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In Europa le donne
sono le più povere

Foto: Unsplash/David Fanuel

I dati di uno studio condotto sui paesi dell'Unione europea mostrano come abbiamo bisogno di uno sguardo di genere per rendere migliori e più giuste le nostre economie: in Europa le donne sono a rischio povertà anche quando lavorano

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Lavorare continuando a essere povere, succede in Europa più alle donne che agli uomini. Uno studio del consorzio Working, Yet Poor (WorkYP) composto da undici partner, otto università e tre istituzioni che si occupano di diritti sociali, e finanziato dal programma Horizon2020, ha recentemente sintetizzato in un report lo stato dell’arte del fenomeno di povertà lavorativa nell’Unione europea.[1]

Per decenni l’Ue ha combattuto la povertà con politiche e strategie di contrasto alla disoccupazione o all’inoccupazione. La prima strategia europea per l’occupazione aveva fissato nel 1997 alcuni obiettivi minimi per gli stati membri, la strategia per la crescita EU2020 segue lo stesso metodo e fissa l’obiettivo minimo della soglia di occupazione al 75% in ogni paese.

Un tale approccio ha senz’altro contribuito a creare un immaginario secondo il quale a contrasto della povertà c’è il lavoro, e per cui se la povertà resta significa che non abbiamo ancora creato abbastanza lavoro. Osservando la crescente tendenza socio-economica di lavoratori e lavoratrici a rischio di povertà o al di sotto della soglia di povertà, una simile prospettiva si rivela però insufficiente.

Le statistiche diffuse dal report mostrano che il fenomeno della povertà lavorativa ha una dimensione di genere. Le cause che rendono le donne più a rischio sono molte e differenti, e vanno rintracciate nei rapporti di potere istituzionalizzati nelle organizzazioni chiave delle nostre società: istituzioni politiche, organizzazioni economiche, fino alla sfera delle relazioni private.

Le donne sono segregate in alcuni settori del mercato del lavoro. Uno studio dello European institute for gender equality (Eige) racconta che rappresentano l’86% della forza lavoro impiegata nel settore sanitario e il 93% nell’assistenza all’infanzia e all’insegnamento, rafforzando quel pregiudizio per cui le donne sono naturalmente più inclini al lavoro di cura, anche quando pagato.

Il 44% degli europei pensa infatti che il ruolo più importante per una donna sia prendersi cura della propria casa e della famiglia, mentre il 43% pensa che la cosa più importante per un uomo sia guadagnare soldi. Nei settori citati sopra, non a caso, le donne non ricoprono quasi mai ruoli apicali.

Anche la tipologia di contratti incide profondamente sul fenomeno della povertà lavorativa, a tutto svantaggio per le donne. Se infatti l’incidenza del lavoro temporaneo non registra un notevole divario, attestandosi per gli uomini al 13,6% e per le donne al 14,7% a livello Ue, le donne impiegate part-time sono enormemente più numerose rispetto agli uomini (30,2% a fronte dell’8,5%). Mentre la differenza tra il tasso di occupazione delle donne e quello degli uomini nell'Ue era dell'11,5% al terzo trimestre del 2020.

I dati riportati sopra si sommano al divario salariale di genere che in Europa si attesta al 14,1%, e peggiora al raggiungimento dell’età pensionabile, toccando il 30%.

In sintesi, le donne in Europa lavorano in pochi settori, sono fortemente vincolate allo stereotipo che le vuole naturalmente inclini al lavoro di cura, raramente sono in ruoli decisionali nelle organizzazioni in cui lavorano, spesso lavorano part-time per conciliare vita e lavoro e vengono pagate meno. Questo vuol dire work-in poverty: lavorare, talvolta anche molte ore, e rimanere comunque a rischio di povertà.

Il paradosso è che da un lato le lavoratrici sono maggiormente a rischio di lavori sottopagati e sotto qualificati e hanno più probabilità di essere impiegate con contratti non standard; dall'altro, questi svantaggi non vengono conteggiati nella posizione socio-economica delle donne perché la povertà lavorativa si misura sulle risorse complessive del nucleo familiare. Si trascura, dunque, la disparità di potere economico e decisionale tra i membri del nucleo familiare – indipendenza economica e carico di cura –, contando su una presunta equa redistribuzione delle risorse all’interno della famiglia.

Invece, in quasi la metà degli stati dell'Ue, le donne trascorrono almeno il doppio del tempo a prendersi cura dei propri figli e della casa rispetto agli uomini. Le ore settimanali spese per il lavoro di cura non retribuito variano per le donne da un massimo di 50 in Austria a un minimo di 24 in Grecia. Per gli uomini da 29 ore in Svezia, fino alle 10 della Repubblica Ceca.

