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Infrastrutture sociali e innovazione,
ne parliamo con Mariana Mazzucato

foto Mariana Mazzucato

Portare l'innovazione nelle infrastrutture sociali non è una missione impossibile. Ne parliamo con Mariana Mazzucato, tra gli economisti chiamati a rifare il programma del Labour Party inglese e nel consiglio economico del governo scozzese per un programma di conciliazione tra tecnologia e inclusione sociale

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Quando le parli di infrastrutture sociali, Mariana Mazzucato cita l’uomo sulla luna: una missione che "ha catalizzato investimenti in quattordici settori diversi, dei più differenti campi". Ecco cosa bisogna fare oggi: trasformare le sfide sociali – l’invecchiamento della popolazione, la cura, la salute – in missioni concrete, che comportino collaborazione tra pubblico e privato e chiamino in causa tutti i settori interessati. Economista esperta nel settore dell’innovazione e dell’industria, celebre anche fuori dall’accademia dopo il grande successo del libro The Entrepreneurial State (in italiano Lo Stato innovatore, edito da Laterza), Mazzucato è nello staff degli economisti chiamati da James Corbyn a rifare il programma del Labour Party inglese (con lei, Joseph Stiglitz e Thomas Piketty), ed è stata chiamata nel consiglio economico del governo scozzese proprio per un programma di conciliazione tra innovazione tecnologica e inclusione sociale. 

Di solito quando si parla di innovazione e tecnologia si pensa alla politica industriale e di sviluppo, mentre i servizi sociali stanno in un’altra categoria, quella dell’assistenza e della protezione. Cosa fare per portare innovazione nelle infrastrutture sociali?

L’innovazione tecnologica non ha solo un tasso, un ritmo di crescita; ma ha anche una direzione. E questa non può che venire dal pubblico: cosa molto difficile da dire quando il ruolo pubblico è svalutato, ma è esattamente quel che è successo nel grande sviluppo dell’information technology negli Stati Uniti. Solo che non basta dirlo in astratto, bisogna fissare l’obiettivo e tradurlo in missioni concrete, esattamente come è stato fatto quando si è avviata la missione sulla luna. Adesso c’è l’opportunità di trasformare un problema concreto che le nostre società hanno di fronte – l’invecchiamento della popolazione – in una sfida, e dirigere lì l’innovazione tecnologica. 

Perché non è successo finora?

Sembra quasi che la rivoluzione tecnologica non sia entrata, in profondità, nelle case e nei nostri apparati sociali. Non c’è stata una spinta in questa direzione. Chi ha detto che il settore della cura, si pensi all’assistenza agli anziani, deve essere per forza a basso costo e a bassa qualificazione? Immettere tecnologia nel lavoro delle badanti aumenterà il benessere sia delle badanti che dei loro assistiti, e darà il via a un’industria della cura. Bisogna usare piccoli esperimenti locali come trial, e poi fare delle mappe a livello di paese. Si tratta di ridefinire, nel suo complesso, l’innovazione sociale: che è cosa ben diversa da limitarsi a politiche di risparmio. Anzi, se questi esperimenti avvengono in un contesto di riduzione della spesa, e sono motivati dai tagli nazionali al bilancio, non funzionano.

Il suo libro è dedicato al debunking, alla smitizzazione della critica ricorrente dello Stato inefficiente contro il privato innovatore. Ha dimostrato che la fortuna dei colossi privati dell’alta tecnologia è partita proprio dagli investimenti pubblici del governo americano. Portare questo ragionamento anche nei servizi è una sfida, visto che è proprio nella spesa sociale che, nella visione comune, si annidano sprechi e inefficienze.

Come dicevo prima, la rivoluzione tecnologica è ancora incompiuta, e la direzione del cambiamento viene dal sistema, non da singole iniziative. Serve una partnership pubblico-privato. Ma questa non è possibile se il pubblico non attira le migliori energie, conoscenze e competenze. Quando il governo crede in sé, investe nelle proprie conoscenze.

È possibile nell’Europa dell’austerità che un singolo governo scelga questa direzione? La spinta non deve venire da Bruxelles?

All’indomani della crisi del 2007-2008, l’Europa ha scelto l’austerità e i tagli al deficit, al contrario degli Stati Uniti. Questo ha comportato non solo tagli agli investimenti pubblici, ma anche a quelli privati: le imprese, prevedendo il calo della domanda, hanno smesso di investire. Dopo anni, adesso improvvisamente in molti si sono svegliati, e anche il Fondo monetario dice che bisogna fare investimenti pubblici. Ma non basta parlare in modo generico di investimenti in infrastrutture, serve una strategia, senza la quale spendere non serve a niente. E questo lo dico anche ai critici dell’austerità, non basta chiedere più spesa, bisogna scegliere quale.

Qual è il messaggio che viene dalla Commissione europea?

Nel suo complesso è contraddittorio. Da un lato stanzia fondi per l’innovazione, anche considerevoli, dall’altro i ministri finanziari stringono e tagliano. Questo fa sì che poi, quando questi soldi arrivano, cadono nel vuoto, e oltretutto non ci sono apparati che li sanno gestire, perché il settore pubblico è stato indebolito, svalutato, svuotato: anche a livello dirigenziale, è difficile adesso che qualcuno voglia andare a lavorare nel pubblico. Invece bisogna lavorare per portarci persone di altissimo livello, perché da un buon settore pubblico dipende anche lo sviluppo del privato.