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Perché il rap ha bisogno di
uno sguardo intersezionale

Foto: Unsplash/ Charisse Kenion

Sempre più spesso le musiciste non bianche arrivano in cima alle classifiche grazie allo stereotipo della nera ipersessualizzata, in un cocktail di contraddizioni che professa l'empowerment e interiorizza la misoginia. Mai come oggi il rap e l'hip-hop hanno bisogno di letture intersezionali

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Uno studio pubblicato dalla University of Southern California di Annenberg a marzo 2021 mostra che il 55,65% delle artiste e degli artisti che negli ultimi quattro anni hanno raggiunto il top delle classifiche Billboard 100 di fine anno,[1] provengano da “minoranze” etniche. La maggior parte di loro, rappresenta generi musicali associati alla cultura afro-americana: si tratta di performer che sono in cima alle classifiche dei generi R&B/Soul (92,1%) e Hip-Hop/Rap (87,3%).[2]

I dati mostrano anche che per le donne di colore il 2018 è stato un anno di grande successo, infatti rappresentano il 73% di tutte le artiste che hanno raggiunto il top delle classifiche. I risultati restano positivi e stabili guardando agli anni compresi tra il 2016 e il 2020 in cui, senza contare il picco del 2018, le donne di colore rappresentano in media del 52% delle artiste. Nelle classifiche considerate dalla ricerca dell'università californiana, la cantautrice Rihanna e la rapper Nicki Minaj, entrambe nere, hanno superato gli artisti bianchi più popolari in assoluto in termini di presenza. 

Tuttavia, questi dati non indicano soltanto che le donne nere e latinx – ossia di etnia latino-americana – stanno dominando le classifiche globali. Di fatto, Rihanna e Nicki Minaj sono due artiste i cui contenuti lirici e l'apparenza estetica sono spesso di natura sessuale. Ciò invita ad andare oltre i dati e guardare a modelli e rappresentazioni di questa presenza. 

Oltre la buona condotta, donne nel rap

Partiamo analizzando l’esempio di una delle rapper più popolari del momento: Cardi B. In un video documentario pubblicato sul canale Youtube di Hip Hop Madness, progetto che dal 2017 si occupa di analizzare news e stereotipi legati alla cultura Hip Hop in senso lato, gli autori si pongono la seguente domanda: come è possibile che con tutte le rapper di successo che ci sono state dagli anni ottanta alla fine degli anni dieci del duemila, Bodak Yellow (2018), grande successo di Cardi B, sia stato il primo singolo di una rapper dall'uscita Doo-Wop di Lauryn Hill nel 1998, a raggiungere l’apice delle classifiche? 

Secondo Cardi B, rapper latinx, la canzone è diventata un tormentone pop perché rappresenta un certo tipo di ‘ribellione’ in cui presenta la sua realtà in modo autentico, parlando apertamente delle sue origini domenicane, trinidadiane e native del Bronx e del suo passato da stripper. La rapper si distingue anche per il suo rifiuto di aderire a schemi di buona condotta che le stanno stretti e, al contrario di rapper di successo quali Nicki Minaj, per la sua propensione a collaborare con altre rapper. 

Un fotogramma dal video del brano Doo-Wop di Lauryn Hill, grande successo del 1998

D’altro canto, Cardi B è figlia di un modello di rapper le cui origini vengono spesso associate a Lil’ Kim, pupilla di Notorious B.I.G, e Foxy Brown. Si tratta di un modello di donna iper sessualizzata al quale hanno aderito praticamente tutte le rapper (e cantanti R&B, in modo soft) più proficue degli ultimi 20 anni. Tra queste, si possono citare le precedentemente nominate Nicki Minaj, Doja Cat, ma anche Megan thee Stallion, le City Girls. 

Questo modello di donna è diventato tanto popolare da essere stato riprodotto anche in Italia da rapper come Chadia Rodriguez, Fishball e Beba. Tuttavia, a noi non interessa solo capire perché questo modello di rapper abbia riscontrato così tanto successo nell’hip-hop. L'obiettivo di questo articolo è anche quello di capire da dove proviene l'immaginario che lo ha costruito e se sia davvero problematico come sembra. 

Sguardi intersezionali sull'hip-hop

In un articolo pubblicato su The Atlantic nel 2020, intitolato What one woman’s shattered career reveals about the music industry (cosa rivela la frantumazione della carriera di una donna sull’industria musicale), l'autrice Hannah Giorgis riporta alcune parole scritte nel 1995 da Joan Morgan, accademica e giornalista musicale afro-americana, per il numero estivo di Vibe Magazine, nota rivista di musica ed intrattenimento Newyorkese. 

