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Sguardi
sulla città

Foto: Unsplash/ Isabela Kronemberger

L’estate di inGenere è ricca di consigli di lettura, visioni e racconti. Le abbiamo chiamate "playlist". In questa, Barbara De Micheli ci porta in giro per le città viste dalle autrici dei libri che ha letto prima, dopo e durante un corso intitolato Sex and the City

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Adoro passeggiare per le città. Da sempre su di me gli scenari urbani hanno un effetto ben più rilassante dei panorami agresti, montani o collinari. Preferisco lo skyline di cemento e acciaio dei grandi grattacieli ai laghetti montani e ai ghiacciai in scioglimento. Unica eccezione il mare. Ma comunque con una predilezione per il mare delle città – Genova, Napoli, Marsiglia – che hanno quei bei porti colorati e meticci, quei vicoli battuti dal vento dove le storie e le persone si incontrano, dove chi arriva riparte presto e chi resta è come se fosse in un viaggio continuo.  

Ho sempre amato le città ma ne ho sempre saputo pochissimo, per questo ho iniziato l’anno iscrivendomi a un corso dal titolo Sex and the City organizzato da Florencia Andreola e Azzurra Muzzonigro a partire dal loro progetto omonimo che offre “una lettura di genere degli spazi urbani” e costruisce interessantissime mappe di genere della città. Il corso, organizzato dal Centro Studi Movimenti Parma (chissà, magari è in programma una riedizione) mi ha permesso di mettere a fuoco alcuni concetti fondamentali sulla relazione tra donne e città, tra spazi pubblici esterni e spazi privati interni e su quanto ci sia di socialmente costruito nella presunta predisposizione naturale delle donne a curare la casa. E mi ha aperto un mondo di letture.

La prima e più importante è certamente Feminist City di Leslie Kern, da poco tradotta in italiano da Natascia Pennacchietti per Treccani, il cui sottotitolo è estremamente rivelatore “lotta per lo spazio in un mondo disegnato da uomini”. Kern propone una serie di spunti per leggere la città in una prospettiva di genere, ci fa vedere come vivere in città sia una grande opportunità di emancipazione per le donne ma anche come la grande differenza tra centro e periferia, in termini di accesso ai servizi e disponibilità di mezzi di trasporto ma anche di possibilità di creazione di una comunità di supporto, tenda a espellere progressivamente le donne più povere dalle città. Kern ci racconta anche quanto il corpo delle donne sia per certi versi invisibile nella città – le città non sono pensate per loro – ma troppo visibile per muoversi senza suscitare commenti mentre la attraversa.

Anche Kern cita altre letture, scritti di donne e città. Tra tutti ho scelto di leggere, Flâneuse. Women walk in the city di Lauren Elkin (Vintage, 2017). Partendo dalla domanda se possa esistere l’equivalente femminile del flâneur di baudeleriana memoria – il maschio borghese che si aggira senza meta per la città e semplicemente la osserva camminando o sedendosi a un caffè parigino – Elkin sostiene che sì, anche le donne negli ultimi due secoli sono state flâneuse, magari con modalità diverse ma con la stessa curiosità e disincanto per la città. Così ci racconta Parigi, New York, Tokio, Venezia e Londra attraverso gli occhi delle donne che le hanno camminate o fotografate. Ci parla di città, corpi e privilegio, di come essere flâneuse implichi vedere senza essere viste e come questo sia più difficile per le donne e i loro corpi, sempre così avidamente guardati. Difficile fare la flâneuse in città, però possibile, soprattutto se si ha un travestimento innocuo ma efficace, che permette di vedere, magari fotografare, senza essere viste.

È quello che ci racconta un altro libro prezioso Dai tuoi occhi solamente di Francesca Diotallevi (Neri Pozza, 2018) che racconta nella forma di una biografia romanzata la vita di Vivian Maier, una delle più innovative fotografe contemporanee, il cui immenso archivio è stato scoperto per caso. Una flâneuse a suo modo tecnologica, che ha passato la vita a fare la babysitter e a fotografare New York, lasciandoci un patrimonio immenso di negativi mai sviluppati che raccontano la città negli anni ’40 e ’50. La città che vive negli infiniti scatti che raccontano i momenti minimi e quotidiani di chi la attraversa.

La città che vive negli occhi delle donne che la raccontano, come fa Virginie Despentes nella Trilogia della città di Parigi (Bompiani, 2019), dove le avventure pseudo noir di Vernon Subutex sono solo un pretesto per raccontare da un punto di vista originale Parigi, le sue luci, i suoi odori, la musica e le ombre.

Ma anche la città per come potrebbe essere in futuro, per come se la immagina magistralmente la giovane Hao Jinfang nella sua raccolta di racconti Pechino Pieghevole (Add, 2020), dove il racconto che da il titolo alla raccolta ci porta in una città che per sopravvivere all’immensa mole dei suoi abitanti gira su se stessa permettendo la vita su tre diversi livelli.

"Le strade libere sono delle donne che le attraversano" diceva un murale alla fermata della metro Garbatella qualche anno fa. Magari in compagnia di un buon libro nella borsa anche di più.

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