Politiche

Riformare la cittadinanza non riguarda solo le figlie e i figli delle persone immigrate, ma tutta la società. E parlare di "seconde generazioni" per riferirsi alle persone giovani con genitori stranieri equivale a trasferire lo status di migrante a chi in realtà è nato e cresciuto in Italia

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Seconde generazioni
Credits Unsplash/LeeAnn Cline

All’inizio degli anni Novanta, negli Stati Uniti si è iniziato a parlare di “seconde generazioni” per affrontare il tema dei figli e delle figlie dei migranti (soprattutto dal Sud globale).[1] Gli studi di Portes e Rumbaut, tra gli altri, si sono concentrati sui loro percorsi di “assimilazione” e in base all’età di arrivo hanno creato sottocategorie (generazione “2”, “1.75”, “1.5” e “1.25”).

Tuttavia, il problema principale è che lo status di migrante (“di seconda generazione”) è stato attribuito (dall’esterno) a persone che nella maggior parte dei casi non si sono mai spostate dal paese in cui sono nate (o cresciute dall’infanzia). Il loro essere considerati “migranti” pare infatti un’eredità dei loro genitori, che passerebbe anche a generazioni successive (migranti di “terza o quarta generazione”).

Se adottiamo una prospettiva sociologica riflessiva sulle migrazioni, ci dobbiamo domandare come avviene questa divisione tra migranti e non-migranti, che non è certo una condizione naturale ma il risultato di processi innanzi tutto politici.

Come sociologi e sociologhe, occorre dunque prendere le distanze da quello che Abdelmalek Sayad ha chiamato “pensiero di stato” che stabilisce chi fa o meno parte della nazione e chi è più o meno meritevole di diritti.

L’essere categorizzato/a come migrante sembra livellare tutti gli altri aspetti della vita di una persona e significa essere posizionato/a dai poteri pubblici, dai media e da membri della società come l’Altro/a. Subire un processo di “migrantificazione” infatti risulta spesso stigmatizzante e discriminatorio.

Le figlie e i figli dei/delle migranti in Italia hanno problematizzato fin dagli anni Duemila la categorizzazione delle “seconde generazioni”, contestando la rappresentazione egemonica dell’italianità come cattolica e bianca e avanzando domande di cittadinanza e diritti nella sfera pubblica.

La lotta per legittimare la loro presenza ed essere riconosciuti (anche) come italiani/e è ormai ventennale.

Tra le realtà sociali che hanno promosso un cambiamento culturale e legislativo va senza dubbio menzionata la Rete G2, un’organizzazione nazionale di advocacy che si è mobilitata dal 2005 per riformare la legge italiana sulla cittadinanza e rendere più facile per i figli e le figlie di migranti nati in Italia diventare formalmente cittadini italiani.

Attualmente, i figli di immigrati in Italia costituiscono circa il 15% delle nuove nascite in Italia, o il 10% della popolazione giovanile totale del paese. I bambini nati in Italia da immigrati hanno un’attesa più lunga degli stessi immigrati prima di poter ottenere la cittadinanza in Italia: diciotto anni, contro i dieci anni di residenza legale richiesti agli immigrati per naturalizzarsi. Infatti, i figli degli immigrati ereditano automaticamente la cittadinanza dei genitori alla nascita.

Al raggiungimento della maggiore età, hanno un periodo di un anno durante il quale possono richiedere la cittadinanza italiana. Per richiedere la naturalizzazione, i richiedenti devono fornire la prova di una residenza italiana continuativa, tra gli altri requisiti richiesti. Anche per chi ha vissuto in Italia dalla nascita, dimostrare la residenza continuativa non è facile, perché non sempre i genitori hanno registrato la nascita presso l’anagrafe locale.

