Articoloinclusione - pari opportunità - politica

Ridecliniamo la
rappresentanza

Foto: Unsplash/Prince Akachi

Una politica partecipata prevalentemente da maschi bianchi e borghesi difficilmente potrà rappresentare le persone che restano escluse dai luoghi e dai processi in cui si decidono norme e misure. Ridecliniamo la democrazia, partendo dai dati disponibili e dalla letteratura recente

Articoli correlati

L’introduzione dell'identità di genere nell'ultimo censimento del Regno Unito è un primo passo verso la visibilità statistica della popolazione omosessuale, trans e non binaria, e potrebbe rappresentare un esempio virtuoso anche per noi

Intercettare il cambiamento, comprendere le nuove forme di discriminazione e investire nella parità: il futuro delle donne è nelle politiche su lavoro, conciliazione, diritti. Lo conferma il nuovo Gender policies report dell’Inapp

Donne nelle comunità dell’energia: il caso di ènostra, cooperativa italiana che sta percorrendo la strada dell’inclusione di genere in un settore ancora fortemente caratterizzato da presenza e leadership maschili

L'Italia è un paese composto per la maggior parte da aree interne, lontane dalle dinamiche delle grandi città. Un'indagine sulla normativa che dovrebbe favorire la rappresentanza e la partecipazione delle donne alla vita pubblica in questi luoghi

La democrazia funziona veramente se nelle assemblee elettive non sono presenti tutti i gruppi sociali? Per rispondere a questa domanda, la studiosa inglese Anne Phillips parte dalla distinzione tra "politica delle idee" e "politica della presenza", concetto che elabora nel lontano 1998 ma ancora attuale.

La politica delle idee, ci dice Phillips è la politica rappresentativa in cui le persone rappresentanti parlano a nome delle persone che sono rappresentate senza effettivamente farne parte. Secondo Phillips nelle moderne democrazie liberali la rappresentanza è stata considerata più o meno adeguata in relazione a quanto bene rifletteva le opinioni e le preferenze delle persone votanti. A mancare in questo quadro sono le caratteristiche specifiche di candidati e candidate che svolgono il ruolo di rappresentanza. Il concetto di rappresentanza si compone di promesse che si tradurranno poi in politiche dei risultati, e quindi, in responsabilità.

Per il filosofo politico del Montenegro John Plamentaz rappresentare significa agire con il consenso di qualcun altro; mentre per il sociologo tedesco Max Weber la rappresentanza indica uno stato di cose in cui l’azione di un componente di un gruppo è attribuita alla parte rimanente, e i restanti soggetti all’interno del gruppo si presume considerino l’azione come legittima per loro stessi e vincolante nei loro confronti.

Il problema è che le persone rappresentanti non coincidono sempre con tutte le persone votanti, non provengono dallo stesso ambiente, non hanno le stesse caratteristiche sociali né di genere; di fatto, agiscono solo in loro nome. Si tratta, dunque, di diverse esperienze, di diversi background culturali e sociali che non garantiscono l’inclusione politica.

Politica della presenza

Qui si inserisce l’idea di politica della presenza intesa come partecipazione diretta di diversi gruppi sociali nelle assemblee elettive. Genere e composizione etnica diventano, quindi, una questione legittima di interesse e consenso democratico. Infatti, condividendo una provenienza e un’esperienza comune, potrebbe risultare più semplice non solo il rapporto con l’intera classe sociale di riferimento, ma si auspicherebbe anche un maggiore interesse verso uno stesso obiettivo e la sua realizzazione.

Anche la scienziata politica americana Jane Mansbridge parla di esperienze condivise come primo requisito per la fiducia e conseguente scelta dei candidati. Mansbridge chiama questo tipo di rappresentazione "descrittiva", appoggiandosi alla concettualizzazione delle quattro forme di rappresentanza teorizzata da Hanna F. Pitkin nel 1967. Con descrittiva si indica una rappresentanza in cui una persona sta per le altre perché è parte dello stesso gruppo e simile a esse, ma che potrebbe rivelarsi una prospettiva ingannevole perché il rapporto di somiglianza non garantisce l’agire per i propri simili.

