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Il gender gap si colma
con la condivisione

"Cinque giorni per i padri sono soldi buttati". Secondo Maria Fermanelli, pioniera del gluten free in Italia e presidente di Cna impresa donna, per colmare il gender gap serve una volontà politica forte che promuova la condivisione reale della genitorialità

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Maria Fermanelli, architetta di professione, a un certo punto della sua carriera ha deciso di lasciare tutto e avviare un’impresa per la produzione di cibo senza glutine certificato, diventando una pioniera nel mercato del gluten free. Attualmente alla guida di due aziende totalmente al femminile, Cose dell’altro pane e Pandalì, negli ultimi quindici anni ha ricoperto diverse cariche all’interno della Confederazione nazionale dell’artigianato (Cna), fino a essere eletta presidente di Cna impresa donna, struttura d’interesse composta dalle imprenditrici della confederazione. L’abbiamo intervistata, per capire cosa manca ancora nel nostro paese per consentire alle donne di fare impresa.

Come sei diventata imprenditrice e da dove è nata questa decisione?

La decisione è nata negli ultimi anni della mia carriera da architetto, mentre ero impegnata con il mio studio nella realizzazione della rete GSM (Global System for Mobile Communications, ndr) di telefonia cellulare per Roma e provincia, un enorme progetto che mi ha formata come professionista e che allo stesso tempo mi ha permesso di constatare qualcosa che ancora non sapevo di me: che ero capace di competenze gestionali e di relazionarmi con organismi anche molto complessi. Una scoperta che a un certo punto da un lato mi ha messa di fronte a quello che davvero volevo fosse il mio ruolo all’interno del lavoro che svolgevo e dall’altra, sotto la pressione delle forti critiche da parte dell’opinione pubblica a cui le infrastrutture urbane della telefonia mobile andavano incontro in quegli anni, mi ha fatto capire quanto pesasse sulla mia soddisfazione il consenso sociale che il prodotto del mio lavoro potesse trovare. Insomma, io ho ricevuto anche degli sputi quando sono andata a installare antenne in cantiere, ero stanca di far parte di un progetto così criticato di cui non potevo controllare la parte di gestione. Avevo voglia di iniziare a produrre qualcosa il cui impatto positivo fosse socialmente riconosciuto.

E allora cosa hai fatto?

Mi ha salvata una casualità, le mie figlie erano scout e a un loro amico proprio in quegli anni era stata fatta una diagnosi di celiachia. Se ne sapeva ancora poco e mi ricordo che durante i pranzi insieme il fatto di dover prevedere all’improvviso un piatto diverso dagli altri aveva colpito la mia attenzione, soprattutto mi ritrovavo ogni volta a pensare alle conseguenze che questa situazione poteva comportare a livello di convivialità. Insomma, mi sembrava molto triste preparare un pasto diverso per lui, e mi veniva automatico ragionare alla rovescia rispetto alla consuetudine: se lui aveva un problema, avremmo dovuto mangiare tutti quello che anche lui poteva mangiare. Così ho iniziato a ingegnarmi per trovare ricette che potessero andar bene per lui senza scontentare i gusti degli altri. È così che è nata l’idea di avviare una produzione artigianale senza glutine. 

Come sei passata da un’idea a un modello di business?

Cercavo finanziamenti per l’imprenditoria femminile ma non ne trovavo, e nel frattempo mi era capitato sotto mano un bando per le periferie. Così mi era tornato in mente un luogo in cui ero stata per via delle mie figlie, il convento delle monache benedettine di Montemario alto, a ridosso del parco dell’Insugherata a Roma. Un posto bellissimo, con delle cucine meravigliose in cui una volta mi ero offerta di cucinare dei biscotti, e che nel frattempo avevo scoperto erano state definitivamente abbandonate. Ho pensato che quelle cucine potevano diventare il centro di una piccola impresa artigianale composta prevalentemente da donne e dopo averlo proposto alle suore ho iniziato a buttare giù un business plan per la ristrutturazione dei locali. Alla fine abbiamo vinto il bando ed è nata Cose dell’altro pane, che nel giro di due anni ha ottenuto dal Ministero della Salute la rimborsabilità dei prodotti. Non ti dico la soddisfazione quando abbiamo confezionato a mano i primi pacchetti con sopra le fustelle per il Sistema sanitario nazionale.

Un doppio traguardo quindi.

Quindici anni fa non esisteva un’offerta artigianale di qualità di prodotti senza glutine, c’era solamente una produzione industriale, nello specifico lo faceva solo un’industria farmaceutica. Noi siamo state la prima azienda in Italia ad aprire i protocolli ministeriali a produzioni certificate senza glutine che avessero i valori dell’artigianalità – quindi con materie prime scelte e ricette legate alle tradizioni culinarie, in un’ottica di piena appetibilità e allo stesso tempo di garanzia. Oggi in Italia ci sono più di 300 aziende che su quei protocolli producono cibo certificato senza glutine, quindi a guardare indietro posso dire di aver avuto un’intuizione rispetto a un mercato che non esisteva. 

