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Rifugiate
in Polonia

Foto: Unsplash/ Abigail

Negli ultimi due mesi la Polonia si è trovata a fronteggiare il più alto numero di rifugiati ucraini, la maggior parte di questi sono donne con figli a carico. E dopo la prima accoglienza della società civile, adesso il mercato del lavoro ha davanti la sfida dell'inclusione

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La Polonia è lo stato con il più alto numero di rifugiati ucraini che hanno attraversato il confine dopo il 24 febbraio 2022. Nei primi due mesi, secondo i dati della Guardia di frontiera polacca, nel paese sono entrate dall’Ucraina 2,9 milioni di persone. Come stimano gli esperti, la metà di loro è rimasta in Polonia, per lo più si tratta di donne e minori.

Dopo una prima fase di vera e propria ricezione e accoglienza – gestita per la maggioranza dei casi da società civile e organizzazioni non governative – adesso la Polonia si prepara a includere le rifugiate ucraine nel mercato del lavoro. È un passo fondamentale per permettere di garantire a queste donne e ai loro bambini una possibile indipendenza economica.

Chi sono le rifugiate ucraine in Polonia

Un recente rapporto, stilato dalla Piattaforma Migratoria EWL, dalla Fondazione per il Supporto dei Migranti sul Mercato del Lavoro EWL e dal Centro dell’Europa Orientale dell’Università di Varsavia, svela le caratteristiche delle donne ucraine fuggite in Polonia dopo l’invasione russa. Il quadro è stato elaborato grazie a una ricerca sul campo condotta attraverso interviste individuali in lingua ucraina con 400 rifugiati. L’indagine è stata svolta a Varsavia e a Cracovia, nel periodo tra il 23 marzo e 3 aprile 2022.

Come si evince dai dati raccolti, il 93% dei rispondenti erano donne e il 7% uomini: del totale di queste persone, il 5% era in età pensionistica. La potenziale forza lavoro costituisce quindi la maggioranza dei rifugiati arrivati in Polonia. Quasi due terzi degli intervistati (63%) avevano a carico almeno un minore (con un massimo di più di tre). È un dato importante, se si considera che per poter pensare all’impegno lavorativo, in primis viene la questione dell’inserimento scolastico e della protezione generale dei bambini e delle bambine, garantendo loro, per quanto sia possibile, una sicurezza abitativa ed emotiva.

Ma una volta presa la decisione di unirsi ad altri lavoratori sul mercato polacco, occorre guardare in faccia la realtà dei fatti. È vero che il 61% delle persone intervistate ha dichiarato di avere un titolo di studio universitario, ma rimane altrettanto vero che solo un quarto di loro (26%) ha affermato di conoscere la lingua polacca, il che può costituire un iniziale ostacolo per poter intraprendere un percorso professionale in linea con le proprie qualifiche. Va altresì sottolineato che quasi un quinto dei partecipanti all’indagine (18%), apparteneva alla categoria dei lavoratori altamente specializzati; inoltre il 15% era costituito da insegnanti e operatori del settore dell’educazione, e infine il 6% da lavoratori e lavoratrici del settore sanitario. Tra i rispondenti il 63% ha confermato la volontà di lavorare in Polonia, usufruendo della cosiddetta legge speciale.

Cosa garantisce la legge speciale

La legge speciale del 12 marzo 2022 ha introdotto una serie di soluzioni ad hoc, che permettono un più facile inserimento dei rifugiati ucraini all’interno della società polacca, sia da un punto di vista della loro permanenza nel paese, che a livello lavorativo. Occorre sottolineare, tuttavia, che già prima dell’inizio della guerra, in Polonia erano registrati più di un milione di cittadini ucraini, di cui circa 667 mila risultavano iscritti alla previdenza sociale (di cui il 57,6% con un contratto di lavoro subordinato). L’immigrazione ucraina in Polonia è dunque da diverso tempo un fenomeno ben conosciuto, con una forte impronta sul mercato del lavoro nazionale.

