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Modello Usa. Donne
che non stirano troppo

Lavorano di più, e fanno anche più figli. Ma come fanno le donne americane a conciliare tutto, in un paese con basse tutele e poco welfare? Gli uomini aiutano di più e le donne fanno meno lavoro domestico. Un modello paritario "per necessità", ma con forti sperequazioni nella scala sociale

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Nel dibattito intorno a lavoro, genere e politiche sociali, gli Stati Uniti emergono come un caso “peculiare” se confrontato con la situazione della maggior parte dei paesi europei. Il ruolo svolto nelle società europee occidentali dal welfare state, in particolare dalle politiche di conciliazione famiglia-lavoro (dai congedi di maternità, di paternità e genitoriali, dai servizi e dalle politiche degli orari di lavoro), nello spiegare i diversi livelli di parità tra uomini e donne, sembra diventare irrilevante quando si parla di Stati Uniti. Perché?

Rispetto all’Europa, specie quella occidentale, gli Stati Uniti sono un paese relativamente giovane: questo è l’esito, oltre che di persistenti flussi migratori, di un più elevato tasso di fecondità delle donne americane (2 figli medi per donna) se confrontate con quelle europee (1,6 figli medi per donna nell’Ue a 25). In altre parole, le donne americane fanno più figli. Non solo fanno più figli ma, rispetto alle donne europee, lavorano di più, sia se consideriamo i tassi di partecipazione, sia se consideriamo gli orari di lavoro.

Ma come fanno le donne americane a conciliare famiglia e lavoro? Di sicuro non sono favorite dalle politiche sociali. In effetti in questo ambito gli Stati Uniti si differenziano nettamente dalla tradizione della maggior parte dei paesi europei occidentali, per la posizione di non intervento e per le limitate politiche a sostegno della maternità e della genitorialità. Tra i paesi dell’Ocse, gli Stati Uniti sono il solo paese (insieme all’Australia) a non avere una legislazione nazionale che preveda una qualche forma di congedo retribuito in corrispondenza della nascita di un figlio. Soltanto nel 1993 è stata introdotta una misura a livello federale, il “Family and Medical Leave Act” (Fmla), che obbliga i datori di lavoro con più di 50 dipendenti a riconoscere ai propri dipendenti 12 settimane di congedo non retribuito per la cura dei figli appena nati o per assistere un figlio, il coniuge o un genitore con gravi problemi di salute (1). Si tratta di una misura che presenta molti limiti, non solo perché il numero di lavoratori che ne avrebbero diritto è contenuto (a circa il 47% dei lavoratori dipendenti del settore privato), ma anche perché non prevedendo alcun compenso rende difficile l’utilizzo della misura proprio a genitori con maggiori bisogni di reddito (Gornick e Meyer, 2009). Solo molto recentemente alcuni stati hanno previsto il compenso obbligatorio del congedo (si veda questo report). 

D’altra parte anche i servizi pubblici per l’infanzia, se confrontati con la tradizione europea, risultano scarsamente sviluppati negli Stati Uniti, dove l’offerta prevalente è quella di mercato e dove complessivamente i tassi di copertura (numero di posti disponibili per  100 bambini, considerando i servizi pubblici e privati)  sono più bassi di quelli della maggior parte dei paesi europei per la fascia 3-6 e di poco superiori alla media europea per la fascia 0-3 (2). Questa assenza non è, se non in minima parte, compensata dalla presenza di misure di conciliazione offerte a livello aziendale (soprattutto dalle grandi imprese) (cfr. Naldini e Saraceno, 2011).

Nonostante, o proprio a causa, dell’assenza di politiche a sostegno della maternità e della genitorialità, la famiglia a “doppia partecipazione” negli Stati Uniti è più diffusa e più necessaria che altrove. Non solo è più diffusa, ma in questo paese le coppie a doppia partecipazione lavorano mediamente più di 80 ore alla settimana. All’interno di un’economia come quella americana, definita l’economia “24/7” (che cioè risulta sempre in attività) sono molto diffusi anche gli orari di lavoro non-standard spesso associati a mansioni mal pagate. Anche gli orari di lavoro dei genitori con figli piccoli sono particolarmente gravosi se confrontati con l’Europa (cfr. Gornick e Meyer, 2009, tab. 1.1) e lavorare part-time, che potrebbe essere uno strumento di conciliazione, è fortemente penalizzante. Anche perché due stipendi full-time sono più necessari che in Europa. Se guardiamo al tempo dedicato al lavoro familiare, vediamo che nel corso degli ultimi decenni negli Stati Uniti la divisione del lavoro familiare (domestico e di cura) tra uomini e donne è divenuta meno asimmetrica che nella maggior parte dei paesi europei (con la nota eccezione dei paesi scandinavi e della Gran Bretagna). Anche se in verità la progressiva “convergenza” dei tempi femminili e di quelli maschili in questo paese è l’esito di un duplice cambiamento: una progressiva riduzione del tempo dedicato dalle donne al lavoro domestico, un maggior coinvolgimento dei padri nel lavoro di accudimento dei figli.

