro la forza di sostenersi e diventare un simbolo di resistenza, anche in Cina.  

La loro protesta ha un impatto di gran lunga superiore all’eco che avrebbero potuto avere le iniziative di attivismo urbano previste in precedenza. In tutta la Cina si assiste al moltiplicarsi di gesti simbolici a sostegno delle cinque attiviste, con la creatività e l’arguzia necessarie per continuare a protestare in una dittatura senza rischiare la propria vita – ad esempio con l’utilizzo dell’emoji per la ciotola di riso (mi) e di quella per il coniglio (to), la cui pronuncia suona come #MeToo, che diventano simbolo di lotta, un modo per eludere i controllori della rete e parlare di diritti delle donne. 

Nel libro, Fincher racconta molto bene quello che è accaduto alle attiviste, come hanno vissuto l'arresto, cosa è successo dopo e anche in che modo le loro vite sono state per sempre segnate da questo evento.  

Nel frattempo, il regime aveva represso immediatamente il movimento, chiudendo tutti gli account che potevano essere in qualche modo ricondotti a gruppi femministi e costringendo le persone al silenzio oppure all’esilio.  

Anche se ha avuto vita breve, questo risveglio ha consentito a donne e ragazze di rendersi conto che molte altre condividono la loro stessa condizione, ci ha spiegato Fincher: pur nell’impossibilità di dare vita a veri e propri movimenti e collettivi, insomma, i fatti del 2015 hanno avuto un’eco di lunga durata e hanno ancora oggi un impatto sulle scelte che le donne cinesi fanno in relazione al proprio corpo. 

Per capire meglio di cosa stiamo parlando, Fincher nel libro, così come nel nostro incontro, ci ricorda che il partito comunista cinese è sempre intervenuto in modo molto diretto sulla regolamentazione delle nascite, a partire dalla politica del figlio unico iniziata negli anni ’70.  

“Sappiamo che in passato per attuare la politica del figlio unico sono state attuate sterilizzazioni forzate, inserimento forzato di dispositivi intrauterini, aborti anche in stadi molto avanzati delle gravidanze che riguardavano nella maggior parte dei casi future bambine e omicidi alla nascita per far sì che sopravvivessero i maschi” ha raccontato Fincher.  

Fincher
Leta Hong Fincher. Credits: Nora Tejada

Una politica che dopo quarant’anni ha avuto l’effetto di innescare un gap di genere nella popolazione cinese, che oggi conta circa 60 milioni di uomini in più: un numero che fa impressione perché supera l’attuale popolazione italiana, anche se va calibrato su una popolazione, quella cinese, di circa 1 miliardo e 400 milioni di persone.  

La politica del figlio unico, ha raccontato Fincher, è stata cancellata nel 2013, quando il regime si è reso conto di trovarsi di fronte a una crisi demografica che avrebbe potuto rallentare la velocità della crescita economica. Da qui la richiesta alle coppie di fare almeno due figli, meglio se tre, e la propaganda di governo pronatalista davanti a cui ci troviamo oggi. 

“Xi Jinping sta diventando un dittatore, che promuove un culto della personalità ipermascolina, qualcosa che non accadeva dai tempi di Mao Tse Tung” ha raccontato Fincher. “E quindi adesso la Cina vuole diventare una nazione basata sul matrimonio e la generatività, è così che dalla politica del figlio unico si è passati alla politica dei tre figli”. 

Questo assetto sempre più misogino e repressivo, che impernia il discorso pubblico sul matrimonio eterosessuale, trova riscontro anche nei meccanismi di rappresentanza, ci ha raccontato Fincher: nel governo e nel parlamento le donne sono sempre meno, “uno stacco importante rispetto a quando è nata la Repubblica popolare cinese dove le donne erano protagoniste e avevano anche alte responsabilità”. E oggi “sono tante le studentesse cinesi all’estero che non vogliono tornare, vista la situazione”. 

La genesi di questo clima, ha raccontato Fincher, arriva da lontano: “è da tempo che il governo cerca di indirizzare le donne verso ruoli familiari e tradizionali, e insieme alla politica pronatalista vengono posti alle donne una serie di ostacoli: non possono divorziare facilmente anche se dimostrano di aver subito violenza; per loro è sempre più difficile trovare un’occupazione, nonostante lauree e dottorati, con annunci di lavoro che cercano specificamente uomini, e colloqui in cui alle donne vengono rivolte domande su matrimonio e progetti di gravidanze”. 

“La cosa sorprendente” ha spiegato Fincher “è che nonostante le pressioni che ricevono, anche da parte di familiari e persone vicine, le donne hanno cominciato a dire no. Ce ne parlano i tassi di natalità e la percentuale dei matrimoni: se nell’immediato, a seguito della propaganda si è registrato un aumento, fino al 2013, da sette anni la percentuale dei matrimoni si è ridotta, come anche la natalità, e questo ha portato a un crollo delle nascite”.  

Il risultato? Oggi la Cina non è più il paese più popoloso del mondo, e questo insieme alla crisi economica non rappresenta una buona notizia per il governo cinese.  

