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Le basse retribuzioni a cui vanno incontro le donne nel mercato del lavoro non hanno soltanto un impatto immediato sulla sicurezza economica delle lavoratrici, ma anche conseguenze di lungo periodo in termini di pensioni future, autonomia finanziaria e prospettive di mobilità sociale. Un'analisi sulla povertà lavorativa a partire dall'ultimo rapporto annuale su mercato del lavoro e politiche di genere dell'Istituto per l'analisi delle politiche pubbliche

 

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Il prezzo invisibile della disparità
Credits Unsplash/Richard Jaimes

Il fenomeno della povertà lavorativa – ovvero la condizione di chi, pur avendo un'occupazione, non riesce a superare la soglia di povertà – rappresenta oggi una delle sfide più urgenti per il sistema economico e sociale europeo. Secondo i dati Eurostat, a livello europeo è pari all’8,7% la quota di persone che possono essere considerate working poor, cioè che, pur essendo occupate per almeno sei mesi l’anno, vivono in famiglie con un reddito familiare equivalente inferiore al 60% della mediana dei redditi familiari. Tale condizione risulta più accentuata in Italia, dove, per il 2024, la percentuale di lavoratori e lavoratrici povere è pari al 10,2%, leggermente in crescita rispetto all’anno precedente, quando era del 9,9%.

La disaggregazione per genere non sembra evidenziare una penalizzazione della componente femminile, anzi, indica una quota maggiore di uomini a rischio di povertà lavorativa (11,7%) rispetto alle donne (8,3%). In modo simile, l’osservazione dei dati Istat sulla povertà indica per la povertà assoluta quote identiche del 9,8% per entrambi i generi e, per la povertà relativa, valori pari al 14,9% per le donne e del 14,8% per gli uomini.

Proprio a causa degli indicatori utilizzati per stimare le persone working poor, e dato che la povertà viene prevalentemente misurata a livello familiare e non individuale, la povertà femminile si caratterizza per una dimensione non manifesta, o comunque in parte fuori dal cono di visibilità, con evidenti conseguenze sia rispetto al contrasto della povertà stessa e alla possibilità di migliorare il mercato del lavoro e lo sviluppo economico, che in termini di giustizia sociale.

Una riflessione in tal senso è stata condotta all’interno del rapporto annuale su mercato del lavoro e politiche di genere presentato e pubblicato a dicembre 2025 dall’Istituto per l'analisi delle politiche pubbliche (Inapp), e al quale si rimanda per ulteriori approfondimenti.

Qui il contributo si focalizza su uno specifico aspetto, quello delle persone low paid, ovvero dei lavoratori e delle lavoratrici a bassa retribuzione, esaminando le differenze in termini di genere nell'incidenza del fenomeno, nella distribuzione per fasce d'età, nonché con riferimento alla presenza di figli.

Pagate troppo poco

L'analisi dei lavoratori e delle lavoratrici dipendenti low paid rappresenta uno degli ambiti più rivelatori delle persistenti disuguaglianze di genere nel mercato del lavoro italiano. La bassa retribuzione non costituisce semplicemente una questione di equità salariale, ma riflette dinamiche complesse che intrecciano segmentazione occupazionale, discontinuità lavorativa, squilibri nei carichi di cura familiare e vincoli strutturali che penalizzano sistematicamente le donne. Questo fenomeno assume particolare rilevanza non solo per l'impatto immediato sulla sicurezza economica delle lavoratrici, ma anche per le conseguenze di lungo periodo in termini di pensioni future, autonomia finanziaria e prospettive di mobilità sociale. L'esame della composizione per genere dei lavoratori e delle lavoratrici a bassa retribuzione, unito all'analisi delle sue determinanti – dal regime orario alla presenza di figli, dalla distribuzione settoriale alla collocazione geografica – permette di far emergere i meccanismi attraverso cui si costruisce e si riproduce la vulnerabilità retributiva femminile.

I dati restituiscono una fotografia chiara di come la bassa retribuzione sia un fenomeno profondamente diverso per uomini e donne, che richiede interventi di policy capaci di affrontarne le cause strutturali. Si consideri in proposito che l'incidenza dei bassi salari tra chi lavora come dipendente varia significativamente tra i generi: 17,6% per le donne contro 5,6% per gli uomini. Inoltre, le donne rappresentano il 71,3% del totale della quota di persone low paid, contro il 28,7% degli uomini, confermando la persistenza di meccanismi di differenziazione retributiva di genere, ed è interessante notare come si modifichi nel tempo, inasprendosi, la differenza fra le quote di chi lavora con bassa retribuzione con il crescere dell’età considerata.

Figura 1. Distribuzione dei lavoratori e delle lavoratrici low paid per genere e classe di età

Low paid workers
Fonte: Elaborazione su dati Indagine PLUS, 2024

Solo tra i lavoratori dipendenti a bassa retribuzione under 30, infatti, si registra una prevalenza maschile, in quanto gli uomini rappresentano il 52,7% contro il 47,3% delle donne. Una prevalenza, dunque, piuttosto marginale, soprattutto se confrontata con quanto si rileva, all’opposto, nelle altre classi di età. Sembra quasi che quei valori molto simili non stiano a indicare un’effettiva differenza di genere, ma rappresentino invece una sorta di tributo generazionale che interessa sia gli uomini che le donne. Una prevalenza che, tuttavia, si esprime con una differenza rispetto a quella femminile, piuttosto ridotta, tanto da far ipotizzare che, in questo caso, incida più la variabile anagrafica che quella di genere. In ogni caso, non si può escludere che per i giovani uomini la condizione di low paid possa caratterizzare più frequentemente le fasi di ingresso nel mercato del lavoro, con impieghi precari o poco qualificati tipici dell'avvio della carriera professionale.

