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Il tocco di Mida. Il genere
nei finanziamenti alla ricerca

La ricerca è neutra? Un'analisi dei fondi Prin rivela che solo il 13% del budget per la ricerca va in mano alle donne. Il problema sta alla fonte: sono poche anche quelle che ci provano. Eppure le percentuali di successo non sono scoraggianti

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Un recente rapporto della Commissione Europea (Gender Challenge in Research Funding, 2009) ha voluto verificare se ci fossero disuguaglianze di genere nell’attribuzione dei fondi per la ricerca. Infatti, la ricerca scientifica ha bisogno per svilupparsi sia di competenze e professionalità che di fondi necessari a realizzare i progetti scientifici e questi fondi dovrebbero essere assegnati ai progetti migliori in termini di eccellenza scientifica. Ipotizzare disuguaglianze – se non discriminazioni - di genere nei finanziamenti pubblici alla ricerca è suonata quasi come un attacco blasfemo al cuore stesso della scienza. La scienza, infatti, per ipotesi deve essere “neutra” e “obiettiva” e l’eccellenza scientifica, valutata dai pari, è basata su criteri di merito e di qualità, che non hanno nulla a che vedere con il sesso del proponente.

L’analisi dei dati relativa ai finanziamenti alla ricerca da un punto di vista di genere è stata condotta da un gruppo di 16 esperti, di cui ho fatto parte, ed ha riguardato i 27 Paesi membri della UE e 6 Paesi Associati. Come diretta conseguenza della cosiddetta “neutralità” della scienza, lo studio ha facilmente dimostrato che, anche se l’eccellenza scientifica viene misurata in modi diversi nei vari paesi europei e nelle varie discipline, il genere non è mai incluso tra i criteri di valutazione. Addirittura, nel caso dei fondi ERC-European Research Council, si è arrivati ad affermare che ipotizzare l’inclusione del genere tra i criteri di valutazione, avrebbe inficiato la qualità e l’eccellenza stessa dei progetti e del processo valutativo. “Noi finanziamo l’eccellenza, non il genere”, ha affermato durante un’audizione a Brussels la responsabile dei fondi di ricerca ERC. Insomma, parlare di genere nei finanziamenti alla ricerca è una bestemmia, una richiesta completamente fuori luogo, poiché il merito, se c’è, viene sempre riconosciuto.

Nel caso italiano, ho esaminato i progetti PRIN - Programmi di ricerca di Rilevante Interesse Nazionale. Non è stato facile. Coerentemente con i criteri di valutazione, sul sito del MIUR non compaiono statistiche di genere nei fondi assegnati. C’è una suddivisione per gruppo disciplinare, per ateneo ma nessuna indicazione, a parte il nome proprio, del sesso dei vincitori. I dati mi sono stati però forniti con facilità, poiché esistevano, ma non erano giudicati di interesse tale da essere pubblicati sul sito del ministero. I risultati, riferiti al 2006 anno in cui si è effettuata la raccolta di queste informazioni a livello europeo, sono i seguenti. Solo il 13% del budget totale viene assegnato a donne coordinatrici. Esistono differenze notevoli tra discipline, ma in generale le donne ricevono meno fondi. Anche nelle discipline in cui le donne sono più presenti, come nei gruppi disciplinari di Biologia o di Scienze Politiche e Sociali, le donne attraggono finanziamenti di minore entità. Dal punto di vista percentuale, solo il 16% di tutti i coordinatori sono donne (Grafico 1). Anche in questo caso, esistono differenze nei vari gruppi disciplinari, ma le donne sono sempre in svantaggio. Una situazione analoga la troviamo nei vari paesi europei.

Grafico 1. Percentuale di Coordinatori PRIN per sesso e area disciplinare, 2006

Eppure, se guardiamo alle percentuali di successo, cioè al rapporto tra proposte presentate per sesso del coordinatore e progetti finanziati, vediamo che le donne non sono poi tanto male. Pur essendo sempre in condizioni di svantaggio rispetto agli uomini in tutte o quasi le discipline, le differenze di genere non sono così elevate. Nel caso italiano, le donne hanno in totale una percentuale di successo del 20,8% contro il 26,2% degli uomini.

Il problema sta, come spesso, accade alla fonte. Infatti, non c’è dubbio che donne di grande valore scientifico riescano ad ottenere finanziamenti per le loro ricerche, ma sono ancora poche quelle che credono di potercela fare. In termini numerici, sempre nel 2006, solo 619 donne hanno avanzato richiesta di finanziamento in qualità di coordinatrici contro 2580 uomini. E del gruppetto delle 619 solo 129 ce l’hanno fatta.

Da questi dati si percepisce nelle donne che si occupano di ricerca scientifica un generale scoraggiamento e anche una scarsa autostima nelle proprie possibilità, non potendosi dimostrare una più o meno aperta dissuasione da parte dei colleghi. D’altra parte, la composizione per genere dei panel di valutazione non incoraggia certo le donne a presentarsi. Dei 14 panel di valutazione relativi ai vari gruppi disciplinari solo 5 vedevano nel 2006 la presenza di almeno una donna; quando le donne erano presenti, rappresentavano sempre una minoranza numerica e sul totale dei 98 componenti dei panel ho contato, sulla base dei nomi propri, 13 donne.

 Il Rapporto della Commissione Europea non è potuto giungere sulla base dei dati raccolti a conclusioni e raccomandazioni specifiche e forti. In molti paesi si è trattato di dati riferiti ad un solo anno, fatto che non ci ha incoraggiato nell’identificare con certezza una discriminazione di genere nei finanziamenti. Infatti, il gruppo di esperti che ha prodotto il succitato Rapporto sui finanziamenti alla ricerca dal punto di vista di genere ha lavorato sull’ultimo anno disponibile e internazionalmente confrontabile, che era il 2006. Certo dall’analisi della piccola serie storica italiana (2004-2006) che ho potuto analizzare emerge che le percentuali di successo stanno diminuendo sia per gli uomini che per le donne, a fronte di finanziamenti più ridotti e di un aumento delle richieste, ma la percentuale di successo femminile sta diminuendo più rapidamente di quella maschile.

 La scienza si basa su un sistema strutturato di sapere, e naturalmente anche di potere, con delle norme e delle regole che è complesso modificare e in cui è molto difficile dimostrare che l’appartenenza di genere ha un suo peso. Eppure ogni volta che si raccolgono nuove informazioni di genere nella scienza, le donne hanno sempre la peggio. Non basterebbe questo per favorire un cambiamento?