Articologenerazioni - disuguaglianze

L'ingiustizia e la rendita,
i giovani tra due muri

Le diseguaglianze sono cresciute, e cresceranno. L'ascesa di una nuova classe di super-ricchi, l'eutanasia del merito e la rivincita dei rentiers concorrono nel penalizzare le generazioni più giovani. Appunti da una lezione plenaria di Thomas Piketty

Articoli correlati

Le persone transgender subiscono discriminazioni nell’accesso e nel mantenimento del lavoro, in Veneto l’associazione Sat Pink ha organizzato un laboratorio online finanziato dalla regione, una delle sue docenti lo racconta

Da quando è salita in carica, Kshama Sawant, consigliera comunale di Seattle impegnata a tutelare i diritti delle persone è diventata il bersaglio delle destre e di colossi come Amazon. Il commento di Stephanie Seguino, economista femminista del Vermont

Conciliare tempi di vita e tempi di lavoro: un concetto di cui si discute da anni, e che la dottrina giuridica ha iniziato a interpretare come un diritto. A prescindere dal sesso e dalle condizioni familiari, in una società giusta chi lavora dovrebbe avere del tempo per sé

Le statistiche di genere sono più che una semplice disaggregazione dei dati in base al sesso, devono garantire che la rappresentazione che i numeri danno della realtà non sia distorta dagli stereotipi delle definizioni. L'analisi di due economiste

Nella riunione annuale della Società Italiana degli Economisti che si è svolta a Roma a metà ottobre del 2011, l’economista francese Thomas Piketty ha tenuto una ‘Lezione plenaria’ su questo tema: “Le diseguaglianze nel capitalismo nel XXI secolo saranno così ampie come nel XIX secolo?” La sua risposta è che in futuro le disuguaglianze di reddito e di ricchezza potrebbero risultare perfino maggiori che nell’800. E che le crescenti diseguaglianze di reddito e ricchezza si traducono in processi di esclusione sociale dei giovani.

L'attenzione di Piketty si è concentrata su due temi: l’andamento di lungo periodo della quota del reddito del 10% più ricco della popolazione, basato su statistiche fiscali dei principali paesi1, e l’influenza della trasmissione ereditaria della ricchezza sulla distribuzione del reddito, basata su dati relativi alla Francia2, l’unico paese che, dopo la Rivoluzione francese, dispone di una serie storica molto lunga sui trasferimenti ereditari sia fra vivi che dopo la morte.

Nel 1953, in pieno clima di guerra fredda, Simon Kuznets avanzò l’ipotesi che la distribuzione del reddito seguisse l’andamento di una U rovesciata: aumento della disuguaglianza di reddito, con forte concentrazione nella fascia più alta, all’inizio dell’industrializzazione, poi graduale riduzione della disuguaglianza poiché “la crescita è una marea crescente che solleva tutte le barche”. Si trattava di un messaggio rassicurante sia per i poveri dei paesi più ricchi che per quelli dei paesi più poveri: in entrambi i casi, si trattava solo di aspettare che la marea seguisse il suo corso. I dati presentati da Piketty non confortano le conclusioni ottimiste di Kuznets. A partire dai primi anni ’80, quindi dopo le politiche reaganiane, più del 50% della crescita totale dei redditi degli Stati Uniti è stata assorbita dall’1% più ricco. Una tendenza analoga è riscontrabile in Inghilterra, ma non in Francia, Germania e Giappone. Piketty e Saez (2006) hanno osservato che questa differenza fra i paesi “anglosassoni” e gli altri paesi non riguarda la quota del reddito da capitale ma il reddito da lavoro. Nel primo gruppo di paesi, in cima alla classifica dei redditi, i “ricchi che lavorano” si sono aggiunti, con peso via via crescente, ai più tradizionali “rentiers”, cioè a coloro che vivono di rendita sulla proprietà del capitale. Una conseguenza di questo eccezionale aumento della frazione più ricca dei redditi da lavoro è che possiamo osservare simultaneamente un aumento della quota del reddito distribuita alla popolazione lavoratrice e una diminuzione del reddito del lavoratore mediano (la massima soglia di reddito percepita dalla metà dei lavoratori). In questa situazione, confronti dei salari medi con la produttività media e la stessa nozione di “lavoratore dipendente” finiscono per essere privi di significato.