Come sei arrivata alla Confederazione nazionale dell'artigianato?

La Cna mi ha riconosciuta e mi ha scelta, si è accorta di me a un convegno e mi ha aperto un mondo, quello dell'associazionismo. C'è una serie infinita di attività che una rete di professioniste e professionisti può portare avanti insieme; con la Cna mi sono innamorata dell’associazionismo, e l’associazionismo è diventato un pezzo profondo della mia identità. In quindici anni ho conosciuto le migliori imprese del territorio nazionale, e adesso posso dire che i successi e gli insuccessi per me non sono più qualcosa di individuale, ma hanno una dimensione collettiva. C’è un tessuto produttivo e vitale a cui troppo poco si dà attenzione e valore – persone che tutti i giorni caricano e scaricano merci, allestiscono stand e vetrine, pensano e s'ingegnano per proporre prodotti di qualità – sono realtà spesso piccole, ma l'Italia è fatta soprattutto di questo.

Da quasi due anni sei stata eletta presidente nazionale delle donne all’interno della Confederazione. Cosa pensi che dovrebbero fare le imprese per favorire l’occupazione delle donne? 

Nelle mie due imprese, che attualmente contano nove dipendenti, in cinque anni sono nati nove bambini, quindi ho molto chiaro che bisogna costruire piani di lavoro che tengano conto delle esigenze di conciliazione delle proprie lavoratrici. Dall’altra parte sono convinta che se non s’interviene in maniera struttruale e profonda con norme e correttivi significativi sulla condivisione della genitorialità – non come sta provando a metterci le mani Pillon, ma lavorando a monte, facendo in modo che i congedi parentali obbligatori per i padri diventino sostanziosi – non si va da nessuna parte. Io lo dico sempre provocatoriamente che il 50% dei congedi obbligatori dovrebbero essere destinati ai padri e andare persi se non li prendono. O almeno li si dovrebbe sostituire con buoni voucher, o avere deducibilità fiscale del 50% su tutti i servizi di cura. Misure che aiuterebbero a riequilibrare il gap culturale che ancora struttura il mercato – e dico culturale perché, questo l'ho toccato con mano, non succede mai che sia il marito o il compagno a prendersi un giorno a lavoro a causa di un'influenza di un figlio, per esempio. Insomma, la parità non ci sarà mai finché ci baseremo sull’etica e sulla buona volontà degli individui, ci vuole una responsabilità politica. Cinque giorni obbligatori per i padri è una misura che fa ridere, questi sì: sono soldi sottratti alla produttività.

Rendere detraibili al 50% tutte le spese di cura e di aiuto alla famiglia, riequilibrare la distribuzione dei fondi destinati alla conciliazione dei tempi di vita e di lavoro, che attualmente vanno per il 90% alle lavoratrici dipendenti e per il 10% alle autonome: con CNA impresa donna avete portato in Senato otto proposte su a sostegno dell’imprenditoria femminile. In cosa consiste il vostro progetto?

Noi abbiamo presentato al Senato una proposta articolata di politiche di investimento e d’azione, che si reggono su un elemento essenziale: promuovere la condivisione reale della genitorialità. Stiamo avviando un questionario per misurare la consapevolezza di imprenditrici e imprenditori rispetto alla necessità di andare a normare la conciliazione anche e soprattutto all’interno dei nuovi scenari che ci si profilano davanti – pensiamo alla riorganizzazione digitale del lavoro, allo smart working… Sui territori, con le università statali e private, vorremmo poi attivare dei percorsi di dottorato e di tesi di laurea per misurare l’impatto che determinate politiche potrebbero avere dal punto di vista dei costi e dei ricavi, perché ci sembra chiaro che laddove il lavoro di cura diventa strutturale, va a confluire nel settore dei servizi alla persona. Ed è in settori come questo che le piccole innovazioni possono modificare la modalità di erogare quei servizi e creare un circolo virtuoso permettendo all’occupazione femminile di crescere combattendo il lavoro nero.  

Che risposte state avendo e quali saranno i prossimi passi?

Il primo passo è avvenuto in seno alla stessa Cna, perché in Senato siamo arrivate con un documento firmato dall’intera confederazione. Il messaggio era forte: non è un problema delle donne, si tratta di un problema di tutti, cercare di risolverlo rappresenta un avanzamento per tutti. Il passo successivo è la raccolta dati che abbiamo deciso di attivare, utilizzando il modello messo a punto dal progetto Paese che vai fisco che trovi, della Cna. Un algoritmo innovativo che ha permesso per la prima volta in Italia di misurare la fiscalità delle piccole imprese sui territori e che in poco tempo è diventato uno strumento politico importante. Al Senato abbiamo proposto questo: perché, visto che abbiamo questo strumento così efficace, non lo utilizziamo per misurare l’impatto che potrebbero avere le politiche di genere sulla produttività del paese? È esattamente quello che abbiamo intenzione di fare.