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Isolate ma connesse,
ricercatrici in pandemia

Foto: Unsplash/ Saeed Soltankhah

Guida pandemica per interviste a distanza: tra Skype, Teams e WhatsApp, due sociologhe indagano i mutamenti di pratiche e significati che la ricerca sul campo sta attraversando in questi mesi

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Fare ricerca sul campo è diventato estremamente complicato, quasi impossibile, con l’inizio della pandemia. Tuttavia, moltissime sono le possibilità che ci vengono offerte per fare ricerca online e per entrare in contatto con le persone che vogliamo coinvolgere nelle nostre attività. Chi come noi fa ricerca ha cercato di unire le forze con lo scopo di rendere il processo di ricerca quanto più piacevole e collaborativo possibile.

Durante la pandemia, alcune persone hanno trovato un’occupazione online e hanno iniziato a lavorare senza mai incontrarsi con colleghe e colleghi. Anche noi ci siamo ritrovate isolate ma connesse, connesse ma isolate. Senza stringerci la mano, abbiamo iniziato a lavorare insieme e a condividere le nostre idee su pubblicazioni, articoli, metodi di ricerca e progetti. Il modo di relazionarci ci è sembrato più distaccato e più formale. Tuttavia, un metodo sperimentale ci è venuto in soccorso per superare le barriere dell’online.

L’identità e le soft skills di chi svolge attività di ricerca e fa interviste giocano un ruolo di primissimo piano al riguardo. Dal canto nostro, come ricercatrici, abbiamo deciso che potevamo lavorare bene anche senza incontrarci di persona. E abbiamo dovuto farci l’abitudine. Dal momento che siamo entrambe assistenti di ricerca, l’idea è stata quella di focalizzarci sugli aspetti più “produttivi” e “naturali” di questo rapporto tra colleghe.

Ci siamo chiamate spesso e abbiamo deciso di scrivere sui metodi online. Pertanto, abbiamo organizzato un’“intervista pilota” online (una di noi ha intervistato l’altra) per parlare delle precedenti esperienze curriculari e di mobilità. Così facendo, siamo riuscite ad attivare un interscambio cognitivo grazie alla comunicazione online. Abbiamo utilizzato Microsoft Teams e Skype soprattutto per scambiarci idee. Dopo un po’ di tempo, abbiamo iniziato a chiamarci su WhatsApp.

Eravamo entrambe consapevoli del fatto che dovevamo usare al meglio gli strumenti online e offline. La vita lavorativa durante la pandemia può rivelarsi molto stressante. Per quanto stabile possa essere la connessione a internet, non è sempre facile intuire le sensazioni e i pensieri della persona con cui stiamo interagendo e che vediamo attraverso la webcam. Per questo, il lavoro accademico può diventare estremamente difficoltoso, tanto più se dobbiamo occuparci anche delle faccende domestiche e della cura dei figli.[1] In questo senso, siamo state molto “fortunate”: una di noi non ne ha, l’altra ne ha ma non sono più così piccoli.

Infine, ci siamo concentrate sulla solidarietà virtuale tra ricercatrici. Dato che siamo entrambe assistenti di ricerca e abbiamo fatto tantissime interviste (di persona, online e al telefono), avevamo molto da imparare l’una dall’altra. Eravamo consapevoli dei limiti di un contesto di questo tipo; tuttavia, sapevamo che collaborare a un’attività di ricerca di natura sperimentale ci avrebbe fatto fare un ulteriore passo avanti sia in termini di solidarietà che di risultati a livello di ricerca. Grazie a questa esperienza pilota, ci siamo rese conto di come le difficoltà della ricerca possano essere superate se si continua a discutere con l’obiettivo di superare la distanza, le eventuali incomprensioni e l’isolamento. Tutte conseguenze della pandemia.