Con le nuove norme, l’inclusione è divenuta ancor più facile. A coloro che hanno varcato la frontiera polacca dopo il 24 febbraio, è stato riconosciuto il diritto di soggiorno per 18 mesi (con l’eventualità di proroga fino a tre anni) e la possibilità di richiedere il cosiddetto numero PESEL (il corrispettivo del codice fiscale italiano), sulla base del quale si ottiene automaticamente l’assistenza sanitaria, l’accesso al sistema scolastico per minori e la possibilità di assunzione senza ulteriori obblighi di richiesta del permesso per il lavoro (al datore di lavoro entro 14 giorni spetta soltanto l’onere della comunicazione dell’avvenuta assunzione). La legge ha previsto inoltre delle facilitazioni per aprire una propria attività, così come anche per i profili professionali degli accademici e del personale medico e sanitario.

Quali conseguenze per il mercato del lavoro in Polonia

A fine marzo il tasso di disoccupazione in Polonia era del 5,4% e, come risulta dai dati dell’Ufficio Statistico polacco (GUS), alla fine del 2021 i posti vacanti sul mercato del lavoro erano circa 140 mila. C’è quindi spazio per un’eventuale entrata nel mondo del lavoro delle rifugiate ucraine che decidano di iniziare un percorso professionale. Bisogna tenere in conto che si tratta dell’inserimento di persone con traumi e bisogni particolari, oltre che con difficoltà oggettive (non conoscenza della lingua polacca, minori a carico, precarietà abitativa).

E comunque, il movimento sul mercato del lavoro polacco si è cominciato a notare quasi da subito. Dai dati ministeriali risulta che nei primi due mesi dall’inizio della guerra, sono stati assunti circa 90 mila rifugiati e rifugiate ucraine, di cui più della metà con un titolo universitario. Tra i settori più alla ricerca di personale ci sono attualmente: ristorazione, alberghiero, servizi e quello della cura della persona, quindi molte delle rifugiate ucraine sono a rischio di subire una sotto qualificazione lavorativa. Un importante ostacolo iniziale per un inserimento pari alle qualifiche possedute, può essere rappresentato dalla scarsa conoscenza della lingua polacca, oltre che dalle difficoltà procedurali relative al riconoscimento dei titoli di studio.

Strategie per una migliore inclusione lavorativa

Prima della guerra, la maggioranza dei migranti ucraini assunti in Polonia era costituita da uomini, ora la tendenza si è rovesciata e a dominare la scena sono le donne. È chiaro, quindi, che deve cambiare anche il quadro dei settori interessati all’assorbimento dei nuovi lavoratori e delle lavoratrici (che oggi rappresentano la stragrande maggioranza). Ma è sbagliato pensare che la risposta scontata sia il mercato del lavoro secondario, anche perché con la nuova legge non ci sono ostacoli o difficoltà, se non quelle oggettive, per le assunzioni in quello primario, e si elude così anche il ricorso al lavoro sommerso. Per poter evitare al più presto lo “spreco dei cervelli”, la precarietà e la sotto qualificazione, occorre sapere però chi sono le rifugiate ucraine arrivate in Polonia dopo il 24 febbraio 2022: conoscere il loro titolo di studio, le qualifiche ottenute, le esperienze professionali pregresse.

"In questa maniera" afferma il Professor Maciej Duszczyk, esperto del Cento di Ricerche sulle Migrazioni dell’Università di Varsavia "si faciliterebbe la strada ai datori di lavoro, i quali, sapendo della disponibilità di ragioniere, informatiche, insegnanti e altre figure professionali, potrebbero arrivare più velocemente all’incrocio della domanda e dell’offerta. Alla fine neanche la padronanza della lingua polacca deve essere prioritaria, in quanto in alcune realtà lavorative basta sapere l’inglese, ma anche in questo caso, occorre un’evidenza delle conoscenze linguistiche delle rifugiate. Un’ulteriore strada per una migliore inclusione lavorativa, può arrivare invece dalla riqualificazione o acquisizione di nuove competenze: qui viene in aiuto la legge speciale, che ha equiparato i rifugiati ucraini con i cittadini polacchi per ciò che concerne l’accesso ai corsi di aggiornamento e la formazione in generale".

Una cosa è certa, a supporto dell’inserimento lavorativo deve venire prima il sistema di supporto alla persona e alle famiglie (eventuale aiuto psicologico, asili nido, scuole, soluzioni abitative, corsi di lingua e professionali). I prossimi mesi serviranno per verificare se le misure finora intraprese sono state sufficienti per attivare, e in qualche maniera anche emancipare, le rifugiate ucraine, includendole nel mercato del lavoro ed evitando la loro segregazione professionale.