Politiche

I dati sulle iscrizioni universitarie mostrano che non sono tanto i pregiudizi sulle attitudini a incidere su scelte e percorsi, ma credenze ancora più forti e radicate, che riguardano quello che una donna "può" e "non può" fare

Stem, ripartire dai ruoli
per colmare il gap

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Foto: Unsplash/ JESHOOTS.COM

È importante l’interesse del governo Draghi volto a superare i diversi gap di genere che caratterizzano il nostro paese sul piano del lavoro e l’intenzione di intervenire anche sull’ambito formativo nel quadro delle azioni è quella giusta. Cerchiamo di capire come agire a partire dall’analisi di alcuni dati.

La scuola è aperta a tutti e a tutte e in maniera uniforme. I maschi tra i banchi sono in numero quasi pari alle femmine. Sappiamo che le donne si diplomano più degli uomini, si iscrivono all’università in numero maggiore e con migliori risultati, sappiamo anche che poi qualcosa non funziona se le donne in Italia lavorano meno, guadagnano meno e occupano meno posizioni apicali, con scelte di percorsi fortemente segregati nella formazione e, conseguentemente, nella professione. Rimaniamo comunque il paese europeo con la più alta disoccupazione femminile – con numeri vergognosi al Sud - e con il maggiore differenziale salariale tra uomini e donne

Nel ciclo primario della scuola si insegnano a tutti e tutte le stesse materie in classi miste, la realtà scolastica sembra seguire la promozione delle pari opportunità dettata dalle norme, al momento della scelta dei percorsi di secondaria di secondo grado e dei corsi di laurea però le femmine si indirizzano perlopiù verso studi umanistici e i maschi verso studi scientifici, tecnologici e matematici.

I motivi di questa scelta sono stati individuati nei condizionamenti operanti non soltanto a livello sociale e delle famiglie ma anche dentro il sistema d’istruzione stesso, vale a dire per come gli stereotipi di genere agiscono dentro le classi influenzando anche i docenti, che tendono a considerare le bambine meno portate per la matematica e le scienze e più orientate alla lettura e alle materie letterarie e i bambini viceversa. Uno stereotipo che oltre a trasferirsi dagli adulti di riferimento ai bambini, potrebbe incidere fortemente sulle scelte del percorso di studi prima e dell’indirizzo professionale poi.

In realtà, se osserviamo il fenomeno della segregazione formativa di genere, che poi diventa segregazione professionale di genere, con un’analisi ulteriore del sistema di formazione terziaria, i dati sulle iscrizioni e sui laureati non ci confermano come predominante l’azione di tale stereotipo. Nell’anno accademico 20-21, nei corsi di scienze naturali, matematica e statistica le iscritte donne sono il 57,3% del totale e le laureate negli stessi corsi sono il 58% del totale (elaborazione su dati Miur).

Anche le immatricolazioni in medicina hanno una predominanza di iscrizioni femminili (nell’anno accademico 2020-2021 sono il 55% le iscrizioni femminili contro il 45% di quelle maschili), con un trend crescente negli ultimi dieci anni. Lo stereotipo sulle attitudini di genere che, ci dicono gli studi, agisce fin da subito già dai 3 e dai 4 anni, non basterebbe insomma a spiegare la segregazione formativa e professionale di genere.

Dal numero di iscritte nelle discipline scientifiche, naturali e matematiche e dal numero delle iscritte in medicina, quindi, non risulta una minore propensione delle ragazze a scegliere quei percorsi. Anzi, la presenza femminile è più o meno pari nel caso della matematica (disaggregando i dati), mentre è maggiore nelle altre materie scientifiche e in quelle mediche. E non solo nelle professioni sanitarie – infermieristica e altre professioni sanitarie, tradizionalmente a forte presenza femminile – ma anche nelle professioni strettamente mediche.

Per completare il quadro, abbiamo una pari presenza maschile e femminile negli ambiti economici, amministrativi e giuridici, e viene invece  confermata la predominante presenza maschile nei corsi di ambito ingegneristico, delle costruzioni (le iscrizioni femminili sono il 30% del totale nell’anno accademico 2020-2021) e informatico-digitale (le frequenze femminili del dottorato in Tecnologie informatiche sono il 32%) . È da rilevare come in questi ultimi ambiti si ha una scarsa presenza rispetto agli altri percorsi non solo delle donne ma anche degli uomini, anche se in misura minore della scarsa presenza femminile.

Osservando tale quadro, lo stereotipo delle attitudini e della scarsa propensione su cui si concentrano generalmente le analisi, e l’attenzione nella predisposizione di azioni di contrasto alla segregazione formativa fin dai primissimi tempi del percorso scolastico, non bastano a spiegare il fenomeno. Anzi, i numeri ne negherebbero l’influenza specifica, come sarebbe da riconsiderare la presunta scarsa attenzione della scuola all’insegnamento delle materie scientifiche e matematiche alle ragazze, su cui tanto si è detto e fatto.

Insomma, quello dell'attitudine appare come uno “stereotipo allodola”, che maschera un altro stereotipo più radicato e forte, quasi un archetipo: quello del ruolo. Le scelte dei percorsi formativi e professionali risultano essere sostanzialmente in relazione al tipo di lavoro che si andrà a fare, alla sua collocazione sociale, al suo svolgimento, alla sua natura. Lo stereotipo sulle attitudini è un riflesso di questo, è il come ce la raccontiamo. È ben differente non essere ritenute adatte a certe mansioni, a certi ruoli, a certe professioni piuttosto che non essere portate per alcune discipline, perché il concetto agisce in senso inverso, come causa, non come esito. E, per risolverlo, un problema va risolto nelle cause, non negli esiti.