La situazione, come già accennato, si inverte nettamente nelle fasce d'età successive. Tra i 30 e i 50 anni, le donne rappresentano il 76,5% delle persone low paid che lavorano come dipendenti, contro il 23,5% degli uomini. Anche tra le persone over 50 la predominanza femminile rimane evidente, peraltro in ulteriore crescita, con l'84,0% di donne contro il 16,0% di uomini.

Questi dati, sostanzialmente, evidenziano come la condizione di bassa retribuzione assuma caratteristiche strutturali diverse per genere. Per gli uomini tende a essere più concentrata nelle fasi iniziali della vita lavorativa, configurandosi potenzialmente come una condizione transitoria legata all'inserimento professionale. Per le donne, invece, la bassa retribuzione persiste e si consolida nelle età centrali e mature, quando dovrebbe teoricamente manifestarsi una maggiore stabilità e progressione di carriera. Questo andamento mostra che per le donne la bassa retribuzione non è solo una condizione giovanile, ma deriva da vincoli strutturali legati alle interruzioni di carriera, alle responsabilità di cura e alla limitata mobilità verso occupazioni meglio retribuite, elementi che si accentuano nelle fasi centrali della vita lavorativa e relative al ben noto fenomeno dello svantaggio lavorativo e retributivo delle madri noto come motherhood penalty.

Genitorialità asimmetriche

La presenza di figli evidenzia una delle dinamiche più significative nella costruzione delle disuguaglianze retributive di genere, ovvero la maternità come fattore di penalizzazione economica. Tra le lavoratrici con un figlio o una figlia, il 17,7% è low paid, contro appena il 2,1% dei padri con un figlio o una figlia – un divario di 15,6 punti percentuali. La situazione si aggrava ulteriormente per le donne con due o più figli: l'incidenza raggiunge il 18,9%, mentre per gli uomini nella stessa condizione si attesta al 2,4%. Il gap di genere supera in questo caso i 16 punti percentuali, evidenziando come l'aumento del numero di figli accentui la vulnerabilità retributiva femminile senza incidere in modo analogo su quella maschile.

Disaggregando i dati in base all'età dei figli emergono ulteriori evidenze sul legame tra carichi di cura e vulnerabilità retributiva femminile, mostrando come il rischio economico per le donne vari significativamente in relazione alle diverse fasi di crescita dei figli.

Figura 2. Incidenza percentuale dei lavoratori e delle lavoratrici dipendenti low paid per genere ed età dei figli

Incidenza low paid workers
Fonte: Elaborazione su dati Indagine PLUS, 2024

Le lavoratrici con figli o figlie fino a 3 anni presentano l'incidenza più elevata in assoluto: il 34,6% è low paid contro appena l'1,9% dei padri con figli o figlie della stessa età. Il divario supera i 32 punti percentuali, configurando la fase della prima infanzia come il momento di massima criticità retributiva per le madri lavoratrici. Questo dato riflette le enormi difficoltà di conciliazione che caratterizzano i primi anni di vita dei bambini e delle bambine, quando le esigenze di cura sono più intense e continue, spingendo molte donne verso soluzioni occupazionali più flessibili ma economicamente penalizzanti, come il part-time o impieghi meno qualificati.

Il tempo del lavoro

Le analisi appena descritte si riferiscono all’universo dei lavoratori e delle lavoratrici. Tuttavia, considerando la quota predominante di lavoratrici part-time sul totale, per evitare possibili effetti distorsivi sono state replicate le analisi concentrandosi solo sui full-time. In particolare, per quel che riguarda l’incidenza su chi lavora come dipendente, la quota di donne low paid scende dal 17,6% al 4,8% mentre gli uomini passano dal 5,9% al 4%. Le donne, inoltre, rappresentano in questo caso il 42,6% della quota di persone low paid, contro il 57,4% degli uomini. Per comprendere a fondo questi risultati, tuttavia, occorre considerare che la quota di lavoratrici dipendenti low paid full-time è del 18,7%, contro il 62,8% degli uomini. Il ridursi dei valori per le donne, dunque è da attribuirsi non a una migliore condizione quanto, piuttosto, all’esiguo numero di dipendenti che lavorano in regime orario di tempo pieno. Il quadro generale cambia e, vista la bassa numerosità delle lavoratrici full-time, si inverte. Per quanto riguarda gli altri risultati relativi all’eterogeneità di lavoratori e lavoratrici, al netto di alcuni cambiamenti, restano pressoché immutate le evidenze presentate nell’analisi per classi di  età, presenza di figli ed età di questi ultimi.

Da questi dati risulta chiaro e si confermano le evidenze che mostrano che il tema delle basse retribuzioni delle donne sia sostanzialmente legato al part-time e quindi, più in generale, alla quantità di lavoro piuttosto che alla differenza in termini di genere nella retribuzione oraria. Quest’ultimo è infatti, purtroppo, un tema che riguarda trasversalmente sia le lavoratrici che i lavoratori italiani.

Le disuguaglianze di genere che caratterizzano il mercato del lavoro sono note e non di meno si rendono necessarie analisi e riflessioni in considerazione delle specificità che caratterizzano l'esperienza lavorativa femminile – come il part-time involontario, la discontinuità occupazionale legata alle responsabilità di cura, la segregazione settoriale e la prevalenza di contratti atipici, ovvero di tutti quegli elementi che contribuiscono a rendere le donne più vulnerabili alla povertà lavorativa.

Anche la povertà lavorativa non sfugge alle asimmetrie che, nel quadro già difficile dato dalla bassa retribuzione, penalizzano maggiormente le lavoratrici. Si tratta dunque di continuare ad acquisire quegli elementi conoscitivi utili per progettare politiche di contrasto che siano anche in grado di considerare le specificità di genere.