La maggiore diseguaglianza nella zona alta dei redditi da lavoro nei paesi anglossassoni è analizzata esaminando tre ipotesi. La prima riguarda i cambiamenti tecnologici che avrebbero favorito alcune competenze super pagate (ma gli autori osservano che, essendo tali cambiamenti grosso modo uniformi nei vari paesi, ci saremmo dovuti aspettare una tendenza altrettanto uniforme). La seconda spiegazione chiama in causa diversità di norme sociali e sindacali, che in Europa renderebbero rigide verso l’alto le remunerazioni per le competenze più ricercate, impedendo loro di raggiungere il valore (più alto) presente negli Usa (ma Piketty osserva che si tratta di una visione ingenua e ideologica del funzionamento del mercato degli alti dirigenti, dato che non abbiamo nessuna indicazione su quale sia il loro prodotto marginale). La terza spiegazione attribuisce i maggiori compensi dei dirigenti degli Stati Uniti al “potere dei managers” (il cosiddetto ‘grabbing hand model’, il ‘modello basato sull’arraffare’), e cioè alla crescente “capacità dei dirigenti di fissare la loro stessa paga e di estrarre rendite a proprio vantaggio a spese degli azionisti”. In questi casi, l’unico argine a queste pratiche sarebbe la fissazione di aliquote fiscali molto alte (che invece sono state ridotte da Reagan). Una specifica forma di questa ‘estrazione di rendite’ è la corresponsione di parte delle remunerazioni dei dirigenti nella forma di azioni, una pratica che si è diffusa più lentamente in Europa. Si può osservare, tuttavia, che in tutti i paesi, anglosassoni e non, ad un forte aumento dei redditi corrisposti ai vertici dirigenziali corrisponde la diffusione di rapporti di lavoro precari e sottopagati alla base della piramide del lavoro dipendente. Tale dinamica non può che penalizzare le nuove generazioni rispetto alle precedenti, dato che è tra i giovani che tali forme di lavoro sono più diffuse.

Per quanto riguarda la disuguaglianza nella ricchezza, Piketty osserva che essa è sì diminuita, ma meno di quanto ci si sarebbe potuti aspettare. Nel 2010, la quota del 10% più ricco possedeva il 70-75% del totale negli Usa, e il 60-65% in Europa, mentre attorno al 1900 e nell’800 la stessa quota era attorno all’80-90%. Ci sono due modi di diventare ricco. Attraverso il lavoro, e il suo compenso, e questo, in linea di principio, sostiene Piketty, dà luogo ad una società che premia il merito. Oppure ereditando la ricchezza e semplicemente reinvestendola al tasso di rendimento corrente. Abbiamo in questo caso una società di rentiers. Nei romanzi di Jane Austen (Orgoglio e pregiudizio) e di Balzac (ad es. Eugenia Grandet), osserva Piketty, viene appunto rappresentata una società di questo tipo, in cui nelle scelte dei giovani (ma anche, e soprattutto, in quelle dei vecchi) la strategia matrimoniale (e patrimoniale) fa premio sulla scelta di percorsi di lavoro (e su sentimenti disinteressati). Piketty sostiene che in Francia, negli anni 1910-50 la ricchezza ereditata ha avuto un peso decrescente nella società, come è testimoniato dalla caduta del rapporto fra ricchezza ereditata e reddito nazionale (vedi Grafico). Questo (in parte per ragioni contingenti, come la caduta dei prezzi delle case e delle azioni, oltre alle distruzioni belliche) ha dato luogo ad una società basata sul lavoro, e quindi, secondo la sua terminologia, “meritocratica”. Dall’osservazione di questi fenomeni sono sorte alcune illusioni: quella di Kuznets, relativa alla crescente diffusione del benessere e dell’eguaglianza, oppure quelle più recenti che hanno supposto che il ‘capitale umano’, l’investimento in conoscenze e saperi, avrebbe sostituito il capitale finanziario e le sue rendite. Ma la curva del rapporto Ricchezza ereditata/Reddito nazionale tende a risalire dopo gli anni ’50, con un’accelerazione negli ultimi trenta anni fino a raggiungere il 15% nel 2008. Per le generazioni nate a partire dagli anni 1970-80, l’eredità diventa sempre più importante nella formazione dei redditi e nella creazione delle sue diseguaglianze, e questo tende a rendere la società contemporanea (e, estrapolando questa tendenza, quella futura) molto più simile a quella dei rentiers dell’800 che non alla società fondata sul merito (cioè sul lavoro) del ‘900. Secondo Piketty questa tendenza di fondo è collegata alla differenza positiva fra saggio di rendimento sul capitale e saggio di crescita dell’economia. Se questa differenza è molto grande, e in particolare il tasso di crescita è molto basso come negli ultimi anni, il reddito ottenuto attraverso il reinvestimento della ricchezza ereditata tende ad dominare quello ottenuto attraverso il lavoro. Keynes aveva proposto misure indirizzate a provocare l’eutanasia del rentier (cioè il contenimento delle pretese delle banche e della finanza). Dopo la rivincita dei rentiers, in assenza di misure fiscali sulle successioni, di controllo e regolazione delle transazioni finanziarie e di sostegni alla crescita, le nuove generazioni sono sempre più schiacciate fra due muri, entrambi generatori di diseguaglianze, l’aumento dell’incidenza dei “ricchi che lavorano” e la crescita dei trasferimenti di ricchezza ereditari.

 

Fonte: Piketty (2011).

 

1 Cfr. Piketty T. e Saez E. (2006), The Evolution of the Top Incomes. A Historical and International Perspective, American Economic Review P&P, n. 2., e Atkinson A., Piketty T. e Saez E., (2011), Top Incomes in the Long- Run History, Journal of Economic Literature, 1.

2 Piketty T. (2011), On the Long-Run Evolution of Inheritance, France 1820-2050, Quarterly Journal of Economics, August.