Ritornando alla domanda iniziale, di fronte allo scenario di pochi sostegni delineato, come fanno allora le donne americane a conciliare? Una prima risposta è che hanno meno alternative che altrove, e dunque lavorano. Come evidenziano gli studi sul tema della conciliazione (Gornick, Jacobs e Gerson, 2004) negli Stati Uniti, più che in altri paesi occidentali, uomini e donne che lavorano ed hanno responsabilità familiari dichiarano di sperimentare alti livelli di conflitto tra famiglia, vita privata e lavoro; mancanza di tempo, di “stress” da overwork quando non di burning out. In altre parole, si concilia famiglia-lavoro destinando molto tempo al lavoro retribuito e comprimendo i tempi di vita, privata e famigliare, e chiedendo una maggior partecipazione degli uomini (i quali sembrano avere meno alternative), al prezzo però di una grande pressione. Ma a fare la differenza tra l’Europa, occidentale, e gli Stati Uniti non sono solo i tempi di lavoro.

I dati sulla distribuzione del reddito (così come misurato dal coefficiente di Gini) segnalano disuguaglianze sociali molto più marcate negli Stati Uniti che nella maggior parte dei Paesi europei. Inoltre, in questo paese negli ultimi decenni si è assistito ad una “polarizzazione” tra famiglie collocate diversamente nella scala sociale, per reddito, per livello di istruzione, per tipo di famiglie (ad es. madri sole che negli Usa sono anche meno scolarizzate). Una polarizzazione che ha importanti ripercussioni anche sulle risorse che i genitori possono investire per il futuro dei propri figli (Esping- Andersen, 2009). In altre parole, le disuguaglianze tra uomini e donne sono meno marcate negli Stati Uniti; anzi, in alcuni ambiti il “contratto di genere” è meno tradizionale, nel mercato del lavoro, ove entrambi i lavoratori hanno lunghi orari di lavoro, nella divisione del lavoro familiare, principalmente perché il tempo dedicato al lavoro domestico è ridotto. Non solo perché si ricorre più frequentemente all’acquisto di servizi (i vestiti si portano in lavanderia, il cibo si compra già trasformato, ecc.), ma anche perché sono più bassi gli standard (si stira meno, si pulisce meno, ecc.). Tuttavia, proprio perché il problema della conciliazione e della cura è lasciato alle capacità degli individui e delle famiglie di acquistare nel mercato beni e servizi anche di cura, le disuguaglianze sociali, tra chi ha di più e può acquistare di più e tra chi ha meno e può acquistare meno, sono molto ampie. Così come sono diversificate le opportunità e capacità effettive di conciliare tra donne a seconda della loro collocazione nella scala sociale.

 

Note

(1) www.oecd.org/els/social/family/database 

(2) cfr http://www.oecd.org/social/soc/oecdfamilydatabase.htm

Riferimenti

Esping-Andersen, G. (2009), The Incomplete Revolution. Adapting to Women’s New Roles, Cambridge, Polity Press.

Gornick J., Jacobs J. e Gerson K. (2004), “American Worker in Cross-national perspective”, in Jacobs J. and Gerson K, The Time Divide:Work, Family, and Gender Inequality. Cambridge, MA: Harvard University Press, 2004, pp.119-147.

Gornick, J.  e Meyer; M. K. (2009), “Institutions that Support Gender Equality in Parenthood and Employment”, in J. Gornick and M.K. Meyer (eds), Gender Equality. Transforming Family

Moss, P. (2011), International Review of Leave Policies and Related Research 2011, disponibile on-line http://www.leavenetwork.org/fileadmin/Leavenetwork/Annual_reviews/Complete_review_2011.pdf

Naldini, M. e Saraceno, C. (2011), Conciliare famiglia e lavoro: vecchi e nuovi patti tra i sessi e tra le generazioni, Bologna, Il Mulino.