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Conciliazione
come diritto

Foto: Unsplash/ Morgan Housel

Conciliare tempi di vita e tempi di lavoro: un concetto di cui si discute da anni, e che la dottrina giuridica ha iniziato a interpretare come un diritto. A prescindere dal sesso e dalle condizioni familiari, in una società giusta chi lavora dovrebbe avere del tempo per sé

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Il concetto di scelta sottende delle decisioni da prendere, cui conseguono effetti positivi o negativi. D’altro canto, scegliere non implica necessariamente rinunciare a qualcosa, ma potrebbe significare dedicare del tempo a un’altra attività, egualmente importante per sé. In una società cosiddetta “multitasking” una delle nuove sfide è quella della conciliazione, più specificamente della conciliazione tra tempi di vita e tempi di lavoro.

In termini generali, la definizione comunemente adottata dalla dottrina giuridica è quella di “esercizio combinato di diritti fondamentali”, ossia del diritto al lavoro e del diritto all’autodeterminazione.

Con questa nozione s’intende la ricerca di un equilibrio – o meglio di un contemperamento – tra lo svolgimento dell’attività lavorativa e lo svolgimento di attività personali per il proprio benessere. La conciliazione, infatti, ha come elemento cardine l’arricchimento della persona, poiché la multi appartenenza e la ricerca di un equilibrio tra due diverse dimensioni, apparentemente incompatibili, possono sia accrescere la qualità della vita e il benessere di uomini e donne, sia consentire loro di rendere più proficuamente nella vita professionale.

Ci si potrebbe spingere a concepire la conciliazione nei termini di “armonizzazione”. La teoria dell’armonizzazione si incentra su una serie di principi, tra i quali fondamentale importanza riveste il principio dell’equità di genere, inteso come una giusta divisione di possibilità e doveri tra uomini e donne affinché ognuno possa realizzarsi sia nella vita personale che lavorativa, cercando di valorizzarsi e di migliorare la propria produttività sul lavoro.

Lo scopo finale dovrebbe essere la creazione di un nesso tra equità ed efficienza, organizzato in modo tale da ripensare le politiche sul mercato del lavoro e insieme permettere all’individuo di essere considerato come una fonte di valore sociale ed economico. Il cambiamento, dunque, va attuato attraverso una collaborazione sinergica a più livelli, che richiede sia l’apporto dei datori di lavoro, che dello stato e delle singole persone.

Nonostante la matrice universale del tema in esame, la conciliazione è stata declinata nelle leggi vigenti prevalentemente a favore delle coppie eterosessuali con figli. Ciò ha portato alla luce una serie di questioni di non poco conto.

La prima concerne la possibilità che la conciliazione venga stabilita nel momento in cui stipula un contratto di lavoro, a prescindere dalla genitorialità e dal sesso. Dovrebbe quindi essere assicurata a persone appartenenti alla comunità Lgbtqia+ di accedere alle misure conciliative (come congedi di maternità e paternità) alle stesse condizioni delle persone eterosessuali; e dovrebbero essere considerate meritevoli di riconoscimento le esigenze delle persone single o divorziate, che potrebbero ugualmente voler dedicare del tempo a se stesse o alla cura di un proprio familiare.

La seconda questione è relativa alla possibilità di poter ravvisare un vero e proprio diritto alla conciliazione, spettante a ogni persona in quanto tale, indipendentemente dalla propria posizione familiare o dal proprio orientamento sessuale.

Questa prospettiva è stata fatta propria dal Parlamento europeo, che nella risoluzione Creating labour market conditions favourable for work-life balance, adottata nel 2016, ha affermato che “la conciliazione tra vita professionale, privata e familiare deve essere garantita quale diritto fondamentale di tutti, con misure che siano disponibili a ogni individuo, non solo alle giovani madri, ai padri o a chi fornisce assistenza”, chiedendo “l'introduzione di un quadro per garantire che tale diritto rappresenti un obiettivo fondamentale dei sistemi sociali e invitando l'Ue e gli stati membri a promuovere, sia nel settore pubblico che privato, modelli di welfare aziendale che rispettino il diritto all'equilibrio tra vita professionale e vita privata”.