È stato detto e ripetuto: le professioni in qualche modo legate alla cura o a mondi tutto sommato considerati ammissibili per una donna, sono adatte o scelte dalle donne. È un convincimento che agisce a livello sociale, familiare, individuale e, di riflesso, a livello formativo. Ora, nell’alveo delle professioni legate a qualità di cura rientrano non solo le professioni del settore sanitario-infermieristico, ma anche la facoltà di medicina, con iscritte prevalentemente donne, e quelle inerenti le scienze e la matematica, perché rappresentano sbocchi per l’insegnamento e la ricerca scientifica. Tutte attività che “una donna può fare”.

Ma le donne mancano nelle professioni ancora considerate fortemente maschili in base al ruolo. Quelle ingegneristiche, legate alle costruzioni o al settore informatico-tecnologico. Ingegneria e costruzioni, perché coincidono con ruoli e lavori che le donne "non possono fare". Settore informatico tecnologico, perché sconta un’assenza di formazione e orientamento ancor più accentuata rispetto alle poche presenze maschili.  

Il lavoro di contrasto che si deve mettere in campo non dovrebbe allora fermarsi alla semplice promozione della disciplina – la matematica o le scienze o il digitale – ma allargarsi a un’artigianale e massiccia azione di role modeling e di abbattimento degli stereotipi di ruolo. Stereotipi fortissimi ancora oggi, se guardiamo alla perdurante battaglia contro la loro presenza nei libri di testo o al linguaggio mediatico. Entrambi linguaggi, quello dei libri di testo e quello mediatico, che informano e rivelano un immaginario collettivo fortemente legato a gabbie di ruolo. Il lavoro di contrasto dunque, andrebbe compiuto soprattutto con gli adulti di riferimento, perché ne assumano coscienza e conoscenza, visto che è l’ambito familiare a determinare fortemente le scelte delle ragazze e dei ragazzi.

Nel Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) si è aggiunta una premialità per quelle aziende che assumono donne. Molte aziende del settore ingegneristico, tecnologico o digitale lamentano l’assenza di donne, appunto, e si sentono penalizzate dalla misura inserita nel piano. In effetti, trattandosi di una misura che agisce a valle dei meccanismi di scelta di cui abbiamo trattato e non in origine, in questo momento ha poca efficacia. Va detto che, grazie al crescente interesse, alle tante iniziative, sia da parte delle istituzioni che della società civile, che sono state attivate per promuovere le discipline Stem tra le ragazze, la situazione sta migliorando anche in ambito informatico e tecnologico: quest’anno si è registrato un +16,36 % di iscrizioni femminili nelle facoltà informatiche. Ma restano comunque un sesto dei loro coetanei.

Ci sono delle azioni che si sono fatte e altre se ne possono fare, non solo per aumentare la presenza femminile in ambiti maschili, ma viceversa per favorire scelte libere da stereotipi anche nei ragazzi e promuovere un riequilibrio di genere in tutti i percorsi e in tutte le professioni. Azioni che vanno accompagnate alla valorizzazione culturale, sociale e anche retributiva di tutti gli ambiti. E questo è un processo che non può investire solo la scuola o la famiglia.  

Per tornare alle azioni da compiere dentro il sistema formativo, accanto a un più forte e consapevole intervento nel merito, di analisi e destrutturazione degli stereotipi di ruolo, serve anche un riesame del metodo: avrebbe maggiore efficacia l’azione strutturale – sulla formazione dei docenti, sull’organizzazione di sistema, sulle modalità di insegnamento  che non quella estemporanea della logica dei progetti o dei bandi, come si è fatto e si continua a fare adesso. Si tratta di una modalità che non copre la platea totale degli studenti e delle studentesse, trattandosi di progetti frammentati e non è per sua natura continua.

Insomma, è utile insistere nella formazione informatica, digitale, e aggiungo economica e finanziaria, purché tale formazione sia quanto più possibile strutturata nei percorsi d’istruzione e vi sia una maggiore consapevolezza non solo nel mondo della scuola, ma anche in quello sociale, nell’individuare e scalfire i pregiudizi sui ruoli.

Infine, proprio per quel riequilibrio di cui dicevamo, meglio comprendere in tutte le iniziative gli studenti e le studentesse insieme. Puntare tutto su iniziative Stem solo per le bambine o solo per le ragazze rischia di creare ghetti che sostanzialmente non mutano la situazione, perché, abbiamo visto, tali iniziative vanno a lavorare sullo stereotipo delle attitudini e stimolare interesse in quegli ambiti ma non intaccano direttamente lo stereotipo, e si traducono alla lunga in percorsi formativi e scelte professionali comunque “da donne”. È la fotografia di quello che accade oggi.

Più efficace sarebbe fornire a tutti e tutte conoscenze e competenze comuni in tutti gli ambiti, con una mirata attenzione a costruire consapevolezza di genere nelle scelte individuali libere da pregiudizi di ruolo, sia negli ambiti tradizionali, sia in quelli che oggi rappresentano nuovi strumenti di scelta professionale.

Vale sia per le ragazze che per i ragazzi. Tenendo presente che le competenze digitali e finanziarie non sono solo strumenti di scelta professionale, ma sono anche competenze chiave per la cittadinanza – così le abbiamo definite in sede nazionale ed europea , ovvero diritti e doveri della persona, e come tali vanno forniti e sviluppati allo stesso modo in ciascun ragazzo e ragazza a partire dall'offerta formativa e agendo, se possibile, sul piano dei percorsi d’istruzione.