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Come il Portogallo sta
puntando sulla paternità

Foto: Unsplash/ Josh Calabrese

Politiche di congedo innovative e focalizzate sui padri, e un significativo coinvolgimento maschile nella cura dei figli. È la ricetta portoghese, un caso virtuoso che può indicarci dove guardare

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Le riforme attuate su base continuativa in Portogallo con lo scopo di promuovere un migliore equilibrio tra vita familiare e vita lavorativa, oltre a una più equa distribuzione delle responsabilità familiari tra uomini e donne, sono state accompagnate da novità significative relative alla paternità.

Le politiche di stampo più sistematico, volte a ottenere un coinvolgimento maggiore degli uomini nelle attività connesse alla genitorialità, sono state avviate negli anni duemila. Tuttavia, è opportuno riferire di alcune importanti misure adottate in precedenza. Rinunciando a ogni pretesa di esaustività, questo articolo si concentra sulle prime in ordine di tempo e sulle più recenti. La cosiddetta “Legge sulla protezione della maternità e della paternità” risale al 1984 (legge 4/1984). Quest’atto normativo ha riconosciuto ai padri il diritto di godere della totalità o di una parte del congedo di maternità in caso di morte o malattia della madre, nonché il diritto di ottenere un congedo non retribuito per un massimo di 30 giorni lavorativi all’anno in caso di malattia di figli e figlie, di età inferiore a 10 anni. Inoltre, facendo le veci delle madri, ai padri è stato riconosciuto il diritto all’aspettativa per motivi di cura e assistenza, fino a due anni.

Per circa un decennio, non sono state adottate misure significative in tale ambito. A partire dal 1995, gli esecutivi guidati dal partito socialista hanno avviato una serie di importanti riforme, che hanno portato all’introduzione di tutele di più ampia portata a favore dei padri lavoratori all’interno delle coppie bireddito, con lo scopo di promuovere l’uguaglianza di genere e il coinvolgimento degli uomini nelle responsabilità familiari.

Nel 1995 è stato introdotto un congedo di paternità della durata di due giorni, retribuito al 100%, che doveva essere goduto immediatamente dopo il parto (legge 17/1995). Un anno più tardi, ai padri è stato riconosciuto il diritto di condividere, di comune accordo con la madre, il congedo di maternità dopo un periodo iniziale di 14 giorni obbligatorio per le madri (decreto-legge 194/1996).

Un terzo traguardo importante è stato raggiunto con l’estensione del congedo di paternità a cinque giorni lavorativi obbligatori e con il lancio di un’iniziativa a favore dei padri: più precisamente, l’introduzione di un congedo di paternità della durata di 15 giorni lavorativi, retribuito al 100% e finanziato dal sistema nazionale di previdenza sociale, a condizione che venisse goduto senza soluzione di continuità allo scadere dei cinque giorni di congedo di paternità o dei quattro mesi di congedo di maternità/paternità.

Nel 2009, il quadro normativo relativo al congedo di paternità è stato migliorato ulteriormente con l’approvazione del nuovo codice del lavoro. Ciò ha rappresentato un risultato importante del negoziato intavolato tra lo stato (che mirava all’adozione di politiche a favore della natalità), i datori di lavoro (interessati principalmente a ottenere una maggiore flessibilità delle condizioni e dei contratti di lavoro, ovvero alla possibilità di ridurre il compenso dovuto per il lavoro straordinario, e alla semplificazione delle procedure di licenziamento) e i lavoratori e le lavoratrici (il cui obiettivo primario era ottenere un alto livello di stabilità – formale – dell’impiego, altre all’adozione di misure volte a migliorare l’equilibrio tra vita familiare e vita lavorativa).