L’iniziativa più importante è arrivata nel 2011, quando la Rete G2 ha lanciato la campagna L’Italia sono anch’io insieme a una coalizione di organizzazioni non profit e ai sindacati. La proposta originaria di questa campagna prevedeva la cittadinanza automatica per ogni bambino/a nato/a da immigrati legalmente residenti in Italia da almeno un anno, nonché un percorso semplificato di acquisizione della cittadinanza per coloro che sono arrivati/e in Italia da bambini/e o che sono nati/e in Italia da genitori senza permesso di soggiorno.

Le proposte di L’Italia sono anch’io sono state presentate al legislatore italiano nel 2012. Infine, nel 2015, la Camera dei Deputati ha approvato una legge di riforma della cittadinanza che incorporava elementi della proposta di iniziativa popolare (quali, ad esempio, l’acquisizione della cittadinanza per nascita – c.d. ius soli – e in seguito a un percorso culturale e formativo – c.d. ius culturae).

Il disegno di legge, però, è rimasto in stallo al Senato, nonostante i numerosi incontri di lobbying della Rete G2 con i legislatori. Il movimento Italiani senza cittadinanza è nato nel 2016 proprio dalla necessità di far approvare definitivamente la riforma.

Il ruolo svolto dai media mainstream, unitamente a un mancato pieno coinvolgimento delle forze politiche progressiste in una battaglia che rischiava di far perdere consensi sul fronte più moderato, ha portato alla mancata approvazione della riforma nel 2017.

La Rete per la riforma della cittadinanza e la campagna Dalla parte giusta della storia sono il modo in cui i figli e le figlie dei/delle migranti in Italia hanno saputo reagire (ancora una volta) all’ambiente politico ostile, lavorando molto sul piano comunicativo.

A partire dallo slogan della campagna, “stare dalla parte giusta della storia” significa allontanarsi dalle narrazioni emergenziali sulle migrazioni e collocare la necessità di riformare la cittadinanza italiana all’interno di una lunga storia di battaglie civili.

Sottrarsi alla contrapposizione noi-loro permette di promuovere più facilmente empatia e interesse, perché la storia della battaglia per la riforma della cittadinanza cessa di essere una questione che riguarda solo i migranti e i loro discendenti.

La campagna Dalla parte giusta della storia mira a far sentire coinvolta tutta la società italiana, perché la storia della riforma diventa parte della “nostra storia“, cioè della storia della società civile italiana che lotta per estendere i diritti a fasce più ampie della popolazione.

Una delle novità della campagna è quella di nominare esplicitamente il razzismo istituzionale e di collegarlo alla questione della riforma della cittadinanza. Non è un caso che gli attivisti abbiano partecipato alle manifestazioni locali (2020) delle mobilitazioni globali del movimento Black Lives Matter e che ora facciano parte del nuovo coordinamento nazionale antirazzista.

Come ha sottolineato Camilla Hawthorne, l’attivismo nero italiano ha messo in luce il legame tra l’apparato burocratico della cittadinanza liberale e il razzismo, mostrando uno stato razziale che oggi si riproduce attraverso politiche di estrema destra, neofasciste e populiste. L’attivismo dei figli dell’immigrazione ha saputo intrecciare la lotta contro il razzismo istituzionale – che rende chi nasce e cresce in Italia da genitori immigrati una presenza illegittima – con la lotta contro il razzismo anti-nero.

In questo protagonismo antirazzista dei figli e delle figlie dei migranti in Italia sta giocando un ruolo importante la produzione artistica. Giovani italiane/i razzializzate/i come non bianche/i attraverso la letteratura e il cinema, il rap e la slam poetry hanno nominato il razzismo sistemico dell’Italia contemporanea mettendolo in relazione alla storia coloniale italiana; inoltre, hanno ri-narrato la storia italiana da una prospettiva transnazionale, legittimando la presenza dei discendenti della schiavitù e della diaspora nera, del colonialismo italiano e della migrazione; infine, non si sono limitati a chiedere la riforma della cittadinanza italiana, ma hanno continuato a chiedere cambiamenti più radicali, come il diritto alla libertà di movimento anche per coloro che provengono dal Sud globale.[2]

La campagna più recente per modificare la legge sulla cittadinanza italiana è quella legata al Referendum Cittadinanza che in meno di un mese, nel settembre del 2024, ha raccolto le firme di 637.487 cittadine/i. La proposta è stata quella di ridurre da 10 a 5 il numero di anni di residenza necessari per poter richiedere la cittadinanza italiana.