Prepararsi alla realizzazione di un progetto di ricerca è già di per sé qualcosa di molto complesso. E lo è ancora di più ai tempi della pandemia: chi fa ricerca ha iniziato a rendersi conto delle difficoltà connesse all’online. Nell’ambito del nostro progetto di ricerca presso il Centro di ricerca per le nuove forme di mobilità e migrazione dell’Università di Pisa (Ubiqual), ci siamo preparate con molta cura su come fare interviste online.

Prima di tutto, abbiamo dovuto scegliere la tipologia – strutturata, semi-strutturata e non strutturata. Per avere maggiori dettagli sui profili biografici delle persone intervistate abbiamo optato per le interviste non strutturate. Tuttavia, prima di procedere, abbiamo deciso di fare un’intervista pilota fra di noi, così da acquisire un punto di vista sia interno che esterno dell’intero processo.

L’intervista pilota ha fatto emergere alcune criticità che abbiamo ritenuto di dover portare all’attenzione di chi come noi fa ricerca. Con questo breve contributo, desideriamo fornire alcuni spunti di riflessione e suggerimenti su come condurre al meglio le interviste online quando si fa ricerca, tenendo presente che i problemi che sfuggono all’attenzione quando si conduce un’intervista online non strutturata possono essere alquanto significativi se si ha poco tempo, se il budget a disposizione è limitato e se si vogliono restringere le tematiche della ricerca e i relativi ambiti di interesse.

Il senso del tempo e la capacità di “tenere” il tempo sono due aspetti fondamentali per la buona riuscita di un’intervista. Sebbene le interviste online possano beneficiare di un’infrastruttura solida dal punto di vista organizzativo, dato che la tecnologia ci fornisce tutto ciò di cui abbiamo bisogno, durante l’intervista pilota il tempo è letteralmente volato. Anche durante le interviste in presenza può capitare di non rendersi conto del trascorrere del tempo. Tuttavia, il senso del tempo è diverso: non ci siamo accorte, se non quasi alla fine, che l’intervista pilota era durata due ore.

Ciononostante, dal punto di vista della raccolta delle informazioni, sono emerse lacune, che poi abbiamo provveduto a colmare in un secondo momento. La tematica della mobilità spaziale era stata sviscerata pienamente, quasi senza interruzioni. Tanto gli aspetti positivi quanto quelli negativi erano stati affrontati, tuttavia non erano ancora emersi i piccoli dettagli che sono importanti per il processo di analisi. Quindi, riteniamo che si debba sempre tenere traccia del tempo speso in riferimento alle tematiche di interesse, verificando che i principali quesiti abbiano trovato risposta e che le tematiche definite all’inizio siano state coperte.

Fare una seconda intervista può sicuramente aiutarci ad affrontare le problematiche che non sono state discusse nel corso della prima. Tuttavia, cosa si fa se si ha a disposizione solo un’intervista, che per giunta dura due ore, senza che sia stata data una risposta a tutte le domande? Entrambe concordiamo sul fatto che l’autoorganizzazione (appunti come promemoria, domande espressamente formulate per fungere da traccia, perfino la condivisione dell’elenco delle domande con la persona intervistata prima dell’appuntamento) sia fondamentale. Cosa accadrebbe, infatti, se la parte relazionale e di contesto andasse persa nonostante tutte le buone intenzioni da parte di chi conduce l’intervista?

La seconda questione riguarda l’audio e la qualità del video. Se la connessione a internet non è sufficientemente stabile, molte informazioni andranno perse. Anche quando si ha a disposizione una connessione a internet di buona qualità, la mimica e i gesti non sono pienamente fruibili da parte di chi intervista, così come non lo sono le descrizioni che vengono fornite attraverso il linguaggio del corpo, dato che il movimento delle mani avviene solo in parte all’interno del campo della webcam.