Non è un caso se la questione del divario tra maggioranze e minoranze è un problema che attanaglia le democrazie liberali, come riconosce anche Francesco Cianci, affermando che il principio maggioritario implica che le scelte prese da un gruppo dominante producano effetti anche sulle parti in minoranza, che potrebbero non concordare. Interessante anche il pensiero del teorico Arendt Lijphart sul consenso democratico, che si focalizza sulla distribuzione diseguale del potere esecutivo e delle risorse economiche in base alla dimensione dei differenti gruppi sociali, riconoscendo l’ingiustizia del sistema maggioritario nelle società plurali.

Come può il concetto di politica della presenza essere applicato al contesto italiano? Per rispondere analizziamo la situazione in termini di rappresentanza di genere – chiediamoci se un uomo può rappresentare una donna   e di provenienza – chiediamoci se una donna italiana può dare voce alle problematiche delle donne migranti.

Invertire il monopolio maschile

Per quanto riguarda il primo aspetto, Anne Phillips propone di invertire la domanda relativa alla presenza delle donne: la questione non è giustificare perché debbano esserci più donne, ma perché debba esserci un monopolio maschile della politica, e questo criterio risulta applicabile anche ad altre sottocategorie. Non è un’equa distribuzione concentrare il potere di decidere nelle mani degli uomini escludendo le donne da quelle sfere sociali in cui si trattano questioni e si fissano norme che competono gli uni e le altre allo stesso modo.

Prendiamo le democrazie scandinave  Danimarca, Norvegia, Svezia  in cui vige un sistema chiamato state feminism  un women-friendly welfare state in cui il femminismo è stato istituzionalizzato dai governi che garantiscono eguali diritti ed equo accesso ai luoghi decisionali a donne e uomini, oltre che una giusta distribuzione delle risorse. Qui la situazione è diversa.

Mentre la media di donne in parlamento dal 1997 al 2021 su 184 paesi secondo il database The Global Economy si aggira intorno al 24,6%, la Svezia si posiziona alta in classifica con un 46,77%, preceduta dall’Islanda con 47,62%. La Norvegia segue con 44,97%, mentre la Danimarca si trova leggermente più in basso con un 39,66%.

È tuttavia il Rwanda lo stato con un più alto tasso di donne al parlamento con il 61,3%. L’Italia, invece, ottiene il risultato di 35,71%, ma secondo un recente articolo dell’Ansa il risultato nelle ultime elezioni è peggiorato aggirandosi intorno al 31% e registrando un calo drastico rispetto ai vent’anni trascorsi.

Nonostante Giorgia Meloni, prima donna a diventare Presidente del Consiglio, il centrodestra ha la percentuale più bassa di donne ai vertici dei partiti. Infatti, negli organigrammi nazionali inclusi i vertici, come riporta l'agenzia Ansa, Forza Italia conta 7 uomini e 3 donne, la Lega 25 uomini e una sola donna, Fratelli d’Italia 17 uomini e 5 donne. Se prendiamo in considerazione l'ultima assegnazione dei Ministeri, su 24 Ministri solo 6 sono donne; mentre in tutto il Parlamento troviamo 129 donne su 400 deputati alla Camera, al Senato 71 donne su 200 senatori.

Un dibattito a parte andrebbe fatto, inoltre, sulla portata delle argomentazioni; una donna che rappresenta una donna ne condivide gli stessi obiettivi? Guardando al recente dibattito sull’aborto che vacilla in Parlamento, verrebbe da rispondere di no.

In termini di politica della presenza la situazione non è delle migliori per quanto riguarda la rappresentanza di genere. La questione di chi possa parlare meglio in nome di qualcun altro o altra è una continua fonte di tensioni, e per quanto sia stabilito che un uomo non possa rappresentare una donna, allora ne conviene anche che una donna italiana non possa parlare per una donna straniera. Difatti, anche i gruppi basati su un’identità descrittiva che vogliono sfidare l’egemonia prevalente non sfuggono a queste dinamiche. Ad esempio, numerose organizzazioni femministe del passato che proclamavano una sorellanza universale in realtà riflettevano le caratteristiche bianche, borghesi ed etero-centriche del discorso dominante.