Tuttavia questa visione non ha ancora trovato una realizzazione a livello nazionale. In attesa di un intervento legislativo, in Italia nel 2019 è stato il Tribunale di Firenze, sezione lavoro, nell’ambito di un ricorso volto all'accertamento della discriminazione collettiva a danno di 83 dipendenti dell'Ispettorato del lavoro, ad affermare esplicitamente che la conciliazione tra vita e lavoro debba essere identificata come un diritto soggettivo. Questo caso rappresenta un unicum nel panorama giurisprudenziale italiano, in quanto riconosce per la prima volta la conciliazione come diritto della persona.[1]

La sentenza di Firenze contribuisce dunque ad ampliare la gamma di diritti riconosciuti a lavoratori e alla lavoratrici, in vista di una concezione del diritto del lavoro capace di mettere al centro la persona e i suoi bisogni.

La partecipazione di uomini e donne all’attività professionale e alla vita privata è infatti elemento indispensabile allo sviluppo personale e sociale, e contribuisce a realizzare quel principio di eguaglianza sostanziale che permette a tutti e tutte di avere le stesse opportunità e di realizzare gli stessi desideri.

Intesa così, la conciliazione permetterebbe davvero a ogni persona di vivere al meglio i numerosi ruoli che riveste all’interno della società. Il cuore della nozione di bilanciamento, infatti, è che “non debba essere solo il lavoro in equilibrio con la vita, ma tutte le componenti della vita in equilibrio fra loro”.[2]

Note
 
[1] Tribunale Firenze, 22 ottobre 2019, sez. lav., in osservatoridiscriminazioni.org
 
[2] G. Clapperton, P. Vanhoutte , Il manifesto dello smarter working. Quando, dove e come lavorare meglio, ESTE, 2014
 
Riferimenti

C. Ghislieri, L. Colombo, Psicologia della conciliazione tra lavoro e famiglia, Raffaello Cortina Editore, 2014

L. Calafà, Congedi e rapporti di lavoro, Cedam, 2004, p. 252 ss.

C. Ghislieri, L. Colombo, op. cit., p. 3; S. Renga, Protezione sociale e istituti della riconciliazione, in Lavoro e diritto, 2009, 2, pp.231 ss.

M. B. Neal, N. J. Chapman, B. Ingersoll-Dayton, A. C. Emlen, Balancing work and caregiving for children, adults and elders, Sage, 1993

D. Ganster, J. Schaubroeck, Work stress and employee health, in Journal of Management, 1991, 17, pp.235- 271

R. Rapoport, L. Baylin, J. K.  Fletcher, B. Pruitt, Beyond work-family balance. Advancing gender equity and workplace performance, Jossey Bass, 2002

E. Riva, op.cit., p. 19; S. Zamagni - V. Negri Zamagni, Famiglia e lavoro. Opposizione o armonia?, Edizioni San Paolo, 2012

N. Chinchlla, M. Moragas, Artefici del nostro destino. Realizzare se stessi tra lavoro e famiglia, Fausto Lupetti Editore, 2010.

S. Costantini, Contrattazione collettiva nazionale e conciliazione fra lavoro e vita familiare: un rapporto difficile, in Lavoro e diritto, 2009, 1, p. 123 ss.

F. Bimbi, A. M. Toffanin, La conciliazione tra lavori e care nella crisi europea. Prospettive in viaggio tra passato e presente, in Autonomie locali e servizi sociali, 2017, 3, pp.549 ss.

F. De Luca, Verso una dimensione antropocentrica del lavoro: la conciliazione come diritto soggettivo, in Dir. Rel. Ind., 2020, 2, pp.519 ss.

G. Clapperton, P. Vanhoutte , Il manifesto dello smarter working. Quando, dove e come lavorare meglio, ESTE, 2014

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