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I media in Italia non sono
il regno della parità

Foto: Unsplash/Robin Wirral

C'è ancora molto da fare per raggiungere la parità di genere nel settore dell'informazione e della comunicazione. Partendo dai dati più recenti disponibili, l'analisi della situazione in Italia, con uno sguardo all'est Europa

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Negli ultimi quarant'anni sono state molte le donne che dallo Sri Lanka si sono trasferite nel Golfo Persico per svolgere lavori di cura nelle case delle famiglie di una terra sempre più ricca. Gli intermediari che le hanno accompagnate in questo cambio di vita hanno riprodotto squilibri e disuguaglianze

Una politica partecipata prevalentemente da maschi bianchi e borghesi difficilmente potrà rappresentare le persone che restano escluse dai luoghi e dai processi in cui si decidono norme e misure. Ridecliniamo la democrazia, partendo dai dati disponibili e dalla letteratura recente

Intercettare il cambiamento, comprendere le nuove forme di discriminazione e investire nella parità: il futuro delle donne è nelle politiche su lavoro, conciliazione, diritti. Lo conferma il nuovo Gender policies report dell’Inapp

Donne nelle comunità dell’energia: il caso di ènostra, cooperativa italiana che sta percorrendo la strada dell’inclusione di genere in un settore ancora fortemente caratterizzato da presenza e leadership maschili

L’Italia si colloca nella fascia intermedia per i rischi legati al limitato pluralismo dell’informazione nella classifica del Media pluralism monitor (Mpm), al sedicesimo posto su trentadue. La classifica prende in esame varie dimensioni tra cui quella dell’accesso delle donne ai media, analizzata in termini di inclusione sociale. Solo tre paesi in Europa rientrano nella fascia bassa di rischio per l’indicatore “accesso delle donne ai media”. L’Italia, così come gran parte del sud e sud-est Europa, è invece ad alto rischio.

Come sottolineato nel rapporto elaborato dal Centro per il pluralismo e la libertà dei media (Centre for media pluralism and media freedom, Cmpf) sono poco più della metà i paesi nei quali il servizio pubblico ha istituito una politica di genere e in cui le posizioni dirigenziali sono equamente distribuite. Sebbene in Italia l’accesso delle donne ai media sia migliorato, il cambiamento sembra essere legato alle recenti nomine in posizioni di vertice nella RAI più che a trasformazioni sostanziali.

Sono molte le dimensioni da prendere in considerazione quando si parla di inclusione di genere nei media. Tra queste c’è sì la presenza delle donne ai livelli dirigenziali, ma anche l’assenza di divari salariali, la possibilità di occuparsi di ciò che si vuole e senza subire la cosiddetta “segregazione orizzontale” - vale a dire tutti quegli ostacoli nel trattare temi come la scienza, la politica o l’economia, ma anche l’essere raramente interpellate come fonti di notizie scientifiche - e poi l’assenza di narrazioni stereotipate quando si parla di violenza di genere e l’assenza stessa di pressioni e molestie nei confronti delle giornaliste.

Tutte queste e altre variabili sono analizzate dal Cmpf e da altri istituti per mettere in luce le varie dimensioni del problema, con risultati non esattamente incoraggianti. 

Cosa dicono i dati sull’inclusione di genere nei media

Secondo un altro rapporto, il sesto del Global Media Monitoring Project, a livello mondiale si stima che ci vorranno almeno altri 67 anni per colmare il divario di genere nei media tradizionali. La ricerca sottolinea come la pandemia abbia acuito il divario di genere tra gli esperti anche in Italia. Questo è particolarmente evidente nel campo della scienza e della salute, dove le donne rappresentano solo l’11% delle persone interpellate.

Guardare al sud-est Europa ci permette di argomentare come la situazione sia simile in Bulgaria, ma non in Romania, dove la percentuale di donne interpellate come esperte in questi settori è del 46%. Gli altri due settori in cui la presenza di donne è scandalosamente bassa in Italia sono la politica (25%) e l’economia (14%). In entrambi i settori, Bulgaria e Romania fanno meglio dell’Italia.

Anche le narrazioni stereotipate quando si parla di violenza passano per la sottorappresentazione delle donne come fonti. Le donne continuano infatti a essere consultate più per raccontare le proprie esperienze personali che per fornire un’analisi dei problemi.

Un altro indice elaborato dal Global Media Monitoring Project, che ben descrive il punto in cui ci troviamo, misura la presenza di donne e uomini nei media, la loro visibilità e la loro voce. In una scala da -100 (solo uomini nei media) a +100 (solo donne nei media), l’Italia si attesta a un allarmante -49. Per riprendere il parallelismo con il sud-est Europa, la Bulgaria è a -28,5 e la Romania a -26,5. Eppure, sebbene in entrambi i paesi ci sia una situazione migliore in termini di presenza fisica, questo non significa che le giornaliste non siano oggetto di discriminazione.