“So che è facile chiedersi che cosa ci faccia qualunque donna sana di mente con l’hip-hop, però c’era una dolcezza all’inizio… forse perché eravamo riconosciute come parte di qualcosa”. Questa citazione, tratta dal libro di Joan Morgan When chickenheads come home to roost: a hip-hop feminist breaks it down (1999),[3] fa parte di una lettera aperta che Morgan aveva scritto al suo compagno, una riflessione per parlare del cambiamento che aveva subito la rappresentazione delle donne nell’hip-hop a partire della fine degli anni ’80, e capire se la musica che ascoltava al tempo della pubblicazione del libro fosse coerente con il tipo di femminismo per il quale lottava e lotta ancora.

Sia la citazione che il sesto capitolo del libro di Morgan dimostrano che parlare di rappresentazione e autorappresentazione delle donne nell’hip-hop e nel rap, non è un compito facile. Affrontare questo tema significa immergersi in contesti culturali, storici, politici ed economici la cui complessità viene spesso appiattita e semplificata nella cultura mainstream, le cui redini sono spesso tenute da maschi bianchi.[4] Cercare di comprendere perché esempi di donne nere o latinx non iper-sessualizzate sono quasi assenti nel mainstream richiede di contestualizzare la loro posizione nella società rispetto agli uomini neri, agli uomini bianchi e alle donne bianche. 

La scrittrice e attivista Joan Morgan, autrice di When chickenheads come home to roost. Foto: Facebook/Joan Morgan Writer

Nel suo libro, Joan Morgan descrive il clima in cui si è riscontrato il passaggio nell’hip-hop "dall’egemonia delle fly-girls all’onniscienza delle bitches and hoes". Le prime, i cui esempi più significativi sono Roxanne Shante, le TLC e le Salt-N-Pepa, rappresentano un modello di donna dall’abigliamento a volte succinto a volte largo e sformato, il cui modo di raccontare la propria realtà e di incarnare l’empowerment era fortemente influenzato dalla corrente del womanism di Alice Walker. Le seconde avrebbero anticipato lo stereotipo di donna nera e latinx che domina le classifiche al giorno d’oggi. Morgan dichiara che il passaggio da uno stereotipo all’altro è avvenuto in un momento storico in cui il clima che si respirava nei quartieri più poveri delle grandi città nord americane – fatto di violenza, povertà, spaccio, consumo di droga, prostituzione e sfruttamento – era diventato insostenibile:

Qualsiasi femminismo che non riconosca che i neri dell'America degli anni Novanta vivono e cercano di amare in una zona di guerra è inutile per la nostra lotta contro il sessismo. Sebbene sia spesso descritta come parte del problema, la musica rap è essenziale in questa lotta perché ci porta direttamente sul campo di battaglia. La mia decisione di espormi al sessismo di Dr. DreIce CubeSnoop Dogg, o di Notorious B.I.G.. è davvero la mia supplica ai miei fratelli di dirmi chi sono. Devo sapere perché sono così arrabbiati con me. Perché mancarmi di rispetto è una delle poche cose che li fa sentire uomini? (...) Questo è chiarissimo per me quando ascolto hip-hop. Sì, le sistas sono ferite quando sentiamo i nostri fratelli che ci chiamano stronze e puttane. (...) Ma riconoscete: (...) [è] estremamente significativo che gli uomini che possono vederci solo come "stronze" e "puttane" si riferiscano a se stessi solo come "negri". 

"Stronze e puttane" ipersessualizzate

Negli anni successivi, il panorama reso popolare dagli esponenti del suddetto gangsta rap (rap dei gangster), è diventato parte integrante della cultura mainstream. 

Nel documentario realizzato da Byron Hurt nel 2006, Hip Hop beyond beats and rhymes, si parla di un’era, quella che parte dalla metà degli anni novanta e arriva pressappoco alla fine degli anni 2000, fatta da un tipo di hip-hop che viene definito, sia dai rapper, aspiranti ed acclamati, che dagli esperti del settore, come “performativo”. 

Nel lungometraggio, Carmen Ashurst-Watson, al tempo ex-presidente della famosa casa discografica hip-hop Def-Jam records, spiega che dal momento in cui ha preso piede l’immaginario gangster, le grandi case discografiche hanno cominciato ad acquistare le indipendenti che producevano questo tipo di brani. Da qui, il contenuto dei brani rap che raggiungevano il mainstream è diventato sempre meno conscious e i consumatori di questo genere sono passati dall’essere per lo più provenienti da comunità nere e latinx a una composizione al 70% di giovani ragazzi bianchi. 