A termini del decreto-legge 91/2009, i padri e le madri godono quasi degli stessi diritti in termini di congedi a fini di cura e assistenza di bambini e bambine, inclusi configli(e) e figli(e) adottivi/e, di persone anziane e di persone adulte intime, quali coniugi o partner. È importante sottolineare il diritto dei padri alla riduzione dell’orario di lavoro durante il periodo dell’allattamento per il primo anno di vita del(la) bambino/a, diritto riconosciuto loro sin dal 2000, di cui godono di comune accordo con le madri che non allattano al seno. Ai padri è inoltre riconosciuta la possibilità di godere di tre permessi brevi retribuiti durante la gravidanza per consentire loro di partecipare alle visite mediche. Queste novità sembrano rappresentare un tentativo di coinvolgere i padri nel lavoro di cura sin dalla gestazione.

Inoltre, è opportuno sottolineare cinque sviluppi di policy:

  • la differenza tra maternità e paternità è stata resa invisibile dall’utilizzo di un termine “collettivo”, ovvero “genitorialità”;
  • il congedo di paternità obbligatorio è stato esteso a 15 giorni lavorativi (consecutivi o non consecutivi), che devono essere goduti entro un periodo massimo di 30 giorni dalla nascita;
  • il congedo parentale aggiuntivo facoltativo (anch’esso retribuito al 100%) di spettanza esclusiva dei padri è stato ridotto a 10 giorni lavorativi (consecutivi o non consecutivi);
  • è ora possibile beneficiare di ulteriori 30 giorni rispetto al congedo parentale iniziale (180 con retribuzione all’83%) – a seconda della ripartizione del congedo all’interno della coppia (a seguire rispetto alle sei settimane spettanti alle madri in via esclusiva) – in un’unica tranche di 30 giorni consecutivi o in due tranche di 15 giorni consecutivi ciascuna;
  • il congedo parentale aggiuntivo non-retribuito della durata complessiva di sei mesi (tre mesi spettanti in via esclusiva a ciascun membro della coppia) viene ora retribuito al 25%.

Dal 1995, le politiche a sostegno della paternità in Portogallo sono state improntate a tre principi fondamentali:

  • l’estensione ai padri, dei diritti relativi alla maternità;
  • la creazione di condizioni per l’aumento della percentuale di uomini che si avvalgono dei congedi di cui hanno diritto, ciò attraverso l’aumento delle indennità o la riduzione delle perdite pecuniarie, nell’immediato o nel lungo termine, ovvero tutelando e garantendo l’impiego e i diritti in termini di trattamento pensionistico, invalidità e anzianità di servizio durante il periodo di congedo;
  • l’estensione di determinati elementi del regime dei congedi di paternità anche ai lavoratori autonomi e a coloro che non sono inquadrati nel sistema previdenziale (la popolazione inattiva, i disoccupati o gli assegnisti di ricerca).

Per riassumere, le politiche adottate in Portogallo vanno di pari passo con le tendenze a livello europeo: ampliano la portata dei congedi e le rispettive indennità, riconoscono maggiori diritti ai padri, e introducono più flessibilità in termini di godimento dei congedi, limitando al contempo la possibilità di trasferire il congedo all’altro membro della coppia.

La previsione di questi diritti e di queste politiche, tuttavia, non implica necessariamente che chi ne ha diritto se ne avvalga. Uno dei problemi principali che affliggono il Portogallo è il mancato rispetto della disciplina giuslavoristica, il che impedisce alle persone, uomini e donne indistintamente, di godere a pieno dei diritti loro riconosciuti in quanto padri lavoratori e madri lavoratrici.

Nella realtà, alla luce delle regole imposte dalla “cultura del presenzialismo” oggi imperante, i lavoratori e le lavoratrici dipendenti temono ripercussioni negative in termini di carriera professionale qualora si percepisca la loro “lontananza” dal lavoro. Nonostante l’attuazione delle politiche descritte sopra, i lavoratori e le lavoratrici dipendenti non sentono di avere diritto a beneficiarne. Dall’altro lato, i ruoli di genere tradizionali implicano che siano le madri, e non i padri, a sobbarcarsi la parte più sostanziosa dei carichi di cura. Questo è il motivo per cui il coinvolgimento dei padri nella cura della prole viene generalmente accettato più facilmente quando le madri sono impossibilitate per motivi di lavoro o di salute. È poi evidente come il principio di necessità prevalga sull’ideologia.

