Con i loro scritti pubblicati tra la metà degli anni '50 e l'inizio degli anni '70, Jane Jacobs, Catherine Bauer e Sibyl Moholy-Nagy hanno proposto un ripensamento delle città americane contemporanee, influenzando profondamente le politiche residenziali e urbanistiche dei decenni successivi
Nel 1949 e nel 1954, il Congresso degli Stati Uniti d’America approvava due disposizioni fondamentali per le politiche abitative federali. Con gli Housing Act del periodo post bellico si dava avvio a programmi per la costruzione di alloggi finanziati con fondi pubblici che fossero adeguati agli standard di una nazione moderna e soprattutto destinati a famiglie a basso reddito.
Iniziava così la stagione dello urban renewal, una forma di gestione delle trasformazioni urbane che, sotto la regia della Federal Housing Administration, coinvolgeva amministratori pubblici, banche, imprenditori immobiliari, costruttori, pianificatori e architetti.
Tuttavia, il ruolo delle professioni progettuali nel processo decisionale veniva spesso ridotto a mera traduzione di scelte politiche ed economiche. Nel 1957 l’American Society of Planning Officials notava che il rinnovamento urbano si era trasformato in un processo burocratico che costringeva gli urbanisti a trascurare il vero significato del loro lavoro. La conseguenza era l’adozione di modelli standard sia in campo urbanistico che in quello della progettazione architettonica.
Tra il 1955 e il 1970 tre autrici, Jane Jacobs (1916-2006), Catherine Bauer (1905-1964) e Sibyl Moholy-Nagy (1903-1971), hanno variamente ragionato sulla eterogenesi dei fini dei principi progettuali del rinnovamento urbano. Le loro critiche hanno messo in luce i disastri derivanti da una concezione della città che prescindeva dal fenomeno urbano come fatto storico.
Tra il 1955 e il 1962, Jane Jacobs aveva avuto il compito di scrivere per la rivista Architectural Forum di progetti di rinnovamento urbano e farsi così un’idea degli effetti di quei programmi. Le sue osservazioni sono alla base del celebre saggio The death and life of great American cities, pubblicato nel 1961.
In quegli stessi anni, la rivista di cui Jacobs era redattrice pubblicava le riflessioni di Catherine Bauer e di Sibyl Moholy-Nagy sui limiti delle politiche di trasformazione delle città, sulla omologazione architettonica dei relativi progetti, sulla dispersione insediativa attorno alle grandi città americane e sul ruolo che i progettisti avevano nell’intero processo.
Nel 1957 Catherine Bauer, la massima esperta americana di politiche abitative pubbliche che aveva contribuito a scrivere il primo Housing Act del 1937, denunciava le criticità e le debolezze dei programmi avviati con le politiche federali post-belliche. Il rinnovamento urbano e la costruzione di complessi di edilizia residenziale pubblica erano l’altra faccia dello sfollamento di decine di migliaia di persone, principalmente non bianche, dai quartieri considerati slum (periferici, malfamati).
Dopo gli espropri e la demolizione degli edifici designati come inadeguati, gli abitanti finivano per essere ricollocati in insediamenti la cui caratteristica più riconoscibile era quella di essere destinati alle persone povere, in gran parte colored (di colore).
Se da una parte i benefici dello urban renewal andavano soprattutto ai costruttori privati, dall’altra la proprietà immobiliare si concentrava tra le famiglie bianche che andavano ad abitare nelle aree suburbane sussidiate dalle stesse politiche abitative. Il fraintendimento delle esigenze di trasformazione delle città dovuto al dogma moderno dominante si manifestava nel cosiddetto urban sprawl, la dispersione insediativa suburbana che dimostrava l'avversione della cultura progettuale americana verso la città.
Pur presentando tratti comuni anche biografici – Jacobs e Bauer avevano ricevuto l’attenzione della commissione sulle attività antiamericane durante il maccartismo, Bauer e Moholy-Nagy conoscevano per esperienza diretta le innovazioni in campo architettonico rappresentate in Europa dal movimento moderno – queste tre autrici hanno tuttavia ragionato diversamente sul ruolo dell’urbanistica e dell'architettura.
