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Nelle regioni montane del Kirghizistan, in Asia Centrale, le ragazze imparano dalle anziane a tessere tappeti e costruire yurte mentre usano smartphone e app per comunicare e diffondere i prodotti e le tradizioni del loro paese, in un dialogo tra generazioni che le rende protagoniste di una nuova economia al confine tra fili di lana e connessioni online. Un reportage

Tessitrici di
innovazione

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Tessitrici di innovazione in Kirghizistan
Credits Unsplash/engin akyurt

Dinara mette via il cellulare di sua madre, dopo averle scaricato un aggiornamento. Ha occhi scuri e lucidi come nocciole. Scuri e lucidi sono anche i suoi capelli raccolti in una comoda coda bassa, così da non impedirle i movimenti mentre aiuta il padre, Nurbeck, a incastrare le travi della yurta che stanno costruendo.[1]

In modo più lento, anche un'altra ragazzina fa il suo ruolo. In casa, con la nonna e la mamma incinta (forse di un maschio, dice, e forse lo spera), altre due bambine giocano e ogni tanto sbirciano.

A Kyzyl-Tuu, nel distretto rurale di Ak-Terek, oltre l’80% delle famiglie è coinvolto nella produzione artigianale di yurte

Nurbeck è il mastro yurtaio più rinomato del villaggio, con quattro generazioni di maestri alle spalle e quattro figlie che potrebbero a prendere il testimone. Oppure no, le variabili in questo momento storico in Asia Centrale sono davvero tante. Le ragazze sanno montare le assi di salice con destrezza, piegarle con il vapore usando la logica delle leve come strumento di forza, costruire strutture solide in meno di un giorno. Ma il loro sguardo va oltre.

Frequentano scuole tecniche, parlano inglese, conoscono il design, e usano i social media per raccontare il lavoro del padre, vendere all’estero, creare e mantenere contatti. Sono le nuove protagoniste dell’economia nomade, pronte a portarla nella creator economy.

Tradizione yurtaia
La tradizione yurtaia a Kyzyl-Tuu (Credits: Sabrina Barbante)

Il Kirghizistan è una di quelle aree in cui la locuzione “nomadismo” non è ancora associata automaticamente all’idea di nomadismo digitale: la transumanza è un modello economico reale, fisico, ma anche un codice culturale.

Su una popolazione di circa 7 milioni di abitanti, il Paese conta oltre 375.000 piccole aziende agricole a conduzione familiare. Circa l’80% alleva bestiame in piccoli allevamenti familiari e oltre la metà è ancora direttamente o indirettamente legata alla tradizione della transumanza. Ogni estate, greggi e mandrie vengono condotte in altura per 3-5 mesi: l’erba è più ricca, il pascolo più libero, il bestiame si rafforza 

Questa economia appare ferma nel tempo, ma in realtà si evolve a una velocità impressionante, e le donne ne sono vettore. Oggi, quasi una donna su due in Kirghizistan è attiva economicamente; secondo la Banca mondiale, oltre il 42% della forza lavoro è femminile, una cifra che sale nelle aree rurali dove agricoltura, mungitura e artigianato sono attività tramandate di madre in figlia.

In alcune regioni montane, come quella di Naryn, l’occupazione femminile resta più bassa rispetto alla media nazionale, ma è proprio qui che si sviluppano le forme più vitali di imprenditoria sociale al femminile: cooperative, laboratori, progetti agricoli con una crescente digitalizzazione nelle vendite e nella promozione. Ambienti in cui le donne mature creano e le giovanissime modernizzano, comunicano, diffondono.

La danza del feltro: Aizada e le artigiane di Kočkor

A Kočkor, piccolo insediamento sulla strada che conduce a Biškek, Aizada lavora la lana sotto il sole tagliente di luglio. Con una bacchetta di metallo batte i batuffoli appena tosati, stende il manto su una stuoia intrecciata, compone motivi e decori. Poi accende le casse Bluetooth, collega lo smartphone e fa partire la musica: mentre lei e la sua giovane collega arrotolano il tappeto, lo pestano a ritmo per permettere alla lana di asciugarsi, compattarsi, trasformare i batuffoli di lana colorata in disegni artistici e simboli.