La volontà iniziale di riportare la propria realtà collettiva in un canto di protesta, non viene più semplicemente strumentalizzata da politici quali Ronald Reagan, entrambi i Bush, e Bill Clinton, per rafforzare gli stereotipi sulla pericolosità degli uomini neri e latinx che ancora oggi conosciamo bene. A partire dalla metà degli anni novanta, il grido d’aiuto delle “minoranze” meno agiate viene sfruttato anche dalle grandi industrie culturali per farne profitto. 

Cosa c’entra tutto questo con la rappresentazione e l’auto-rappresentazione delle donne nere e latinx nell’hip-hop? C’entra. Se negli anni duemila, con l’iper-saturazione del gangsta rap nel hip-Hop mainstream, gli uomini neri e latinx si sono arresi all’idea che per fare fortuna con l’hip-hop bisognava stare al gioco di chi speculava sulla riproduzione dello stereotipo dell’uomo nero e latinx violento, pappone, immerso nel mondo dello spaccio e donnaiolo, anche le donne hanno cominciato a stare al gioco sia dei rapper neri e latinx che le denigravano che di chi investiva su di loro e le ascoltava. 

Lo stereotipo della 'Jezabel'

La maggior parte delle rapper al top delle classifiche negli ultimi vent’anni, sono donne nere o latinx che hanno fatto successo rivendicano i termini “stronza” e “puttana” sia a livello figurativo che semantico, cercando di restituirli in chiave “femminista”, usandoli per rivendicare la propria sessualità e la propria forza, indipendenza, autonomia e caparbietà. Sono donne che riproducono spesso e volentieri un modello che si rifà allo stereotipo della Jezabel, una delle tante immagini prodotte dai bianchi durante il lungo periodo della tratta transatlantica degli schiavi per garantire la loro mercificazione, tramite l'oggettivazione dei loro corpi. 

Lo stereotipo della Jezabel per secoli è servito a rappresentare le donne nere in quanto ninfomani o donne il cui potere risiede principalmente nell’attrarre il sesso opposto tramite i propri attributi fisici, così da poter giustificare gli stupri e gli abusi sessuali potratti per mano dei loro “proprietari” bianchi.

Tuttavia, è estremamente importante chiarire che nessuna di queste scelte artistiche è fatta in modo ingenuo: queste donne, tramite la loro arte, si stanno riappropriando del loro corpo e del potere che ha nel suscitare sia attrazione che disdegno. Sono donne che sanno fare rap, sanno fare soldi e il cui talento viene riconosciuto ai Grammys.

Cardi B, una delle rapper più popolari del momento, ha raggiunto il successo con il brano Bodak Yellow, del 2018. Foto: Sean Davis/Flickr 

Un cocktail di empowerment e misoginia

La problematicità di questo stereotipo non sta tanto nelle sue origini o nei sentimenti che suscita negli ascoltatori. Su un piano superficiale, la sua problematicità risiede nel fatto che il mercato del rap femminile ne è saturo, e che rinforza l’idea che il modo più sicuro tramite il quale una donna che fa rap può raggiungere la vetta delle classifiche Billboard, prevede necessariamente la sua auto-oggettificazione.

Su un piano più profondo, questo stereotipo di donna nera e/o latinx nell’hip-hop è problematico per l’incongruenza che esiste tra i messaggi di empowerment che cerca di diffondere e la misoginia che ha interiorizzato e che si riscontra sia nei discorsi che nelle immagini che riproduce.

Cardi B ha raggiunto il successo con una canzone in cui una delle barre più famose è: se ti vedo, e non ti parlo/significa che con te non fotto/ sono un boss, tu sei un’impiegata, stronza. In questa frase possiamo rintracciare la celebrazione di un empowerment che non è mai fenomeno collettivo.

Cardi B è parte di un sistema che riduce l’idea di donna emancipata alla quantità di denaro che riesce ad accumulare in quanto singola, anche a scapito delle altre donne. È importante notare che le rapper nere e/o latinx non usano le parole “stronza” e “puttana” soltanto in chiave femminista. Usano questi termini, spesso e volentieri, per insultare sia gli uomini, in un tentativo di “emasculazione”, che le donne, mantenendone così il significato originale.

Se emanciparsi vuol dire "sfondare"

La youtuber e influencer Tee Noir, in uno dei suoi video conferma che, fatta eccezione per la rapper Cupcakke, “la maggior parte delle rapper in cima alle classifiche scrivono o interpretano canzoni estremamente esplicite e poi ripudiano questo tipo di comportamenti nelle interviste, vantandosi del fatto che sono state con pochi uomini”.