Bauer sosteneva che l’urbanistica fosse lo strumento per città più eque, mentre Jacobs ne criticava l’approccio dirigistico e antiurbano. Quest’ultima non pensava che le città dovessero essere opere d’arte grazie all’architettura, mentre Moholy-Nagy era una ferrea sostenitrice del suo ruolo civico nel definire l’identità urbana.
Le loro idee riflettevano le tensioni che le città stavano opponendo alle trasformazioni a loro impresse, pensate come una sorta di tabula rasa invece che come un insieme di relazioni vitali di tipo spaziale, sociale ed economico.
Ognuna con le proprie competenze ha colto come l’imposizione dei canoni architettonici europei nel contesto americano fosse priva dei valori etici che li avevano ispirati quando si erano affermati tra le due guerre mondiali. Per Jacobs, i programmi di ricostruzione degli slum erano incapaci di superare teorie risalenti agli anni '30 a cui la progettazione degli edifici residenziali pubblici sostanzialmente si rifaceva. Il primo Housing Act, promulgato durante il New Deal di Roosevelt, era stato influenzato dalle esperienze europee in materia di edilizia residenziale pubblica che Bauer aveva raccolto nel suo Public Housing del 1934.
Nel 1956, Moholy-Nagy notava come quelle esperienze, nella loro traduzione sovietica, stessero imponendo una totale omologazione dei criteri con i quali, sotto l’influenza delle direttive da Mosca, venivano ricostruite le città della Germania dell’Est. L'approccio astratto assunto dallo urban renewal americano aveva qualcosa in comune con quanto stava avvenendo al di là della cortina di ferro.
In una conferenza sul futuro di New York del 1958, Jane Jacobs affermava che i demolitori degli slum e i costruttori con fondi pubblici stavano trattando la città come un insieme di materiali grezzi da assemblare secondo teorie prestabilite che stavano distruggendo la varietà del tessuto urbano e disgregando le relazioni economiche e sociali. Con la scrittura del suo celebre libro del 1961, tradotto in italiano con il titolo Vita e morte delle grandi città, Jacobs si proponeva invece di creare un'immagine della città basata sulla vita reale, non sull’immaginazione o i desideri di progettisti che avevano avuto come maestri i reduci del Bauhaus.
A seguito della chiusura di quella scuola da parte del regime nazista, dalla fine degli anni Trenta questi ultimi insegnavano nelle più prestigiose università americane; le loro idee si erano trasformate in dogmi per le nuove generazioni di architetti e urbanisti.
Sono le "prime donne" dell’architettura moderna, che in America si riconosceva nell’espressione International Style, a cui si indirizzava la critica di Moholy-Nagy in alcuni articoli sui progetti americani dei reduci del Bauhaus: Ludwig Mies van der Rohe e Marcel Breuer, ma anche gli allievi di Le Corbusier Lucio Costa e Oscar Niemeyer, che stavano progettando Brasilia.
Jane Jacobs, Catherine Bauer e Sibyl Moholy-Nagy hanno esplorato l'impatto delle trasformazioni urbane sulla vita delle persone, l'imposizione di standard moderni che miravano all'uniformità trascurando la diversità, hanno denunciato la chiusura intellettuale e l’autocelebrazione di un mondo professionale a guida maschile.
I loro scritti, spesso pubblicati su riviste specializzate come la già citata Architectural Forum, sono una sorta di controcanto delle teorie che avevano indirizzato le trasformazioni delle metropoli contemporanee, e non solo in America. Malgrado la forza dogmatica che dominava le professioni progettuali, il pensiero di Jacobs, Bauer e Moholy-Nagy ha dimostrato che tre donne prive di un titolo accademico abilitante al loro esercizio potevano essere in grado di pensare diversamente la città contemporanea.
Le loro parole sono state in grado di influenzare le politiche residenziali e urbanistiche dei decenni successivi, durante i quali l’approccio dirigistico e dogmatico dello urban renewal è stato progressivamente abbandonato. Dimostrando l'importanza della comunicazione, il loro contributo ha anticipato l’opera della scrittrice Ada Louise Huxtable (1921-2013), che, scrivendo tra il 1963 e il 1997 per il New York Times e il Wall Street Journal, ha saputo orientare l'interesse dei lettori e delle lettrici verso il modo in cui venivano progettate le trasformazioni dell’ambiente costruito.