Nonostante il clima repressivo, insomma, ci sono segnali di speranza molto forti, ha raccontato Fincher, c’è molta consapevolezza non solo tra le donne ma anche nella società. “Oggi le donne non hanno più paura di dire che hanno dei sogni che non siano legati alla casa, ai figli e alla famiglia. Questa promozione e consapevolezza di diritti viaggia insieme a quella della comunità Lgbtqia+” ha continuato.  

Si tratta di un fenomeno che non riguarda solo la Cina ma anche la Corea del Sud, paesi in cui la visione della famiglia è fortemente patriarcale e improntata alla tradizione, dove sposarsi per una donna significa dedicarsi con dedizione alla cura del marito e della famiglia. E sono soprattutto le più giovani e istruite a ottenere informazioni su quanto accade fuori dal proprio continente, rifiutando il matrimonio e la possibilità di avere dei figli. 

Tuttavia, non sarebbe giusto parlare di questo risveglio come di una presa di coscienza incitata dall’Occidente. “La Cina è una società chiusa, anche dal punto di vista informatico” ha raccontato Fincher. Come è noto, in Cina non esiste la possibilità di accedere legalmente alle piattaforme social utilizzate altrove (Facebook, Instagram, WhatsApp, ad esempio), ma la vita social si svolge sul potente WeChat, che raggruppa molte delle funzioni a cui siamo abituate integrandole con altre che lo rendono di fatto indispensabile alla vita quotidiana (e offrendo al regime infinite opportunità di tracciamento e controllo).  

“E quindi anche questo risveglio femminista è un risveglio non influenzato dal mondo occidentale, se non in minima parte: ci sono alcuni giovani cinesi della diaspora che vivono al di fuori della Cina, però parliamo di comunicazioni di messaggi personali tra amici e parenti. I media sono controllati dal governo e promuovono la propaganda, sui social non si parla mai di femminismo, se non in termini negativi o di minaccia da parte delle culture occidentali, percepite come ostili”. 

Basti pensare che nelle diverse manifestazioni che ci sono state in Cina contro il governo per le politiche eccessivamente restrittive di gestione della pandemia, ha raccontato Fincher e dove “in prima fila c’erano soprattutto giovani donne a proclamare slogan e a protestare", queste sono state subito arrestate e negli interrogatori della polizia "veniva loro chiesto se erano femministe o lesbiche, accusate di essere degli strumenti utilizzati dal mondo occidentale”. 

Tra gli influssi esterni non occidentali, Fincher cita la sociologa giapponese Chizuko Ueno, che ha scritto libri sulla condizione delle donne in Giappone, che sono stati tradotti e sono diventati estremamente popolari in Cina – cosa che non sarebbe stata possibile se il contenuto avesse riguardato il paese in maniera diretta.  

D’altra parte, ha spiegato Fincher, questa presa di coscienza femminista non nasce in un vuoto totale. “La Cina è stata un paese in cui la parità di genere era prevista anche dalle leggi, fino almeno al 2007, quando il governo ha iniziato a percepire come un problema il fatto che le donne più istruite facevano meno figli. Le donne che oggi hanno 60 o 70 anni sono la prova vivente di questo passato, sono donne che lavoravano e che vivevano una condizione ben diversa dal presente”. 

Quello che sta emergendo negli ultimi anni è un gruppo sociale dalla fisionomia nuova. Già nel 2014 Fincher le definiva “leftover”, donne e ragazze “scartate” o “lasciate indietro”, a seconda della prospettiva.[1] Quelle che, secondo la narrazione dominante, “non vuole più nessuno” perché hanno raggiunto una certa età (tra i 25 e i 30 anni) e non essendosi ancora sposate non hanno più nessuna possibilità di essere reinserite nella società tradizionale.  

Le leftover, che noi chiameremmo single, sono tuttavia orgogliosamente in aumento, ed è curioso notare come nonostante questa tendenza non sia direttamente influenzata da quello che sta accadendo in Occidente il fenomeno sia molto in linea con il rifiuto della maternità che vediamo anche in altri paesi, ad esempio in Italia, dove il segnale sempre più netto è che in assenza di una maggiore condivisione della cura e della genitorialità la risposta delle donne è quella di non fare figli. 

Una scelta sempre più spesso considerata in relazione alla difficoltà di superare una divisione molto tradizionale dei ruoli, che schiaccia le donne sulla cura anche quando hanno orizzonti di studio, di interessi e di carriera molto più ampi.[2] 

Come le storie che ci ha raccontato Leta Hong Fincher dimostrano, non sembra esserci regolamentazione, incentivo, spot e nemmeno obbligo che tenga nel cambiare le scelte legate alla riproduzione. Perché, indipendentemente dalla potenza del regime, ed è innegabile che in un contesto non democratico come quello cinese il governo abbia a disposizione strumenti estremamente potenti, le donne rivendicano, esplicitamente o nel silenzio delle loro vite, di poter decidere sul proprio corpo.  

Note

[1] L. H. Fincher, Leftover Women: The Resurgence of Gender Inequality in China. London and New York: Zed Press, 2014.

[2] Su questo si veda Genitori alla pari. Tempo, lavoro, libertà di Alessandra Minello e Tommaso Nannicini, Feltrinelli, 2024.

Il testo di questo articolo nasce dal dialogo tra Leta Hong Fincher e Barbara De Micheli nel panel #Metoo, curato da inGenere il 6 ottobre 2024 al Festival di Internazionale a Ferrara.