Chi decide per le straniere?

Secondo l'ultimo rapporto Istat Migrazioni e nuove generazioni, al 1° gennaio 2022 gli stranieri residenti in Italia sono 5.193.669, e nell’insieme il rapporto tra i sessi è di 95 donne ogni 100 uomini. A fronte di questi numeri, la questione della rappresentanza diventa cruciale, anche perché la partecipazione dal basso e l’attivismo locale – le realtà che di fatto si occupano maggiormente delle problematiche sociali – non bastano da soli a risolvere il problema dell’esclusione politica.

Seguendo lo stesso ragionamento, una donna eterosessuale non può rappresentare una donna gay, o una donna della media borghesia non può parlare in nome di una della working class. Se è l’esperienza a giustificare l’autorità, allora ogni meccanismo di presa di posizione in nome di altri o altre risulta errato, perché una rappresentanza adeguata deve comprendere tutti i diversi gruppi sociali che compongono il corpo cittadino.

C’è da dire che la ricerca della pura autenticità può essere screditata perché ogni persona può rivendicare una molteplicità di identità che possono essere associate a diversi tipi di esperienza condivisa soprattutto in luce all’aumento delle diversità sociali, ma la questione riguarda l’inclusione di voci che restano fuori dalle assemblee elettive.

Come potremo rappresentare tuttə?

Nondimeno, bisogna considerare le nuove soggettività non binarie e le persone che sfuggono alle maglie del genere, per cui il discorso si amplia. Fino a qui si è parlato di donne Afab (Assigned female at birth, cioè donna assegnata alla nascita) ma le soggettività che non rientrano in tale categoria quanto sono integrate – e rappresentate – nel nostro paese?

C’è ancora sicuramente molto lavoro da fare in termini di rappresentanza, utile al dibattito è la soluzione a cui arriva Jane Mansbridge proponendo un metodo per garantire una minima partecipazione dei gruppi sotto rappresentati. Ad esempio, una serie di azioni positive all’interno dei partiti e del sistema elettorale che possano facilitare una politica della presenza; l’implementazione di decisione sperimentali dei partiti politici di avere una percentuale di candidati e candidate descrittivamente rappresentativi di un gruppo sottorappresentato tramite un sistema di quote all’interno e a discrezione del partito stesso. Oppure, delle scuole per potenziali candidati e candidate che li educhino all’attività politica, per ovviare la possibilità che i rappresentanti dei gruppi di minoranza siano adeguati in termini di consonanza, ma non di competenza.

Sicuramente, se rappresentare vuol dire rendere presente chi è assente, qualche cambiamento è necessario.

Riferimenti

Burnheim, J. (2006). Is Democracy Possible? The Alternative to Electoral Democracy. Sydney: Sydney University Press.

Cianci, F. (2009). La tutela delle minoranze attraverso gli strumenti della rappresentanza: un'analisi giuridica comparata a questioni teoriche (ancora) aperteRicerche Sociali, 1(6), pp. 7-42.

Lijphart, A. (1977). Democracy in pluralist societies. A comparative exploration. New Haven: Yale University Press.

Mansbridge, J. (1999). Should blacks represent black and women represent women? A contingent “Yes”. The journal of politics, 61(3), pp. 628-657.

Phillips, A. (1995). The politics of presence. Oxford: Oxford University Press.

Pitkin, F. H. (1967). The concept of representation. Berkeley and Los Angeles: University of California Press.

Plamentaz, J. (1938). Consent, freedom, and political obligation. London: Oxford University Press.

Weber, M. (1947). The theory of social and economic organization. Glencoe: Free Press.

Leggi anche

Il potere ha bisogno di competenza

Verso una rappresentanza fondata sul genere

Una questione di competenze

Il difficile cammino delle donne nelle istituzioni

Voto alle donne, settant'anni dopo

Una donna al Quirinale, perché no?