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La cura è un bisogno di base dell'umanità e come tale deve essere una responsabilità collettiva. Non può esserci sostenibilità, né giustizia sociale, territoriale o climatica, senza sostenibilità della vita. Sguardi femministi sulla crisi, a partire dall'ultimo congresso di economia femminista a Siviglia

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Attraversare la crisi
Credits Unsplash/Gursimrat Ganda

Il concetto di crisi è da anni al centro dei dibattiti internazionali, affrontato soprattutto nei termini di una crisi economica globale: per “salvare” l’economia si giustificano costantemente manovre economiche “urgenti”, che seguono la logica dell'emergenza, e dunque della paura funzionale a restringere diritti in cambio di sicurezza.

Eppure la crisi che ci troviamo a vivere non riguarda il solo l’economia: ha ripercussioni sulla cura, sulle migrazioni, sul clima, sull'ambiente, sul sistema agroalimentare, sulla sanità, sull'istruzione, e su molto altro. Non si tratta di effetti collaterali, ma di tratti strutturali di una strategia di accumulazione capitalistica selvaggia.

L’espressione di estrema disuguaglianza che ci troviamo a fronteggiare è dovuta all’associazione con il processo di dominazione coloniale e patriarcale che sta causando l’attuale cambiamento climatico – il cosiddetto apartheid climatico – con i paesi meno responsabili del riscaldamento globale che non solo subiscono le conseguenze peggiori, ma hanno anche minore capacità di recupero. Questo fenomeno, che colpisce soprattutto il Sud globale, implica un impatto maggiore sulle donne, ossia sulle persone rese più vulnerabili da questa dinamica.

Parlare di “impronta ecologica” allora, diventa riduttivo e insufficiente. Per riprendere le studiose Anna Bosch, Cristina Carrasco ed Elena Grau, dovremmo parlare piuttosto di una “impronta della cura”, e denunciare la falsa autonomia del sistema economico, cioè del lavoro “produttivo”, che non potrebbe svilupparsi se non esistessero simultaneamente le attività riparatrici di cura. 

La dipendenza dell’attività economica dal lavoro di cura svolto dalle donne è reale. Si tratta di un’impronta creata dal “capitalocene”, termine che rimanda a una crisi capitalistica la cui responsabilità non è dell’intera umanità, bensì di una sua parte. Le ecofemministe parlerebbero di un “fallocene” o un “androcene”, in quanto questo modello economico promuove un mondo in cui una minoranza specifica, rappresentata da uomini occidentali per lo più bianchi ed eterosessuali (l’homo oeconomicus), detiene la ricchezza ed è responsabile dell’inquinamento in misura maggiore rispetto ai due terzi più impoveriti dell’umanità.

Il ruolo dell'economia femminista è quello di portare nel dibattito un approccio critico a questo modello rendendo visibile la svalorizzazione sistematica del lavoro di cura e di riproduzione. La vocazione politica dell'economia femminista è quella di lavorare per la costruzione di sistemi socioeconomici giusti, di riconoscere che l’economia va oltre il mercato lucrativo e di considerare il lavoro di cura non retribuito come parte integrante del circuito economico. 

Analizzare il lavoro di cura come aspetto fondamentale del sistema economico significa comprendere le disuguaglianze legate al genere e, di conseguenza, la divisione sessuale del lavoro, rendendo visibili anche le relazioni di potere che regolano il funzionamento di tale sistema. È in questo modo che l’economia femminista ci permette di evidenziare il “debito di cura”, vale a dire il debito sociale rappresentato dall’immensa quantità di lavoro di cura ed energie affettive che le donne hanno svolto e dispiegato nel corso degli ultimi secoli per sostenere la vita di intere comunità.

Il lavoro di cura è fondamentale per la sostenibilità della vita ed è stato storicamente svalorizzato, così come il lavoro di sostegno dei territori e del mantenimento dei cicli naturali. Rendere visibile il ruolo centrale della cura è imprescindibile: si tratta di un elemento che non solo sostiene l’ecosistema (e il mercato), ma che negli ultimi secoli è stato tradizionalmente svolto dalle donne. La cura è un bisogno di base e deve essere una responsabilità collettiva; pertanto, non può esserci sostenibilità, né giustizia sociale, territoriale o climatica, senza sostenibilità della vita.

Il concetto di sostenibilità della vita descrive i processi legati alla realtà sociale, non solo all’economia in un senso chiuso e statico, ed è una scommessa sui saperi situati. L’economia femminista sta riflettendo sul capitalocene prestando attenzione alle interazioni tra le oppressioni di genere, etnicità e classe in diversi territori urbani e rurali del Sud e del Nord globali. 