Tappeti in feltro
Kočkor e la produzione di tappeti in feltro. Credits: Sabrina Barbante

Il processo richiede forza e diventa rito. I copri-sedia, i tappeti, i rivestimenti delle yurte nascono da un lavoro collettivo che coinvolge, a volte, interi villaggi. Se infatti per “pestare” e far asciugare un copri sedia in lana cotta basta l’azione di due donne dalle gambe decise, per gli arazzi e i tappeti possono servire decine di bambini, ragazze, ragazzi e uomini, trasformando la produzione in un ballo collettivo.

Nel 1996, questa pratica semi-domestica si è trasformata in un’impresa sociale: grazie al progetto Helvetas Agro, è nato il collettivo Altyn Kol, che oggi coinvolge oltre 200 donne della regione. Il modello è semplice: produzione, accoglienza, formazione, vendita. Le mani conoscevano già tutto. Serviva solo un ponte verso il mondo.

Le donne del kumiz: mungitura, cura, sopravvivenza

Nei pascoli alti del Naryn, tra giugno e settembre, un altro gesto antico si ripete ogni giorno, all’alba e al tramonto: la mungitura delle giumente.

È un lavoro di delicatezza e assertività, ritmo, pazienza. Ogni giumenta produce poco latte, che dev’essere raccolto a intervalli regolari. Da questa pratica nasce il kumiz, il latte di cavalla fermentato, simbolo della cultura kirghisa, noto nell’asia centrale come elisir di salute.

Durante il periodo sovietico, la produzione si era quasi estinta. Ma oggi è tornata in auge, anche grazie a un rinnovato interesse turistico. Nella regione di Naryn, esistono veri e propri ritiri terapeutici a base di kumiz: dieci giorni di detox a base di latte, sole e pascoli.

Dietro ogni bicchiere servito ai visitatori c’è un’attenta alternanza tra cura e controllo delle giumente e libertà delle stesse, osservazione del pascolo e leggerezza del vivere insieme ai ritmi dei cavalli, rispettandoli.

Produzione kumis
Un pascolo di cavalli per la produzione del kumiz. Credits: Sabrina Barbante

C’è un altro filo che unisce Kočkor, Kyzyl-Tuu, Naryn. È sottile ma fortissimo: quello delle giovani donne digitalizzate, figlie e nipoti delle artigiane, che imparano a tessere tappeti e a montare yurte mentre usano Canva, vendono su Etsy, caricano video su YouTube o TikTok.

Sono loro il vero punto di snodo tra due mondi. Parlano kirghiso e russo perché sono lingue madri del sistema scolastico nazionale, ma conoscono anche l’inglese, grazie a corsi specifici e alla tv via cavo. Molte, le più ambiziose, parlano anche turco, spesso sfruttando i fondi che la Turchia investe in Asia centrale per le università, come forma di soft power geopolitico. Queste ragazze studiano comunicazione, turismo, marketing. Aumentano il loro interesse per le materie Stem. Alcune andranno all’estero e vivranno in città diverse dai loro villaggi di origine. Saranno forza lavoro altamente qualificata in Turchia, forse in Russia, in Europa.

Ma la maggior parte non potrà ancora sostenere i costi altissimi di una nuova vita rispetto ai salari delle famiglie kirghise e resteranno nel loro paese, diventandone loro stesse la principale ricchezza.

Nel Kirghizistan contemporaneo, il futuro siede su un ceppo di salice o su un tappeto, in una yurta per quattro mesi all’anno, mentre scrive copy aggancianti su Instagram. Ha occhi neri e lucidi. Osserva, ascolta. A volte sogna altro. Ma intanto lavora, con le mani nude e lo smartphone in tasca.

Note

[1] La yurta, o iurta, è un'abitazione tradizionale mobile adottata da alcune popolazioni nomadi asiatiche come quella kirghisa e mongola. È formata da una tenda cilindro-conica di feltro aperta alla sommità, sostenuta da un’intelaiatura di legno e rivestita internamente di stuoie.