Le interviste online avranno sempre dei limiti se consideriamo la modalità con cui vengono svolte. Le persone intervistate si trovano all’interno di un’inquadratura. Tale inquadratura, di forma rettangolare, può essere paragonata alla scena di un film. Tuttavia, chi conduce l’intervista – non essendo un(a) regista – non può scegliere cosa inquadrare. Inoltre, in una chiamata video, l’inquadratura è dinamica e al contempo statica. È in sincrono, ma possono verificarsi sovrapposizioni a livello audio.

Il film dura due ore, e così anche l’intervista; noi, nella nostra funzione di ricercatrici, non possiamo strutturarla più di tanto, altrimenti diventerebbe eccessivamente rigida, e la persona intervistata non si sentirebbe a proprio agio. Dobbiamo ammettere che alcuni gesti, dettagli di contesto, parti del linguaggio del corpo e perfino le alterazioni nel tono di voce della persona intervistata andranno persi o, quantomeno, non andranno a integrare le spiegazioni verbali. Pertanto, chi fa ricerca dovrà fare del proprio meglio per non lasciarsi sfuggire queste preziose informazioni audiovisive

Il solo modo per superare questo limite è aumentare le informazioni di tipo verbale, nonché provare ad ascoltare attentamente l’altra persona non solo con le orecchie, ma anche, se possibile, con occhi. Può succedere che chi conduce l’intervista prenda appunti.

Perché allora non essere in due a intervistare così da dividersi i compiti – prendere appunti e condurre materialmente l’intervista?

Finora, questa soluzione ha fatto al caso nostro non solo perché, altrimenti, alcuni passaggi o domande dell’intervista potrebbero sfuggire, ma anche perché in questo modo due punti di vista si integrano a vicenda. Pertanto, siamo giunte alla conclusione che fosse molto meglio per noi condurre le interviste in due, naturalmente senza intimidire la persona intervistata, dal momento che trovarsi di fronte due persone può essere fonte di disagio. L’esperienza ci dice che, fino a oggi, essere in due a intervistare ha funzionato molto bene. Essere due persone che non si prendono troppo sul serio e al contempo due ricercatrici scrupolose aiuta ancora di più.

Dopo l’intervista pilota, abbiamo condotto finora ventitré interviste semi-strutturate online con migranti di nazionalità italiana e giovani che vivono all’estero.[2] Abbiamo notato che impariamo sempre di più da ciascuna persona intervistata e da ciascuna intervista; impariamo molte cose anche su di noi come ricercatrici quando ascoltiamo persone giovani e qualificate raccontarci le loro esperienze di mobilità e migrazione.

Possiamo osservare come questo mezzo tecnologico, che ci appare così distante, digitale e freddo, possa a volte rivelarsi uno strumento molto personale, “privato” ed empatico se chi fa ricerca si rende disponibile ad ascoltare e imparare dalle persone che si trova a intervistare, grazie alle quali si può fare attività di ricerca di tipo qualitativo e scrivere articoli di natura scientifica. Siamo sempre più grate verso chi partecipa al nostro progetto di ricerca man mano che ascoltiamo le esperienze vissute a livello di vita personale, percorso lavorativo e situazione familiare, racconti grazie ai quali emerge tutta la sensibilità delle persone intervistate verso queste tre dimensioni.

Quando ci troviamo in un ambiente digitale, dobbiamo avere la stessa attenzione che prestiamo solitamente alla privacy e all’etica. Le persone intervistate sono chiamate a sottoscrivere un'informativa sulla privacy predisposta dall’università e a trasmettercela prima dell’intervista. Questo documento riveste un’importanza fondamentale in quanto consente loro di comprendere quali siano i loro diritti in termini di tutela della vita privata, e fornisce i dati di contatto del dipartimento competente dell’ateneo, al quale possono rivolgersi qualora ritenessero che i loro diritti in termini di tutela della vita privata siano stati violati o anche nel caso in cui, ad esempio, cambiassero idea e decidessero di non prestare più il proprio consenso.