In particolare, si sta aprendo un dialogo “Sud-Nord”, il quale rappresenta una ridefinizione del classico dibattito Nord-Sud, concentrandosi sulla prospettiva del Sud globale per ristrutturare l’ordine economico mondiale, affrontando le ingiustizie storiche, la crisi climatica e l’urgente necessità di cooperazione non solo per lo sviluppo, ma per la sopravvivenza umana. Nel momento di congiuntura attuale, tale dialogo assume un rilievo ancora maggiore perché la crisi globale contemporanea evidenzia con forza l’interdipendenza tra i territori e la distribuzione profondamente diseguale di responsabilità e impatti. 

Ne consegue che non è sostenibile un approccio fondato su soluzioni unidirezionali o su logiche estrattive. Al contrario, è necessario costruire alleanze transnazionali capaci di riconoscere i debiti ecologici e sociali, valorizzare i saperi situati e promuovere forme di giustizia climatica e riproduttiva che mettano al centro la cura, la redistribuzione e la democratizzazione delle risorse e dei processi decisionali. In questa prospettiva, il dialogo Sud-Nord non è soltanto un esercizio teorico, ma una condizione politica concreta per rendere possibile una transizione equa e una trasformazione strutturale delle relazioni di potere.

Per questo, è fondamentale costruire economie femministe, al plurale, attraverso lo sforzo di gettare ponti per riflettere collettivamente sulle conseguenze biocide, sessiste e razziste del capitalismo globale, così come sulla giustizia ecosociale, intrecciando il lavoro proveniente dell’accademia e dall’attivismo. Un esempio di questo tipo sono le iniziative che cercano di articolare risposte per affrontare il conflitto tra "capitale" e "vita" e consentire una reale sostenibilità della vita. 

Il recente congresso di economia femminista che si è svolto a Siviglia, in Spagna, all’Universitá Pablo de Olavide, dal 2 al 4 ottobre 2025, ha mostrato questa traiettoria.

All'interno del congresso, si è voluto ampliare lo sguardo dell’economia femminista con l’intenzione dichiarata di rompere la dicotomia tra "urbano" e "rurale" e cercare di decolonizzare la disciplina all’insegna di una pluralità realmente inclusiva. Non è un caso che le sessioni plenarie che riunivano tutte le partecipanti siano state dedicate a tematiche di rottura.

La prima, intitolata Economie femministe rurali e agroalimentari nelle periferie dello stato spagnolo, ha avuto il merito di dialogare direttamente con le donne che in alcune parti del mondo sostengono l'alimentazione grazie al lavoro agricolo, resistendo attraverso la costruzione di alternative agroecologiche. La seconda ha condiviso le esperienze latinoamericane provenienti da Abya Yala (il nome originale del continente americano), che hanno permesso di ripensare gli spazi accademici per decolonizzare il sapere e riconoscere i sape4ri dei movimenti sociali. L’ultima plenaria ha tracciato il filo comune dei femminismi di fronte alle destre radicali, attraverso una prospettiva internazionale di alleanze globali. Le diverse voci riunite (Argentina, Andalusia, Brasile, Palestina) hanno delineato una mappa delle resistenze capace di intrecciare giustizia sociale, corpi e territori.

Il dibattito ha preso forma in continuità con l'incontro che si è tenuto a marzo del 2025 a Buenos Aires, in Argentina, e dove la parola d’ordine era stata “politicizzare il malessere”.  

Il congresso di Siviglia si è concluso con l’impegno di continuare ad alimentare i legami tra Sud e Nord, smantellando la colonizzazione e riconoscendo anche i “Sud” che abitano l'Europa. Nelle due assemblee tenutesi durante l’evento, le partecipanti hanno concordato di proseguire insieme il processo di articolazione dei prossimi incontri a Montevideo (Uruguay) nel 2027 e a León (Spagna) nel 2028, per mantenere viva questa rete transatlantica di pensiero e azione (eco)femminista.

Il IX Congresso di economia femminista di Siviglia si è concluso con la convinzione che i femminismi si rafforzano quando si ascoltano, si abbracciano e si accompagnano, costruendo economie femministe a partire dalla cura, dalla solidarietà e dalla pluralità. Questa è la vera forza per sostenere le vite di fronte alla poli-crisi globale.

Riferimenti

A. Bosch, C. Carrasco, E. Grau, Verde que te quiero violeta. Encuentros y desencuentros entre feminismo y ecologismo, in E. Tello (a cura di), La historia cuenta: Del decrecimiento económico al desarrollo sostenible, Barcelona, El Viejo Topo, 2005, pp. 321-346.

C. Carrasco, Mujeres, sostenibilidad y deuda social, in Revista de Educación, numero straordinario, 2009, pp. 169-191.

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