Le persone più a rischio di povertà lavorativa sono quelle che vivono in una famiglia con bambini, e le lavoratrici più povere spesso sono madri single che, secondo i dati più recenti di Eurostat, rappresentano in media il 14% di tutte le famiglie dell'UE-27 – o genitori in coppia con tre o più figli (13%).

I servizi di cura per l’infanzia non sono allo stesso livello in tutta l'Ue e l'assistenza all'infanzia limitata impedisce a molte madri di tornare in tempi rapidi nel mercato del lavoro, aumenta i costi e riduce le opportunità di avere figli. Solo 13 paesi hanno raggiunto l'obiettivo di Barcellona del 33% di bambini al di sotto dei 3 anni che frequentano il nido.

La trasformazione tutt’ora in corso del modello prevalente, dove il maschio è l’unico a guadagnarsi da vivere per tutta la famiglia, sta progressivamente andando verso il modello del doppio reddito. Un fenomeno che ora è al vaglio delle ripercussioni economiche della pandemia.

Questa tendenza tuttavia ha fatto credere che si potesse raggiungere abbastanza agevolmente una più equa distribuzione delle risorse economiche. In realtà nel 2010 (il dato sebbene piuttosto vecchio è ancora rilevante) il 21% delle famiglie europee eterosessuali faceva affidamento esclusivamente sul reddito del partner maschile e il 37% delle donne contribuivano meno degli uomini al bilancio familiare.

Per le ragioni elencate sopra, durante la pandemia da Covid-19 uomini e donne non si sono assentati dal lavoro per la stessa quantità di tempo. La percentuale più significativa che si registra è in Lituania (17,1% donne e 6,5% uomini), Ungheria (13,2% e 5,5%), Polonia (12,1% e 5,1%) e Lettonia (12,0% e 5.0%). In nessuno dei paesi, eccetto Cipro, si è registrata un’equivalenza, e la disparità è sempre a discapito delle donne. Infine, secondo i dati Istat 2020, dal febbraio scorso in Italia sono andati persi 426 mila posti di lavoro a causa dell’emergenza sanitaria: nel solo mese di dicembre 2020, ad andare in fumo sono stati 101 mila posti di lavoro di cui 99 mila erano occupati da lavoratrici donne.

Nello scenario descritto, l’accesso ai servizi di pianificazione familiare e all’aborto non è soltanto un diritto delle donne, ma diventa anche una questione di giustizia socio-economica, e rendere disponibili, gratuiti e sicuri questi servizi dal punto di vista pratico e non solo legislativo è uno dei tasselli da ricomporre per contrastare la povertà lavorativa. In Italia, ad esempio, solo il 64,9% degli ospedali ha un reparto di ostetricia e ginecologia o solo di ginecologia, che potrebbe effettuare interruzioni volontarie di gravidanza. Nel 2018 la percentuale di ginecologi obiettori di coscienza nel paese ha raggiunto il 69% e quella degli anestesisti il ​​46,3%.

Una maternità non pianificata potrebbe influenzare il posizionamento di una donna nel contesto socio-economico. In particolare, in un periodo di crisi come quello della pandemia, in cui aumentano le discriminazioni, garantire i servizi di pianificazione familiare è fondamentale non solo dal punto di vista della parità di genere, ma anche per quanto riguarda le esigenze del mercato del lavoro, che potrebbero perdere talenti in un momento critico.

Occorre, infine, aggiungere un ulteriore tassello all’analisi. Per comprendere la povertà nel mercato del lavoro da un’ottica di genere, c’è bisogno di osservare la realtà dei vissuti delle donne, tenendosi alla larga da comode semplificazioni.

Le donne non sono un gruppo indistinto e omogeneo. La dimensione di genere si intreccia con altre dimensioni che compongono le nostre identità: la provenienza geografica, l’orientamento sessuale, la classe socio-economica, la disabilità. Queste spesso si combinano in una trama fitta di oppressioni che depotenziano l’agency della persona e limitano le possibilità di fuoriuscita dalla violenza e dalla povertà: invisibilizzare questa trama, significa mettere in campo politiche meno efficaci.

Qualsiasi politica che miri a ridurre la povertà e a creare un mercato del lavoro più equo deve tenere conto di tale complessità e farne un perno centrale. L’alternativa è trattare la povertà in superficie, aumentare i posti di lavoro senza intaccare le disuguaglianze strutturali che li attraversano: cambiare qualcosa senza cambiare niente.

Note

[1] Il progetto Working, Yet Poor (WorkYP) è finanziato dal Programma europeo Horizon2020 e si concentra sulla crescente tendenza sociale di lavoratrici e lavoratori a rischio o sotto la soglia di povertà. L'obiettivo generale è quello di prevenire il rischio di dumping sociale, ridurre gli shock economici e garantire ai cittadini e alle cittadine dell'Unione europea di riacquistare fiducia nella governance pubblica e di sostanziare il loro status di cittadini e cittadine.