Nonostante alcune resistenze, esistono prove fattuali che dimostrano come l’impatto di queste misure sia stato estremamente positivo. Come mostrato nel grafico seguente, la percentuale di padri che si avvalgono del congedo obbligatorio spettante loro in via esclusiva (in blu) è in crescita, così come la percentuale di padri che si avvalgono dei congedi facoltativi (in arancione e in grigio).

Grafico 1 – Padri che si avvalgono dei congedi nel settore privato (in percentuale rispetto ai congedi parentali di cui si avvalgono le donne), 2007-2018

Fonte: Ministero del lavoro, della solidarietà e della previdenza sociale (MTSS) e Istituto nazionale di statistica (INE), citati in CITE, 2019: 79

Si osserva inoltre una tendenza positiva nella percentuale di uomini che si avvalgono del congedo per prendersi cura di figli(e) minori malati/e, sebbene tali congedi vengano utilizzati dalle madri nella stragrande maggioranza dei casi. L’evoluzione nel numero di uomini che si avvalgono dei congedi parentali in varie modalità dimostra inoltre come l’obbligo di legge sia in qualche modo efficace nel promuovere i cambiamenti a livello sociale.

Anche i sondaggi d’opinione rivelano un’accettazione sempre maggiore della partecipazione dei padri alla cura di figli e figlie. Gli uomini e le donne, indistintamente, concordano sul fatto che il godimento, da parte del padre, del congedo parentale abbia un impatto positivo sulle relazioni parentali (“padre-figlio/a” e “madre-figlio/a)”, sulle dinamiche di coppia e domestiche e in termini di uguaglianza di genere (“relazione di coppia”, “gestione della vita domestica” e “uguaglianza tra uomini e donne nell’ambito della vita familiare”), sul benessere degli individui (“bambino/a” e “padre”) e anche sulla vita lavorativa della donna (“conservazione del posto di lavoro per le madri”).[1]

Riepilogo dei congedi retribuiti di maternità, parentali e a fini di cura e assistenza disponibili per padri e madri, in settimane (Portogallo, 2018)

 

Fonte: OECD Family Database

Indubbiamente, resta ancora molto da fare. Le politiche nel campo dell’istruzione dovrebbero considerare come prioritari gli interventi di sensibilizzazione di ragazzi e ragazze in giovane età al fine di ingenerare un cambiamento nella percezione, a livello sociale, di cosa significhi oggi essere uomo o donna nelle società occidentali. Tanto i ragazzi quanto le ragazze dovrebbero imparare a diventare persone autonome, capaci di prendersi cura di loro stesse ma anche di prestare assistenza a chi ne ha bisogno. L’insegnamento/apprendimento delle competenze di natura “tecnica” (come, ad esempio, fare il bucato, fare le pulizie, stirare e cucinare) e l’acquisizione di un’etica assistenziale dovrebbero essere considerati come due facce della stessa medaglia.

Note

[1] Cunha, Atalaia e Wall, 2016.

Riferimenti

CITE (Comissão para Igualdade no Trabalho e no Emprego) (2019), Relatório sobre o progresso da igualdade entre mulheres e dos homens no trabalho, no emprego e na formação profissional. Lisboa

Cunha, Vanessa, Susana Atalaia e Karin Wall (2016), Policy Brief II – Homens e Licenças Parentais: Quadro Legal, Atitudes e Práticas. Lisboa: ICS/CITE.

Ferreira, Virgínia e Mónica Lopes (2009), Trabalho e Parentalidade: Um estudo sobre a acomodação e custos da maternidade e da paternidade para os indivíduos e as organizações – Relatório Final. Coimbra: Centro de Estudos Sociais.

Wall, Karin e Mafalda Leitão (2017), “Fathers on Leave Alone in Portugal: Lived Experiences and Impact of Forerunner Fathers”. In: M. O’Brien e K. Wall (eds.), Comparative Perspectives on Work-Life Balance and Gender Equality, pp. 45-67. Life Course Research and Social Policies 6

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