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Foto: Flickr/luvi

In che modo il cinema incide sui nostri immaginari di genere? Pubblichiamo la prefazione di Marina Pierri al libro di Valentina Torrini, Lady cinema. Guida pratica per attivare le tue lenti femministe, pubblicato nel 2021 dalla casa editrice Le plurali

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Siamo tutte cresciute con i “personaggi femminili forti”, ma proviamo a spacchettare l’espressione. Hai mai visto, che ne so, un trailer di Breaking Bad dove Walter White veniva presentato con le parole “personaggio maschile forte”? No, probabilmente no. E c’è una ragione specifica per cui non lo hai mai visto.

Nella società che – nel bene e nel male – abitiamo tutti i giorni, agli uomini e alle donne sono ascritte caratteristiche simboliche differenti rappresentate già dalla nascita con un fiocco rosa e un fiocco blu utile a operare una distinzione netta. Ai maschietti si attribuiscono valori quali il desiderio di avventura, la smania di conquista, la sete di validazione personale, la spinta alla vittoria, alla determinazione, all’esplorazione. Ai maschietti si attribuisce, in una parola, la forza. Alle femminucce, invece, si consegnano la dolcezza, la timidezza, il contegno, la capacità di curare e accudire, la mitezza e la remissività. E la debolezza.

Nel codice immutabile del cosiddetto binarismo di genere, insomma - per cui il mondo è incontrovertibilmente diviso tra chi viene da Marte e chi viene da Venere -, se una donna mostra volitività è utile sottolinearlo come se fosse una cosa insolita.

Il “personaggio femminile forte” è una donna atipica; una donna che contravviene a quanto previsto per la sua identità e la sua personalità secondo natura, una specie di mostro. Un’eccezione alla regola. Il “personaggio femminile forte” fa scalpore perché è diverso da tutti gli altri personaggi femminili che, si implica, sono “deboli” come debole è la loro biologia, che magicamente stabilisce e determina positivisticamente anche un certo atteggiamento ritroso nei confronti della vita.

Questo stesso atteggiamento è anche la ragione per cui alle donne è generalmente sconsigliato muoversi, spostarsi, essere mobili e non immobili, penano gravi sanzioni. L’eroe è un vero eroe se si impossessa dello spazio attraverso il viaggio, l’eroina è una vera eroina se non si mette in pericolo e dunque rinuncia al possesso dello spazio cioè al viaggio (lasciando che sia retaggio, di conseguenza, delle controparti maschili).

Ora, tocca sottolineare che un “personaggio femminile forte” è un’eroina in viaggio: una donna che non accetta i divieti imposti e invece assume caratteristiche mascoline come la forza dimostrando di non essere inferiore agli uomini. È una strana creatura, questo “personaggio femminile forte”. È una contraddizione in termini. E questa percezione, proprio questa, pone un enorme problema che non smette di ripresentarsi.

C’è un inganno da identificare ed è quello che fa Valentina Torrini in Lady Cinema: la rappresentazione non è la realtà, è ciò che alla società fa comodo proiettare della realtà. Eserciti di “personaggi femminili forti” provano che le donne forse non hanno meno capacità degli uomini, ma devono soffrire molto per essere alla loro altezza, così tanto che non conviene affatto e solo una su mille ce la fa; che per essere “forti” è necessario abbracciare un sistema di valori simbolici come prodotto distorto di un infinito lavaggio del cervello su quello si può e non si può fare; che se si è forti si è diverse dalla media, dunque migliori.

Per questo è arrivato il momento di levare l’aggettivo “forte” dall’etichetta; di lavarlo via con la candeggina lasciando spazio ad aggettivi di volta in volta variabili. Non c’è nulla che non va in un “personaggio femminile vulnerabile”, o in un “personaggio femminile giocoso” o, meglio ancora, in una “personaggia irriverente”, “ribelle”, “dolce”, “coraggiosa”, quello che ti pare.

Ridurre la nostra esistenza di donne nella rappresentazione alla “forza” ci chiude, e ci ha sempre chiuso, in una gabbia angusta che paradossalmente si apre scoprendo tanti, tantissimi tipi di rappresentazioni possibili. Nel lungo excursus di Lady Cinema tra i film di ieri e oggi  e tra le registe e le autrici di ieri e di oggi – scoprirai che non c’è una sola maniera di rappresentare te, che sei una donna. Ce ne sono migliaia.

E più donne diverse vengono arruolate nelle amplissime fila dell’universo audiovisivo in ogni sua parte – direzione della fotografia, montaggio, scrittura, regia – più quello che sembrava essere un corridoio strettissimo diventa un gigantesco androne capace di contenerci tutte, ma mai e poi mai di esaurirci. La lotta per la parità ovviamente non tocca solo la rappresentazione, ma la rappresentazione è uno dei gangli fondamentali di una società nella quale essere libere.

Non siamo solo eterosessuali, non abbiamo solo corpi filiformi, non siamo solo non disabili, non siamo solo bianche e benestanti. Siamo grasse, nere, con disabilità, neurodiverse, non-binarie, lesbiche, bisessuali, trans, madri, non madri. Non siamo disposte a subire il ricatto della forza e del “dovresti essere”. Abbiamo tutte esperienze diverse e vissuti diversi, perché proveniamo da contesti diversi.

E ci sono sostanzialmente due maniere per contribuire ad amplificare questa pluralità. Una, possiamo decidere di raccontare storie, la nostra o quella di altre; farci avanti e non avere paura di essere diverse dai “personaggi femminili forti” con cui siamo imboccate da una vita. Due, possiamo imparare a guardare e ascoltare insieme, scegliendo attentamente e imparando a fare caso, indossando le dovute lenti, a chi scrive cosa, chi gira cosa, come viene rappresentato cosa e chi.

In entrambi i casi il vero passo, quello da fare a ogni costo se vogliamo uscire dalle sabbie mobili della rappresentazione-taglia-unica, è diventare consapevoli delle bugie che tanto spesso ci sono state raccontate.

Si comincia con tutte quelle caratteristiche simboliche cui possiamo dire di no in ogni momento: no, non mi interessa l’amore romantico; no, non mi interessa soffrire tantissimo per affermare le mie qualità al mondo; no, non mi interessa essere bellissima secondo i canoni sociali affinché la mia bellezza sia ratificata, poiché non sono una carta da parati che si acquista in un negozio di lusso.

Si continua con un esercizio di apertura, di attenzione all’altra che magari non mi somiglia affatto.

Infine, te lo prometto, da qualche parte si arriva anche se non è mai la fine, perché non c’è un traguardo. È davvero un “work in progress”. Il bello è che per strada, prima o poi, si incontrano libri come questo. 

Estratto da Lady cinema. Guida pratica per attivare le tue lenti femministe di Valentina Torrini, Le plurali, 2021