Nella comunità nera e latinx, Tee Noir è una delle poche persone che discutono apertamente i controsensi che esistono nell’arena dell’Hip-hop femminile in modo approfondito. Oggi, con la crescita in popolarità di un tipo di femminismo chiamato choice feminism (femminismo della scelta), secondo cui ogni scelta che una donna compie è intrinsecamente femminista, e qualsiasi critica che viene fatta alla suddetta scelta è dunque anti-femminista, la stessa Cardi B che manda a quel paese le impiegate, riesce a diffondere messaggi di impatto.

“Se credi nella parità di diritti tra uomini e donne, questo fa di te una femminista” dice in un’intervista rilasciata sul web. “Non capisco come voi stronze vi sentiate come se essere una femminista fosse [soltanto] essere una donna che ha un'istruzione, che ha una laurea. Questo non è essere femminista. (...) Incoraggerò ogni tipo di donna. Non devi essere una donna come me perché io ti incoraggi e ti supporti”.

Il divario che esiste tra i valori pubblicizzati nelle canzoni di rappers della stessa scuola di Cardi B, e quelli che queste artiste difendono nella vita reale, indica la stessa possibile mancanza di autenticità dei gansta rappers intervistati da Byron Hurt negli anni 2000, quando sceglievano di parlare di spaccio, violenza e sesso invece di riportare la loro realtà quotidiana con l’obiettivo di aumentare la loro probabilità di “sfondare”.

La rapper Nicki Minaj, pseudonimo di Onika Tanya Maraj-Petty, ex modella trinidadiana naturalizzata statunitense. Foto: Nicki Minaj/Instagram 

Non a caso la stessa Cardi B in un Instagram live, dopo l’uscita della canzone Wet-ass pussy in collaborazione con Megan Thee Stallion, rispondendo alle critiche, ha affermato che fa queste canzoni perché tiene al tema ma anche perché è quello che la gente vuole sentire. Effettivamente, dopo la pubblicazione del suo singolo Be Careful, in cui la rapper mostra un lato decisamente più vulnerabile e emotivo, l’artista è stata massacrata dalla sua audience e il singolo resta uno dei meno noti della sua carriera.

Nel video in cui viene ripreso questo frammento dell’Instagram live di Cardi, For Harriet, blogger laureata ad Harvard, esprime la sua preoccupazione rispetto al fatto che le donne nere e latinx nella cultura mainstream, a differenza delle donne bianche, vengono ancora troppo spesso relegate ad un ruolo il cui unico espediente è quello di fornire una valvola espressiva a tutti i desideri sessuali repressi di tutte le donne, non solo quelle non bianche. 

Appropriazioni culturali e grandi assenze

L’assenza nel mainstream di donne nere e latinx che rappresentano un modello alternativo di femminilità rinforza l’idea che le donne appartenenti a queste etnie possano raggiungere l’empowerment solo attraverso l’oggettivazione del proprio corpo, a differenza delle donne bianche che, pur dovendo faticare rispetto ai colleghi per affermarsi, riescono comunque a raggiungere il successo senza dover ricorrere alla propria iper-sessualizzazione.

Sempre più spesso, inoltre, sono proprio le donne bianche a rinforzare lo stereotipo della Jezabel tramite l’appropriazione culturale e il blackfishing, ossia l’adozione di caratteristiche fisiche tramite cosmesi, modi di parlare e comportamenti stereotipati associati alla popolazione afro-americana. Questo, per ragioni estetiche, di moda e spesso anche per trarne profitto.

Insomma, il dibattito sulla presenza delle donne nere e latinx nella cultura pop e in cima alle classifiche, è molto complesso e richiede un’analisi intersezionale. Se da un lato le artiste non bianche hanno trovato il modo di affermarsi, dall’altro non si può tralasciare il loro coinvolgimento nella riproduzione di stereotipi di genere e razza che tengono a galla un sistema di disuguaglianze culturali e sociali, ma anche economiche e politiche. 

Note 

[1] La Billboard hot 100 è la classifica musicale settimanale più importante dell’industria discografica statunitense. Ogni settimana vi vengono elencati i 100 brani più popolari negli Stati Uniti, tenendo conto di trasmissioni radiofoniche, numero di ascolti sulle piattaforme digitali, visualizzazioni su YouTube e vendite. 

[2] Smith, D., Pieper, D., Choueiti, M., Hernandez, K. and Yao, K., 2021. Inclusion in the Recording Studio? Gender & Race/Ethnicity of Artists, Songwriters, & Producers across 900 Popular Songs from 2012 to 2020. UCS Annenberg Inclusion Initiative.

[3] Morgan, J., 2000. When chickenheads come home to roost. Simon & Schuster, pp.28-33.

[4] Croteau, D., Hoynes, W. and Smith, S., 2019. Media/society - Technology, Industries, Content, and Users. 6th ed. London: Sage Publications, Inc., pp.213-216; 244-246.

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