Accesso delle donne ai media nel mondo

Fonte: Centre for media pluralism and media freedom, 2022

Le ragioni per cui le donne sono più presenti nei media dei paesi dell’est Europa rispetto all’Italia vanno fatte risalire all’esperienza dei regimi socialisti, quando la presenza delle donne nel mondo del lavoro era fortemente incoraggiata. Oggi invece, di fronte alla crisi del settore,  gli uomini preferiscono occuparsi di altro, come emerge in una ricerca condotta da Osservatorio Balcani Caucaso Transeuropa.

Guardando ai diritti professionali, la sottorappresentazione delle donne nelle posizioni di vertice è un altro aspetto rilevante. Una ricerca condotta dall’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere (Eige) mostra che le donne in Italia costituiscono circa un decimo del personale collocato in posizioni decisionali, molto meno rispetto alla media Ue del 30%.

C'è poi il problema della maternità delle lavoratrici freelance che si associa a condizioni di particolare precarietà, come è stato evidenziato dalla presidente di GVpress durante una recente missione in Italia del consorzio internazionale Media freedom rapid response.

Infine, il divario salariale si registra soprattutto quando le donne ricoprono posizioni più alte negli organigrammi, in età più avanzata e durante i primi anni lavorativi. Nel 2017 lo stipendio delle giornaliste regolarmente occupate è stato in media di circa 52.000 euro, contro i 65.000 degli uomini. 

Sicurezza fisica e minacce online alle giornaliste

Gli attacchi e le intimidazioni nei confronti dei giornalisti e delle giornaliste sono un fenomeno in crescita in Italia, tanto che nel 2021 sono stati denunciati 232 episodi di violenza, con una crescita del 42% rispetto al 2020.

Ci sono alcune categorie di minacce che vedono le giornaliste più esposte rispetto ai loro colleghi. Tra queste, gli attacchi online. Come sottolinea il Media pluralism monitor, all’assenza di una legge che possa regolamentare le piattaforme digitali si affianca un livello basso di alfabetizzazione mediatica e competenze digitali da parte degli utenti, e questo fa sì che gli attacchi online restino così diffusi ed impuniti.

Gli attacchi online assumono forme specifiche basate sul genere: le giornaliste sono attaccate innanzitutto per il fatto di essere donne, e poi per il loro lavoro. Dalla sopracitata ricerca di Osservatorio Balcani Caucaso Transeuropa è emerso che sebbene nessun argomento sia esente da rischi, parlare di questioni sociali e diritti umani - includendo in queste categorie le migrazioni e le questioni di genere - aumenta la probabilità di essere insultate o aggredite.

Le conseguenze del fenomeno sono molte e devastanti sia per la vita professionale che per quella privata delle giornaliste: tra queste, l'allontanarsi dai social, il pubblicare articoli in modo anonimo, fino alla decisione di abbandonare la carriera. Questi attacchi sono spesso sottovalutati per timore di ritorsioni professionali. Nonostante siano molte le redazioni schierate dalla parte delle giornaliste, non è raro che venga chiesto alla professionista di smettere di occuparsi di una questione quando riceve un attacco perché ritenuta incapace di affrontare le conseguenze del proprio lavoro. 

Inoltre, accade di frequente che le donne siano molestate nelle loro stesse redazioni, come dimostra un’indagine condotta dalla Federazione nazionale stampa italiana nel 2019. L’85% delle giornaliste intervistate ha dichiarato di aver subito molestie sessuali nel corso della loro vita lavorativa. Il 19,3% ha ricevuto richieste di prestazioni sessuali mentre cercava lavoro, il 13.8% per progredire nella carriera. Un aspetto significativo è che oltre la metà degli episodi sono avvenuti in redazione e solo nel 18,4% dei casi qualcuno è intervenuto.

Come agire per cambiare le cose

Le disuguaglianze di genere, purtroppo, non sono una novità, tantomeno nei media. Eppure, sono proprio le giornaliste a portare alla luce il più delle volte le storie di chi ha meno voce, storie di diritti e di integrazione. E anche per questo ricevono attacchi, fisici e online. Fortunatamente, le reti di supporto sono sempre di più. La scorta mediatica è ormai uno strumento consolidato per mettere al riparo la giornalista e combattere il senso di isolamento che episodi di violenze e molestie possono provocare.

I dibattiti sui divari di genere nella professione sono sempre più comuni nelle redazioni, nelle associazioni di categoria e nelle istituzioni, anche grazie alla spinta proveniente dall’Europa (si vedano ad esempio la raccomandazione della Commissione europea del 2021 o la risoluzione del Parlamento europeo del 2020).

Ma cosa si può fare per favorire l’uguaglianza di genere nei media? Innanzitutto, andrebbe promossa una formazione obbligatoria sui temi legati al genere per gli operatori dei media per combattere la tolleranza rispetto agli abusi e la scarsa consapevolezza della condizione delle giornaliste nel settore dei media e della comunicazione. 

Riprendendo in conclusione le raccomandazioni del Media pluralism monitor, lo stato e gli attori dei media dovrebbero sostenere la parità di genere nelle redazioni e nella governance, oltre a una pari presenza nell'offerta editoriale. Le istituzioni pubbliche dovrebbero promuovere politiche di alfabetizzazione mediatica per contrastare l’odio online. Infine,  dovrebbe essere incoraggiata una maggiore assunzione di responsabilità da parte delle piattaforme online.

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