Il referendum è stato promosso dal partito Più Europa insieme a oltre sessanta associazioni e realtà della società civile italiana, come ad esempio il Coordinamento nazionale delle nuove generazioni italiane, Italiani senza cittadinanza, Melting pot Europa, Associazione per gli studi Giuridici sull’immigrazione e Arci.

Il referendum popolare non cambia l’approccio alla cittadinanza che caratterizza la legge del 1992, tuttavia se venisse approvato sarebbe un passo significativo in avanti. Il referendum di tipo abrogativo si terrà l’8 e il 9 giugno 2025. Il rischio più grande è che non si raggiunga il quorum perché c’è poca informazione (corretta) nei media mainstream, a partire dalla Rai, a parte rare eccezioni come lo speciale di Report su Rai3.

Per saperne di più

Su cosa si vota ai referendum dell'8 e 9 giugno 2025

Note

[1] Sud Globale è oggi un concetto controverso nelle relazioni internazionali. Per una trattazione critica che mette al centro l’importanza di riflettere sulla colonialità del potere nella società contemporanea e su come siano in gioco non solo rapporti di potere duraturi ma anche conflittualità sociali emergenti, si rimanda a Levander e Mignolo, 2011.

[2] Per un esempio di antirazzismo intersezionale attraverso una pratica artistica (la slam poetry), si rimanda a Frisina e Houbabi, 2022, e al video dello spettacolo Che Razza di Rap che mostra il razzismo, sessismo e classismo che segnano la vita di molte figlie delle migrazioni in Italia.

Riferimenti

A. Amelina, After the reflexive turn in migration studies: Towards the doing migration approach, in Population, Space, Place, 27, 1, 2021 (open access).

K. Forkert, F. Oliveri, G. Bhattacharyya, J. Graham, How Media and Conflicts Make Migrants, Manchester, Manchester University Press, 2020.

A. Frisina, Giovani musulmani d’Italia, Roma, Carocci, 2007.

A. Frisina, S.A. Kyeremeh, Art and counter-racialization processes. A qualitative research journey with Italy’s illegitimate children, in Studi Culturali, 2, agosto 2021, pp. 243-262.

A. Frisina, S.A. Kyeremeh, Music and words against racism. A qualitative study with racialized artists in Italy, in Ethnic and Racial Studies, 2022.

A. Frisina, W. Houbabi, Che cosa significa essere una figlia di un Vu’ Cumprà? L’intersezionalità come pratica politica e poetica antirazzista, in About Gender. International Journal of Gender Studies, 11, 22, 2022, pp. 798-812.

D.T. Goldberg, The Racial State, Londra, Wiley-Blackwell, 2001.

C. Hawthorne, Contesting Race and Citizenship. Youth Politics in the Black Mediterranean, Ithaca e Londra, Cornell University Press, 2022.

C. Levander, W. Mignolo, Introduction: The Global South and World Dis/Order, in The Global South, 5, 1, 2011, pp. 1–11.

A. Pogliano, A. Frisina, Innovative strategies against exclusionary narratives: the case of Italy, BRIDGES Working Papers, 13, 2023.

A. Portes, R. Rumbaut, Legacies: The Story of Immigrant Second Generation, Berkeley, University of California Press, 2001.

A. Sayad, La doppia assenza. Dalle illusioni dell’emigrato alle sofferenze dell’immigrato, Milano, Raffaello Cortina, 2002.

La versione originale di questo articolo è stata pubblicata sulla rivista Melting Pot Europa, si ringraziano la redazione e l'autrice per la gentile concessione. Una versione precedente di questa riflessione è stata pubblicata da Pearson, Progetto Sociologia. Guida all’immaginazione sociologica, Terza ed. (2025), pp. 389-390.