Queste procedure devono essere seguite scrupolosamente dal momento che le implicazioni a livello etico delle interviste online sono le stesse delle interviste in presenza. E tenuto conto del fatto che le registrazioni audio e video possono moltiplicarsi in quanto le informazioni sono disponibili online, quindi il rispetto di queste procedure è fondamentale.

Infine, c'è un altro punto fondamentale da sottolineare, ovvero la necessità di instaurare un buon rapporto. È difficile instaurare un rapporto personale online per una molteplicità di cause: la distanza fisica, il fatto di non poter vedere l’altra persona o di poterle stringere la mano, perfino l’impossibilità di ordinare due caffè.

Sebbene le interviste online appaiano più bilanciate e le parti sembrino essere in una posizione di parità, è pur sempre una delle due a chiamare l’altra e a fare le domande, il che può essere fonte di disagio per la persona intervistata. Pertanto, ci siamo rese conto che, durante le interviste, non può mancare un’introduzione che sia ben fatta, perfino più curata di quella che forniamo in apertura delle interviste in presenza. Nelle interviste online, qualsiasi sforzo aggiuntivo per fare una buona introduzione risulta molto utile: chi sei, perché stai svolgendo questa ricerca, come verranno utilizzati i dati della persona intervistata, chi finanzia il progetto di ricerca e come si sviluppa l’intero processo di ricerca sono solo alcuni dei punti che dovrebbero essere affrontati all’inizio dell’intervista.

Dedicare il giusto tempo all’introduzione può aiutare la persona intervistata a familiarizzare con il contesto della ricerca condotta. Senza un’introduzione ben fatta, può diventare difficile instaurare un buon rapporto. Il vecchio adagio è chiaro: chi ben comincia è a metà dell’opera.

Ci siamo decise a scrivere un contributo sui fattori che, in riferimento alle interviste online, facilitano il lavoro perché riteniamo che possa essere utile per coloro che ricorreranno alle interviste online nell’ambito del proprio lavoro sul campo. Qualora la pandemia dovesse continuare, dovremo avere maggiore creatività, non solo in riferimento alle interviste online ma anche in termini di metodi di ricerca a distanza. In un’ottica di creatività, ci auguriamo di scoprire nuovi mondi senza perdere il contatto e il rapporto umano.

Siamo convinte del fatto che una persona possa fare molto per un progetto di ricerca, tanto dall’interno quanto dall’esterno. Vanno ovviamente tenute in considerazione le valutazioni e i giudizi distorti, ed è necessario tenere presente il fatto che la preparazione di un progetto di ricerca richiede più tempo del lavoro sul campo: bisogna definire le domande da fare durante l’intervista, nonché la modalità della stessa, affrontare gli aspetti etici e riguardanti la privacy, decidere quale software utilizzare, fare le interviste pilota, ecc. La lista è ancora lunga se si vuole lavorare con scrupolo.

Tenendo sotto controllo vari aspetti tra cui la modalità da utilizzare, la gestione del tempo, la tutela della vita privata e la necessità di instaurare un buon rapporto con la persona intervistata, si possono ottenere ottimi risultati con le interviste online. La nostra intervista pilota ci ha dimostrato che la gestione del tempo e l’instaurazione di un buon rapporto con chi ci sta di fronte sono punti fondamentali, che non si può prescindere dagli aspetti etici e riguardanti la privacy, e che solidarietà e collaborazione costituiscono la parte divertente del lavoro di ricerca in tempi di pandemia.

Note

[1] Alessandra Minello, The pandemic and the female academic, Nature, 17 aprile 2020.

[2] Non ci siamo concentrate sui costrutti concettuali riguardanti le differenze tra mobilità e migrazione – il progetto a cui stiamo lavorando al momento, finanziato dalla Regione Toscana, ci dà la possibilità di pensare a soluzioni concettuali innovative per i casi di migrazione e mobilità della popolazione giovane del nostro Paese.

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